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Una serva padrona

Intervista a Simonetta Agnello Hornby

La piccola signora in bleu, l'avvocato Simonetta Agnello Hornby, perle al collo, palermitana, 56 anni, da trent'anni a Londra, presidente del Tribunale di Special Educational Needs, con studio legale a Brixton dove si occupa di diritti di famiglia in particolare per le comunità nere e musulmane, autrice di testi legali dedicati all'infanzia, guarda dritta oltre la finestra della sua casa palermitana.

Da venti giorni è al centro dei riflettori per il suo primo romanzo La mennulara (sarebbe a dire la raccoglitrice di mandorle) edito da Feltrinelli e già salito in alto nelle classifiche di vendita. Una grande storia siciliana, che si dipana nell'arco di un mese – dal 25 settembre al 23 di ottobre 1963 – nel paese, inventato di Roccacolomba, in provincia di Agrigento. Al centro della vicenda la “criata”, la cameriera, di casa Alfallipe, dei cui beni è stata amministratrice unica e straordinaria. Tutto il paese ne parla, tutti credono di sapere la vera storia della mennulara e del suo ingegnoso testamento. Le voci si rincorrono, le memorie stordiscono il lettore, i misteri travolgono la cronaca...

“Credo di avere avuto un'infanzia quasi da feudalesimo. Bambinaia ungherese, niente scuola fino alle medie, stavo a casa ad Agrigento, completamente isolata. Ho vissuto un misto di cultura europea e siciliana. Papà, il Barone Francesco Agnello, una famiglia di origine pisana calata in Sicilia nel Trecento, era borbonico e teneva molto alla mia identità siciliana. Ogni estate mi portava in campagna, a Mosè, per quattro mesi e lì avevo il dovere di parlare il siciliano con i contadini. Ritornati in città, dovevo parlare corretto italiano. Avevo una signorina, la Gramaglia, che mi seguiva privatamente negli studi di base, mia madre faceva il resto. Era splendida, un collante perfetto tra cultura e umanità. La bambinaia mi allevava con le storie di re Mathias, ogni pomeriggio con l'autista andavamo ai Templi, era il nostro giardino. Sì, un'infanzia da diversa.

Che non sembra averla choccata...

E' vero. Ho sempre saputo di essere diversa, senza molte sofferenze. I miei studi proseguirono poi a Palermo, anche l'Università. Poi Londra, la professione, la famiglia.

Ha mai conosciuto una “mennulara”?

No, nella mia campagna ci sono olivi. Ho quindi osservato il lavoro delle olivare.

Ha mai conosciuto una Rosalia Inzerillo, la protagonista del libro?

No. Nessuna donna con quelle caratteristiche ho mai incontrato.

Ha mai avuto a che fare direttamente con la mafia?

Ho conosciuto il capomafia delle terre di papà. Ricordi minimi. Non ho memorizzato neppure il suo nome, ma se lo riconoscessi non glielo direi. Ricordo che veniva talvolta a fare visita, come tanti altri uomini di campagna. Ricordo che papà non lo faceva aspettare, ma ricordo anche che lo riceveva sulla porta di ingresso. Era un personaggio ereditato dal feudo, dal baronato d'un tempo, ce lo aveva il nonno, il bisnonno ed erano tutti della stessa famiglia.

Tra i personaggi del suo romanzo chi le è più vicino?

Pietro Fatta, il presidente dell'Unione Agricoltori. Perché è u uomo che ha goduto poco, che avrebbe voluto avere una vita più gradevole ed invece ha imparato a far propria l'arte del possibile. Si rende conto dei cambiamenti che avvengono nella sua società, ma in cuor suo, non è capace di disapprovare.

Chi è quel Risico, impiegato delle poste, comunista, che vuole cambiare la Sicilia?

Non si riferisce a nessuno, non vuole rappresentare né uomini, né idee. I personaggi c'erano già tutti quando ho avuto la visione dell'aeroporto.

La storia della visione è che due anni fa per un ritardo di tre ore del volo verso Londra lei, a corto di letture e avvilita per la lunga attesa, abbia visto l'intero film del suo libro mai pensato prima. La visione dell'aeroporto, la dedica alla British Airways, è una trovata editoriale o c'è dell'altro?

La visione c'è stata. Ma ci sono altre ragioni: ho venduto lo studio che dirigevo e mi sono ritagliata un ruolo part-time, quindi ho avuto più tempo. Avevo trascorso tre settimane, non due come d'abitudine in Sicilia ed ero più rilassata, ero andata con amici a Raffadali e nel leggere un necrologio sui muri mi ero molto incuriosita e divertita di una certa “Ins. Maria defunta” alla quale il titolo professionale era stato inserito con della carta incollata sul manifesto originario.

La Sicilia è cambiata secondo lei?

Sì. C'è maggiore cultura, più istruzione, più educazione, un livellamento sociale impensabile ieri. E' un cammino irresistibile, dove, a mio avviso, la televisione ha fatto molto. Si parla a voce alta dei misfatti della mafia. I figli dei contadini oggi vanno all'Università...Quel che ritrovo nella mia terra è il clientelismo endemico e, mi sembra, una certa resistenza alla piccola mentalità mafiosa. Ma, non vivo più qui e le mie sono solo impressioni.

Come è possibile scrivere, da esordiente, un grande romanzo, come è stato definito il suo?

Ho passato la vita a scrivere. Ho rappresentato in tribunale le ragioni dei genitori indegni, di quelli che vivono con un solo obiettivo: “ridatemi mio figlio”. A questa gente ho dovuto ricostruire le speranze. Un lavoro che va avanti attraverso le testimonianze di chi ha conosciuto il padre, la madre, i figli, il contesto. Sono documenti che si limitano ai fatti e perciò privi di giudizi. Queste esperienze condotte per più di trent'anni mi hanno certamente aiutata a costruire il romanzo, il suo intreccio e la figura della protagonista.

Nella vita professionale qual è il suo bilancio?

Ho creato una scuola di giovani legali specializzati sui diritti della famiglia e dell'infanzia, ne sono fiera.

Quando sarà tradotto in inglese il suo libro?

Non lo so, hanno venduto i diritti. Mi auguro presto, e non solo inglese.

Si è detto che questo libro è anche una bella sceneggiatura...

Assolutamente vero. In aeroporto ho proprio visto il suo titolo, un po' concavo, antichizzato, nel suo primo flash della mia ispirazione.

I volti dei suoi personaggi non sono rivelati al lettore. E' una scelta?

Non è vero: Carmela è descritta, la signora Alfallipe c'è, chi non è descritto è Orazio, il capofamiglia, non saprei proprio dirle perché. Forse, a libro fatto, me ne dispiaccio. Avrei potuto dare più spazio ai volti, alle ambientazioni.

Sul tavolo della cucina ci sono le bozze del suo prossimo romanzo, una storia di madre e di figlia ambientata nell'Ottocento, in Sicilia. Ritornerà Simonetta Agnello Hornby nella sua isola?

Non credo proprio, nei prossimo anni mi aspetta un grande impegno di nonna per i miei tre futuri nipoti. E chi glielo insegna l'italiano ai bambini se non la nonna?

Intervista di Claudia Mirto – IL SECOLO XIX – 09/10/2002

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