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La seconda generazione di migranti incontra la scrittira

"Dolce è la Cina. Dolce è l'umore di quando io e Jing, sdraiate su un prato soleggiato con le margherite che crescono vicino all'orecchio e l'odore di terra sotto il naso, ci scambiamo i nostri pensieri segreti provando a chiarire le nostre incertezze verso il significato della nostra esistenza". Sono parole tratte da un libro che ha pochi precedenti in Italia, uscito a marzo per la Giraldi editore, con il titolo Verso quale casa. Storie di ragazze migranti. Sono davvero poche le pubblicazioni che descrivono in profondità l'universo di quelle generazioni di migranti definite "seconde generazioni". Ragazzi e ragazze giunti in Italia nei loro primi anni di vita che hanno affrontato il distacco dal loro mondo prima, e poi le difficoltà dell'adattamento in una terra diversa. I giovani di origine straniera che crescono nel nostro paese sembrano intrappolati spesso nell'andamento altalenante di una doppia cultura. L'intento del libro è stato quello di scardinare la formulazione che dà per assodata un'identità etnica fissa ed immutabile. In Verso quale casa. Storie di ragazze migranti si odono voci diverse, quelle di donne migranti dell'Italia di oggi. Le nuove generazioni sono fondamentali per capire la riconfigurazione delle nostre/loro città: in qualche modo rappresentano un possibile futuro. Solo che a volte i protagonisti non hanno possibilità di espressione, quella stessa offerta al contrario dal libro. Nato sotto l'impulso di Chiara Patuelli, giovane storica dell'età contemporanea che da anni si occupa di intercultura, il libro raccoglie interviste a ragazze migranti, studentesse di Bologna ed Imola, e lascia spazio ai loro racconti scritti. Scritti e interviste sono accostati per la vicinanza dei temi e delle atmosfere: dal distacco al radicamento, dalla nostalgia alla memoria, dalla cittadinanza all'appartenenza. Il libro ha, però, una genesi ancora più lontana che risale a cinque anni fa. Nel 2000 infatti nell'Istituto tecnico commerciale di Bologna Rosa Louxemburg era nato un atelier di scrittura. Nella scuola - in quel momento - il 5% degli studenti era straniero (ora siamo al 10%). Per la maggior parte si trattava di ragazzi e ragazze marocchine. Il sabato le donne si riunivano al bar, anche se quel giorno l'Istituto era chiuso. Per i genitori erano a scuola, per loro era un modo di sfuggire alle incombenze domestiche e venivano coperte dalla preside. Attraverso sollecitazioni provenienti da varie parti, le ragazze furono invogliate a mettere su carta le storie emerse dal loro chiacchierare. Francesca Milani, referente per l'intercultura al Rosa Louxemburg, lanciò l'idea di replicare la stessa esperienza all'interno della scuola. L'atelier ha preso man mano il carattere di vera e propria autocoscienza e possibilità di comunicazione, in particolar modo per chi era da poco in Italia e scontava pesantemente la non conoscenza della lingua. Chiara Patuelli ha letto i racconti delle ragazze e ne ha intervistate alcune, decidendo che il materiale era molto interessante e poteva essere pubblicato. Jinchuan He ha vent'anni e quest'anno affronta la maturità. Forse il prossimo anno andrà in Inghilterra a studiare. Per il momento è una delle autrici e protagoniste di Verso quale casa. Storie di ragazze migranti.


Quando hai cominciato a frequentare l'atelier?


Subito, al primo anno di scuola. All'inizio era molto faticoso anche perché il pomeriggio avevo da fare a casa. In seguito però ho visto quanto poteva essere stimolante e, sopratutto, era gratis.


Come si svolge il lavoro?


Molto liberamente. All'inizio viene proposto un tema, si legge il brano di un autore per vedere cosa stimola. Poi si discute di questo in base alle nostre esperienze.


I racconti scaturiscono solo dal lavoro del gruppo o escono fuori anche per vostra iniziativa?


Molte cose, molti pensieri in realtà sono già dentro di noi. Il fatto di non parlare l'italiano ci porta a pensare molto e la scrittura riesce a tradurre questi pensieri.


Che stato d'animo hai quando scrivi?


Aver sofferto molto la solitudine ci fa coltivare un mondo interiore, una riflessione continua che porta quasi a sentirsi al di fuori del mondo. La scrittura rappresenta un modo per farsi conoscere all'esterno, è un rientro nella realtà. Tutto questo ci permette di appartenere ad una comunità e nello stesso tempo consente di evadere dai problemi.


Hai incontrato ostacoli nel frequentare l'atelier da parte della tua famiglia?


Famiglia e scuola sono due mondi completamente diversi, a volte si trovano in contrapposizione. Raccontare queste difficoltà attraverso la scrittura può aiutare ad accorciare la strada che divide questi due contesti.


Che impressione hai avuto del libro?

Sicuramente non me lo aspettavo, non credevo che le mie storie potessero essere pubblicate. Quando però la curatrice Chiara Patuelli ci ha comunicato l'intenzione di fare un libro sono stata veramente felice. Ora vado con le altre a presentarlo in giro per l'Italia e posso parlare della mia esperienza di vita in maniera serena.


Intervista di Alessandro Fioroni – LIBERAZIONE – 13/07/2005




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