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Non chiamatela Gattoparda

E' volgare come la Zia Marchesa. Cattiva come la Zia Marchesa. Si veste male come la Zia Marchesa. Rossa di capelli, brutta, come la Zia Marchesa”: Simonetta Agnello Hornby spiega che il suo secondo romanzo, che s'intitola appunto La zia marchesa, è nato dal desiderio di riscattare la figura di un'ava destinata, nei discorsi dei discendenti, a diventare la pietra di paragone per ogni nequizia. Divenuta, nel male, proverbiale, probabilmente a causa di un temperamento eccentrico. Visto che aveva già avuto la ventura di ispirare una novella di Luigi Pirandello, Tutte e tre: storia d'una signora che alleva come fosse suo il figlio di un'amante del marito e che, quando lui muore, invita la mantenuta in casa. “E' un racconto che, quando l'ho letto, non mi è piaciuto, è contro le donne”, spiega. “In realtà non era, quello della mia ava, un gesto generoso?”. Così, ecco il nuovo romanzo di questa avvocata agrigentina trapiantata da più di trent'anni in Inghilterra, che si è scoperta scrittrice a cinquantasei anni è, con il primo titolo, La mennulara edito nel 2002 da Feltrinelli e arrivato alla sesta edizione, si è piazzata per mesi – a sorpresa – in testa alla classifiche di vendita.


L'esordiente, quando fa il botto, sa di dover aver paura della gran prova: l'opera seconda. La zia marchesa non deluderà chi ha letto con piacere La mennulara. Anzi, diciamo che, in questo caso, se l'opera prima era un romanzo originale ma sobrio, costruito con non frequente consapevolezza dei propri mezzi di esordiente, l'opera seconda cresce e si ramifica come un bell'albero poderoso. Simonetta Agnello Hornby, siciliana anglicizzata, torna nella sua isola. Dal paese immaginario di Roccacolomba, dov'era ambientata, negli anni Sessanta del Novecento, la vicenda della famiglia Alfallipe governata da quella enigmatica figura di serva ribattezzata la “mennulara” (la raccoglitrice di mandorle) eccoci, di nuovo, nell'Agrigentino, ma nella seconda metà dell'Ottocento, in pieno passaggio dal regno borbonico all'unità d'Italia. Di nuovo una serva, questa si chiama Amalia e ci racconta la storia dei baroni Safamita di Serentini e della bambina che ha tenuto a balia, Costanza, che sembrava destinata a pagare per tutta la vita la “bruttura” dei suoi capelli rossi, come segnale di una diversità non redimibile. La lingua di Simonetta Agnello Hornby si apre poi qui, sontuosa, a tutte la sonorità del dialetto siciliano. E la vicenda si dilata, tra l'Agrigentino e Palermo, a una coorte di personaggi: gli aristocratici con i lori servi e accanto i “burgisi”, la nuova classe in attesa. In quei castelli, quei palazzi e quelle grotte si aggrovigliano destini: storie di ricchezze e di alcolismo, amori e incesti, devozioni e tradimenti.


Si penserà: un feuilleton. No, questa scrittrice – figlia di famiglia aristocratica, i baroni Agnello, ma non esageratamente ricca, infanzia con istitutrice privata fino alle scuole medie, poi studi di diritto a Cambridge, matrimonio a Londra e un lavoro impegnato, importante, come avvocata dei minori, per lo più con le famiglie di immigrati, e come presidente del Tribunale di special Educational Needs an Disability – taglia la vicenda intrecciando con sapienza stilistica piani narrativi imprevisti. E legge questi destini con occhio moderno, laico.


Lei sarà a Mantova, al Festivaletteratura. Alla vigilia, è in Sicilia, con sua famiglia. In quale situazione?


Sono a Mosè, vicino ad Agrigento, con figli e nipoti. E' la casa di campagna dove mio padre mi portava da piccola ogni estate e dove mi rimproverava se non parlavo in siciliano con i figli dei contadini. Salvo, quando tornavamo in città a settembre, rimproverarmi se non parlavo in italiano. C'è mia madre. Le ho dato il libro che mi è appena arrivato. Mentre scrivevo questo romanzo mi diceva “a Costanza non puoi dare un raggio di sole?”. Ma era un mondo intero di infelici, quello, a quell'epoca. E in fondo Costanza ha la capacità di costruirsi, con gli anni, una serenità a propria misura.


Erano infelici, i nobili come i servi, perché schiavi delle consuetudini sociali?


Non potevano mai essere se stessi. L'infelicità nasceva da quella durezza.


E' una fissità di classi che lei ha sperimentato in prima persona?


No, poco, quello è l'Ottocento. Quella che è rimasta uguale è la vita di campagna, come la descrivo nel romanzo. E ho vissuto, ma non in modo così esasperato, quei rituali del lutto. Conosco, anche, due otre persone che hanno avuto il matrimonio combinato. Una mia cugina di recente mi raccontava di una sua amica che s'era innamorata del figlio di un contadino, lui fu radiato dal paese, andò al Nord e diventò medico, ma quando lei, alla morte della madre, è tornata a casa, è stata cacciata dai fratelli. Ancora nel 2004: una situazione inconcepibile.


Eppure, i tabù si ripetono: non è quello in cui incorre oggi chi si innamora dell'immigrato?

Sì, è come innamorarsi oggi di un tunisino.

Campeggia, nei suoi due libri, il rapporto ambiguo e potente che lega i padroni ai loro servi. Con un'eco di Losey: il servo che è l'altra faccia del padrone e il custode dei suoi segreti. Perché è così propensa a questo tema?

Nel nostro mondo era un rapporto comunissimo, quello con persone di servizio che, per generazioni, stavano dentro la famiglia, anche se a distanza. Erano famiglie parallele. Mia madre, ultima tra i suoi fratelli, è stata la prima a essere allattata da sua madre: il baliatico è finito con la seconda guerra mondiale. Era un rapporto difficile, sempre, ma con le sue norme non scritte. Funzionava ed era bello. E non era esattamente subalterno: il servo dice cose importanti ai suoi padroni, il padrone lo protegge. Specie nella piccola aristocrazia c'era questa consuetudine di vita in comune, in simbiosi. Nel suo essere un sistema sbagliato pure germinava forme d'affetto.

Sia la Mennulara, nel primo romanzo, che Amalia, in questo secondo vengono però accusate dai parenti di essersi snaturate, di aver imparato a parlare come i padroni, in un modo incomprensibile ormai ai loro uguali. Questo è bello?

No, questo è terribile. Io, vede, l'ho visto succedere in tutt'altro luogo in questi anni: tra i giovani che lavorano a Londra nella City e che hanno accesso a ricchezze incredibili. Quando vanno in pensione, e ci vanno giovanissimi, non si ritrovano più. Erano abituati al lavoro, sfrenato, a finire alle tre di notte e a ordinare a quell'ora la cena nel ristorante più fastoso. Dopo, devono misurarsi, e non ce la fanno. Mio figlio maggiore, ha trentacinque anni, lavorava alla City. Abbiamo dovuto ridimensionarlo.

Il suo primo romanzo si svolgeva nella Sicilia che assaggiava la modernità del Cynar e degli sceneggiati in tv. Questo, i quella che passa dai Borbone ai Savoia. Che cosa le suggeriscono le epoche, come queste, di transizione?

Non lo sono tutte le epoche? Sono arrivata a questa conclusione pensando in quale ambientare La zia marchesa. Avrei potuto ambientarla a fine Settecento, mi sarebbe piaciuto, ed era un'epoca che fu un susseguirsi di rivoluzioni. Oppure a inizio Novecento, e sa che sconquasso dovette essere la Prima guerra mondiale? In realtà questa, dopo la spedizione di Garibaldi, è l'età più tranquilla. Sì, c'è la rivoluzione del '66, i fasci siciliani...

E' inevitabile pensare all'altro libro ambientato nella Sicilia di quegli anni, Il gattopardo. Ma anche a un altro romanzo, Il cigno, in cui Sebastiano Vassalli ha raccontato un omicidio mafioso-istituzionale che anche lei evoca, il delitto Notarbartolo. Qual è il suo rapporto con questi antecedenti?

Vassalli non lo conosco, il libro non l'ho letto. Il gattopardo muove da un'altra prospettiva: l'alta aristocrazia e il rimpianto. Io, di rimpianto per quel mondo, non ne ho: come si fa ad averne? E il baronello Domenico Sefamita, il mio personaggio, assomiglia solo in apparenza al principe di Salina: il mio è un uomo sensibile alle esigenze degli altri e alle donne, ha una tolleranza enorme, come marito, arriva a perdonare l'adulterio. Ha una sessualità ambigua, poi, impensabile nella Sicilia di quegli anni. E la modernità l'affronta con spirito fattivo, imprenditoriale. Il gattopardo è, mi sembra, un libro contemplativo.

Il baronello fa però un matrimonio dal sapore d'incesto: sposa la figlia di suo fratello. E' un segno di decadenza?

Sa che io ho annesso sapore d'incesto a questo matrimonio, solo parlandone con i miei amici inglesi? Conosco tanti zii, in Sicilia, che hanno sposato le loro nipoti: figli minori di famiglie numerose che hanno sposato la figlia del fratello maggiore, quasi un coetanea.

Vuol dire che la sorpresa antropologica è inutile cercarla lontano, ce la ritroviamo in casa?

Sì.

In questo romanzo la modernità, che arriva, sembra legata implacabilmente alla mafia e alla sua crescita.

E questo è sconvolgente. Nel fare le ricerche ho capito che tutto quello che è successo in Sicilia negli ultimi vent'anni era già successo negli anni Settanta e Ottanta dell'Ottocento: il racket, la gente onesta che se ne andava, le commissioni parlamentari d'inchiesta e le leggi a favore dei mafiosi. Tutto è fiorito con l'unità d'Italia. E niente è cambiato.

Davvero lei è esplosa come scrittrice oltre i cinquant'anni? Davvero prima non scriveva?

Scrivevo solo come avvocato. La maggior parte dei miei clienti sono accusati di aver trascurato i figli e io dovevo scrivere le loro storie, cercando di dimostrare il perché e, se è così, che sono disposti a cambiare.

Ora invece la sua vita è invasa dalla scrittura?

Dal 2000 mi ha scompigliato tutti i piani. Procedevo bene con i miei tre lavori, di avvocato, di bannister e di giudice, coi miei tre nipoti e il prossimo in arrivo. Avevo in mente una ricerca sul diritto di famiglia islamico, dopo quella che abbiamo già realizzato col mio studio, sul diritto caraibico. Perché i miei clienti hanno bisogno di sentire che quando mi parlano io li capisco. Qualcosa dovrà lasciare.

E, Simonetta Agnello Hornby lo dice, non sarà la scrittura.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 06/09/2004

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