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Klam, come infrangere un sogno americano

Matthew Klam, è stato indicato dal New Yorker come uno dei venti migliori scrittori americani under 40. Questioni delicate che ho affrontato dall'analista (Minimun Fax, pp. 218, €13) è la sua prima raccolta di racconti. Se parli con Matthew Klam e gli chiedi del suo controverso rapporto con il gentil sesso, ti guarda perplesso: “Che c'entra il mio libro con le donne?”, ti chiede. Ed ha ragione.

Certo il lavoro di Klam ha origine dal difficilissimo rapporto con il femminile, ma è solo un pretesto per parlare di un altro. Ossia di quel sogno americano che si infrange giacché più soldi fai e meno probabilità hai di raggiungere la felicità. Nell'offrirti ricchezza e opportunità quella terra sembra perciò condannarti per sempre al disincanto, al cinismo e alla rovina morale. E' da questo humus paradossale che nascono i sette racconti di Klam, sette brevi storie declinate al maschile dove emerge il dramma esistenziale di protagonisti incerti e confusi, destinati ad una vita sentimentale bulimica. Inclini a una sessualità disperata. Sostanzialmente dei falliti, che rispecchiano la loro sconfitta nel successo degli amici. Mentre negli occhi delle aspiranti mogli si può leggere il rimprovero per il treno perduto.

Ma sin qui è ancora tutto nella normalità. Lo scatto narrativo Klam lo impone dando un'impronta surreale proprio a questa ilare galleria di poveracci: così nasce Sam che ha avuto fidanzate sin dalla seconda elementare, e che invece si ritrova perdutamente innamorato di un avvenente ragazzo dai lunghi capelli neri. Ormai sulla soglia della porta dell'amato con un mazzolino di fiori, Sam si chiede se si possa diventare omosessuali così da un giorno all'altro. Nel disegnare il week-end di Vincent, che si immagina di passare un paio di giorni con la famiglia del fratello in un posto da cartolina, Klam ci fa scoprire che la bella vita è costruita con i soldi della mafia e che il vero motivo per cui Vincent è stato invitato è che deve prestare il seme al fratello impotente. Così ogni cosa resta in famiglia. C'è poi la ribellione del personaggio alle questioni delicate che ha affrontato solo dall'analista, che al megamatrimonio dell'amico ormai famoso – uno che ce l'ha fatta – sbotta rivelandone le balordaggini di fronte al corteo nuziale allibito. Tutto finto, tutto falso e molto da rifare sembra ironicamente suggerirci l'autore che di passaggio a Roma, abbiamo incontrato.

Lei descrive prevalentemente un rapporto conflittuale con il successo e la ricchezza. Perché?

Forse perché ne ho vissuto tutti gli aspetti negativi.

Si spieghi meglio.

Mio padre era molto povero, è nato e cresciuto ad Harlem, tra la 108 e Broadway per la precisione. Poi le cose improvvisamente cambiarono. Durante la mia adolescenza mio padre diventò un uomo di grande successo. Ma alla fine questo si rivelò una cosa nefasta: mia madre sembrava come soggiogata da quei soldi arrivati all'improvviso. Era come impazzita. Ricordo che comprava in continuazione scarpe e cibi costosissimi. Qualsiasi cosa potesse consumare le andava bene.

Anche i suoi personaggi sono piuttosto affamati di benessere.

Si tratta di persone tutt'altro che povere, che vivono nel cuore del sogno americano e cercano di essere all'altezza del momento imposto dalla società.

La parte oscura del sogno americano?

E' la prima persona che me lo chiede.

Davvero?

In genere mi chiedono il perché della mia misoginia.

Invece sarebbe più appropriato parlare del fallimento che si nasconde all'interno del successo e della ricchezza?

Esattamente. Io ho due carissimi amici che hanno avuto una vita cosiddetta agiata, profondamente intelligenti., ma anche estremamente frustrati, autodistruttivi e di certo non si possono considerare due persone di successo. E' un fatto che puoi estendere a molte persone. Allora mi chiedo perché queste persone si ostinano a ricercare un successo che difficilmente otterranno? La verità è che finiscono con il distruggersi pur di emulare un modello vincente che la società gli impone ma che non riusciranno a raggiungere. E' questa paura, quella di non essere all'altezza delle proprie aspettative, la linea guida del mio libro. Paura che non riguarda solo la vita finanziaria, ma che si infila anche nelle pieghe della vita privata, sessuale e sociale. Sto parlando di gente che rincorre disperatamente eleganza e status sociale, attraverso sontuosi matrimoni. Ma tutto alla fine suona come una specie di atroce barzelletta.

Ci faccia un esempio tratto dai suoi racconti.

Nell'ultimo dei sette racconti – Sposarsi in Europa – i due promessi organizzano un matrimonio in grande stile, ma poi tutti i parenti restano intrappolati negli aeroporti americani a causa di una terribile bufera. E mostro quanto sia stupida l'idea di andare così lontano, in un castello in Francia, solo per avere una fotografia indimenticabile, quando poi intorno non hai nessuno, nessun parente, nessun amico. Attraversi il mondo solo per conquistarti uno squarcio di vuoto e di solitudine. Dove manca la sostanza, gli affetti, il calore, lì si vive solo di apparenze.

Ma da dove vengono questi personaggi così fragili e confusi, questi protagonisti delle sue storie? Quali genitori letterari hanno avuto?

Io sono ebreo e questo stato di appartenenza ha ovviamente influenzato la mia maniera di costruire i personaggi. Posso quindi dirle che sono stato soprattutto influenzato dalla letteratura ebraico-americana del Novecento. Da Philip Roth, parlo soprattutto dei suoi primi libri. Ma anche da autori come Joseph Heller che si interroga, anche lui costantemente, sulla natura stessa di sogno americano, e su come si possa avere così tanta fiducia nei soldi e nel successo. Poi ci sono John Chever e White Norris, anche con loro sento di avere delle affinità.

Qual'è il suo rapporto personale con il danaro. Sa di correre questo rischio...

Il mio astrologo mi ha detto: “Tu non sei ancora pronto per fare i soldi perché non sapresti cosa farne”. Ora, all'età di 38 anni, con mia moglie stiamo progettando di comprarci la casa dove viviamo. Un progetto molto semplice. Ma è vero, forse se diventassi ricco diventerei anche pazzo. Per fortuna non uso droghe, non vado in ristoranti famosi, non faccio nulla che sia alla moda.

Tutta questa fobia per il denaro da che cosa è provocato? Lei all'inizio parlava della sua famiglia.

Mio padre, come le accennavo, è stato un ragazzo molto povero che poi si è arricchito per farsi proteggere dai soldi e dal successo. Ricordo che una volta mi disse: “Adesso, nella mia condizione non possono più toccarmi, non possono più ferirmi”. E si riferiva al mercato azionario, riteneva di aver affrontato la parte selvaggia del paese e di averla domata. E questo non è assolutamente vero. Non è vero ora che la situazione finanziaria negli Stati Uniti non è incoraggiante. Infatti i soldi non ti proteggono e arricchirti non significa essere al riparo dei pericoli. Adesso mio padre è solo un uomo molto preoccupato, che, dall'attuale situazione economico-finanziaria americana, è stato investito in pieno e non credo che si senta più così invulnerabile.

Si sente tradito dal mercato?

Il denaro ti regala una sicurezza effimera e quello che accade negli Stati Uniti è un segnale evidente, che dovrebbe far riflettere. I soldi sono un elemento molto confusivo nelle relazioni umane, proprio perché alterano i rapporti tra persone. Inoltre il mercato è qualcosa che non esiste, puoi essere rovinato e apprendere della fine del tuo patrimonio virtuale attraverso la televisione. Questo è veramente pazzesco. Improvvisamente perdi tutte le tue certezze. Improvvisamente il listino di borsa ti informa che non sei più nessuno e che non conti più nulla.

Eppure nel libro tutti si affannano a rincorrere il benessere.

Quello che cerco di raccontare per tornare al libro è questo senso di superficialità, di non sense del frenetico mondo americano. E' come vedere un uomo seduto alla sua sedia di megaburocrate che poi continua ad avvitarsi su se stessa. Allora il soggetto diventa la sedia e l'uomo continua a girare senza che ci sia un vero perché.

Chiedersi il perché di un'azione è però a volte molto pericoloso...

E' molto più pericoloso il contrario. Se sei americano, hai un aspetto piacevole, sai parlare con la gente, sciare e giocare a tennis, in teoria potresti sentirti invincibile e potresti fottertene del mondo che ti circonda. Ma alla fine sono personaggi che suonano falsi e ridicoli. A meno che poi non decidano di fare i politici.

I politici sono ridicoli, quindi?

E' ovvio non tutti. Ma quelli che rappresentano il perfetto senatore americano sportivo, sempre ottimista e con la battuta in tasca, quelli mi sembrano delle macchiette, non mi sembrano reali, vivi.

Intervista di Lia Colucci – L'UNITA' – 03/08/2002

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