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La felicità nella catastrofe quotidiana

Se, leggendo i romanzi di Paul Auster, vi ha colpito qualche volta la descrizione che un protagonista dà della propria moglie come donna abbagliante o donna di energia perfetta, ecco la spiegazione: Siri Hustvedt, autrice di questo complesso e riuscito romanzo, Quello che ho amato, uscito negli Usa, in Germania, Gran Bretagna e Francia nel 2003 e appena arrivato in libreria da noi per Einaudi, è la consorte, nella realtà, dello scrittore newyorchese. Ed è un'americana del Minnesota, quarantanovenne, di origine scandinava, che unisce a una bellezza fisica rara – un giunco dalle mani lunghissime, occhi celesti bordati da ciglia scure, capelli morbidi biondo cenere – comunicativa umana, voglia di ridere, gusto (oltre che tre romanzi, questo, La benda sugli occhi uscito nel '99 per Marsilio e The enchantment of Lily Dahl non tradotto in italiano, è autrice di un volume di saggi letterari e d'arte, Yonder). A pagina nove di Quello che ho amato Siri Hustvedt ricambia la cortesia al marito, quando presta a uno dei due protagonisti, l'artista Bill Wechsler, la “pelle molto scura per essere un bianco” e gli “occhi verdi, limpidi, dal taglio asiatico” che, chi l'ha incontrato lo sa, sono due tratti tipici di Paul Auster. Ma, per il momento, lasciamo da parte i legami coniugali. Quello che è amato è un romanzo che vive di vita propria.


L'io narrante è Leo Hertzberg, storico dell'arte: è lui che racconta la vicenda di un gruppo formato da lui, da sua moglie Erica e il figlio Matt, dall'amico Bill con le due mogli in successione, Lucille e Violet, e dal figlio dell'artista, Mark. Perché ha scelto una voce maschile?

Perché non l'avevo mai fatto prima. E' l'unica scelta, per quel che riguarda il romanzo, che ho effettuato a tavolino. Ognuno di noi ha dentro le due prospettive, la propria e quella dell'altro sesso. E' stato facile, quindi, e anche piacevole: ho scoperto un'autorevolezza che il mondo ancora non riconosce alla voce femminile.

Violet, prima amante e poi seconda moglie di Bill Wechsler, benché di origine, come lei, scandinava, è calda ed erotica, istintiva e tendente a un po' di pinguedine, cuoca di prim'ordine e ottima massaia. Sembra nata piuttosto a Napoli o a Creta. E in forza di questo diventa il vero motore affettivo del libro: ha capovolto intenzionalmente il cliché?

Non volutamente. Diciamo che della mia Violet io sono innamorata. Indubbiamente non è la tipica protestante scandinava, donna chiusa e trattenuta. Mia madre è norvegese e io sono cresciuta con donne scandinave della sua generazione, le sue sorelle e le sue amiche. Violet è un puzzle che le convoglia tutte. Reputo che quelle donne, di quella cultura e di quella generazione, abbiamo avuto un senso di sé maggiore della maggior parte delle donne americane di oggi.

Bill Wechsler è un artista che potremmo definire concettuale. Ha uno studio sulla Bowery, e la Manhattan in cui si muove è, dal punto di vista del milieu di suoi colleghi, critici e galleristi, un posto spaventoso. Davvero l'ambiente artistico newyorkese raggiunge quegli eccessi di perversione e crudeltà?

In realtà io non lo condanno in blocco, ne do una rappresentazione più variegata. Il mercate che tratta le opere di Wechsler è una brava persona. Sì, il critico è spaventoso, ma mi dica: esiste una metropoli con un mercato importante dell'arte dove non si aggiri un personaggio così? Questa non è solo New York City, è Londra, è la Germania, è dappertutto.

Ho letto una sua definizione della felicità come “paradiso quotidiano”, di cui capiamo il valore solo quando l'abbiamo perso. In questo romanzo, è il quelle due o tre vacanze che il gruppo passa unito nel Vermont, tra due disastri: il divorzio di Bill da Lucille e la morte del piccolo Mark. Lei ha un'idea davvero così precaria della vita?

Sì, la felicità è precaria perché, semplicemente, la nostra vita è fragile e di catastrofi sui cui non abbiamo controllo ne incombono parecchie. Io vivo dentro questa consapevolezza. E' un atteggiamento che costringe a vivere con più attenzione e più profondità. La felicità per me è anche una vita familiare tranquilla, il paradiso di cui parlava Tolstoj.

Mentre scriveva “La felicità domestica” però Tolstoj scappava dalla moglie. Insomma, sulla pagina sublimava.

Sì, inseguiva nei campi le contadine...

Lei e Auster avete una figlia, Sophie. Qui a una delle due coppie muore il figlio. Nel penultimo romanzo di Auster il protagonista ha perso in un incidente aereo tutta la famiglia. C'è una fantasticheria di lutto che corre tra voi due, un po' come un esorcismo?

Credo che sia comune a tutti i genitori la sensazione che il dolore più insopportabile possa essere quello della morte di un figlio. Comunque, ho cominciato a scrivere il mio romanzo prima che Paul scrivesse il suo. Lui è veloce come uno schiocco di frusta. Diciamo (ride) che il bambino l'ho ucciso io per prima.

Il ragazzo che sopravvive, Mark, sembra nato invece per rovinare le vite altrui con le sue menzogne, i suoi furti e le sue fughe. Incarna il male gratuito?

No, è un ragazzo per il quale gli psichiatri potrebbero avanzare più di una diagnosi: personalità asociale, sociopatico grave. Io cerco di fornire delle tracce sul perché, nella sua storia familiare. La tragedia vera di mark è il fatto che sia incapace di sentimenti, non sa entrare in empatia con gli altri.

Gli occhi di Bill Wechsler, come lei li descrive, sono una traccia che ci porta a suo marito?

Paul mi ha ispirato. Ma col passare del tempo e col crescere delle pagine Bill è diventato un altro: non è eloquente, è un artista visivo e non sa verbalizzare, è più fisico. La differenza maggiore è che Bill sa pochissimo della propria vita interiore, cosa che davvero non potrei dire di Paul Auster. In verità nella mia esistenza il rapporto tra vita e scrittura è lo stesso che intercorre tra vita e sogno.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 13/09/2004




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