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Viaggio in Urss quand’era felice

Dominique Lapierre è un signore di settantaquattro molto vigoroso. Lo si capisce dalla stretta di mano e dalla parlata forte, che mette voglia di rispondere e di fare. Simpatico, battagliero, senza paura. Neppure di fronte ai soldi e al bisogno di soldi, un milione e mezzo di euro all’anno. Nella sua storia di scrittore ci sono libri che hanno venduto milioni di copie, che sono diventati film, che hanno commosso mezzo mondo: La città della gioia, ad esempio, dedicato ai poveri dell’India. Adesso lo preoccupano un milione e mezzo di euro. All’anno. Perché? Sarebbe l’ultima domanda. In realtà dovremmo dire di un libro appena pubblicato dal Saggiatore e che racconta un viaggio di mezzo secolo fa, in auto, nell’Urss di Krusciov senza più Stalin. All’ultima domanda Lapierre risponde ricordando un proverbio indiano: “Tutto ciò che non viene donato va perduto”. Lapierre ha cominciato donando una buona parte dei suoi diritti d’autore (milionari per fortuna) per aiutare i bambini lebbrosi di Calcutta, per creare una associazione che li difendesse, per garantire assistenza, per scavare pozzi e ricostruire capanne, per rifornire di medicinali... Tra Calcutta, Madras, Bhopal, ma anche in Africa e in Sudamerica. Quei soldi occorrono per tenere in piedi la sua impresa benefica.
Dominique Lapierre è stato un grande viaggiatore, per giornalismo, per mestiere, e per il gusto di vedere e di raccontare, come in quest’ultimo libro italiano, C’era una volta l’Urss. Libro strano: scritto oggi, non tradisce la freschezza d’allora, mezzo secolo fa, cioè lo sguardo senza pregiudizio, senza la politica o l’ideologia di Aragon o di Sartre, antideologico, curioso e aperto, solidale con le persone e i luoghi, con quel mondo, l’universo comunista, che Lapierre andava ad osservare, lui, giovane ed esuberante giornalista di Paris-Match in compagnia dell’amico fotografo, Jean-Pierre Pedrazzini, accompagnati dalle rispettive mogli, Aliette e Annie. Al volante di un bellissima station wagon, una Simca. Quindicimila chilometri da Parigi alla frontiera polacca di Brest-Litovsk, per Minsk fino a Mosca e poi a Charkov, Kiev, ancora più a sud fino al mar Nero, fino a Jalta, Soci, Tiflis (che ancora piangeva il grande padre Stalin) , risalendo poi a Rostov, Charkov, Mosca... In compagnia di un giornalista russo, Slava Petuchov, e della sua compagna. Nessun occidentale s’era avventurato liberamente lungo le infinite strade dell’Unione Sovietica dopo la guerra. Era quasi l’estate del 1956, Krusciov aveva già letto il suo discorso, la destalinizzazione era cominciata. Quel permesso accordato ai quattro giovani francesi poteva esserne una conseguenza. Pare che Krusciov stesso se ne fosse occupato.


Siete entrati nelle case degli operai, dei medici, dei colcosiani. Che idea avete tratto di quell’immenso paese ?


Di un paese felice. Forse felice no. L’idea di un paese che viveva in uno stato vicino alla felicità. Sereno, positivo, che aveva voglia di andare avanti, generoso, ospitale....


Lei si meravigliava (e comunicò la sua meraviglia all’amico Slava) dei cartelli che inneggiavano alla pace. Non era naturale a dieci anni dalla fine della guerra?


Era naturale. La gente che incontravo aveva vissuto l’orrenda esperienza della guerra, molti erano stati soldati in guerra, l’operaio di Gorki, Ivan Gregorevic Sitnov; il chirurgo di Tiflis, Georgij Varlamovic Mossesvili; il ferroviere di Minsk, Viktor Anufrevic Sitceiko. Non mi stupiva l’esaltazione della pace, riprodotta su quei grandi cartelli, che incontravamo ad ogni passo. Mi colpivano le osservazioni di Slava, quando chiedevo perché il governo sentiva il bisogno di esporre quei cartelli e tanti altri per il lavoro, per la produzione, per l’agricoltura... Slava rispondeva che non era il governo, ma era il popolo a volerli. C’era la completa identificazione del cittadino con lo stato, nessuna discrepanza. A proposito di pace e di contraddizioni sovietiche, chiesi a Slava che cosa pensasse dell’aiuto del suo paese alla Corea del nord che aveva invaso la Corea del Sud. Mi rispose semplicemente che era vero il contrario: che la Corea del Sud aveva tentato di invadere la Corea del Nord. Allo stesso modo nessuno si sognava di contestare l’organizzazione economica e sociale del paese: che non ci fossero strade, che la benzina fosse introvabile, che le merci fossero scarse, che l’informazione fosse ufficiale e basta. Per una ragione soltanto mi parve che soffrissero senza negare la sofferenza: la casa, la coabitazione.
Colpisce un altro aspetto nelle testimonianze: tutti vanno a scuola, tutti costruiscono nella scuola l’avvenire...


La commessa dei grandi magazzini Gum non rinuncia all’istruzione. Il figlio del meccanico frequenta l’università. La scuola è una grande occasione di promozione sociale, ma è anche un dovere verso il paese. La convinzione che si debba crescere per il paese. Un paese che ti proteggeva dalla vita alla morte, che ti dava il lavoro, l’ospedale, la cultura, venti giorni di vacanza sul Mar Nero, una casa microscopica ma quasi gratuita. Non sarà più così. In compenso ho visto aprire una esposizione della Rolls Royce a Mosca e un negozio di Vuitton a Kiev.


Avrebbe mai pensato che quel mondo sparisse nel giro di pochi anni?


Slava Petuchov m’assicurava che l’Urss sarebbe esistita anche fra mille anni. Quasi quasi me ne convinsi anch’io. Ma qualche segnale opposto lo si poteva cogliere.


Ad esempio?


A Kiev ci capitò di assistere a un matrimonio religioso. Si sposavano Vladimir Ivanovic Curko e Marja Aleksandrovna Ulanova, operai in una fabrica di mobili....


Ecco la foto del loro matrimonio. Il libro presenta molte splendide foto di Jean Pierre Pedrazzini...


Infatti. Gli sposi con le icone in mano, lei velata, attorno gli invitati. In chiesa il prete aveva officiato un rito interminabile: tre ore di messa cantata. Era l’immagine di una persistenza: malgrado tutti gli sforzi per cancellare la religione, la religione rimaneva. Come se la Russia degli zar non fosse mai morta. Si capiva che la rivoluzione non avrebbe mai raggiunto l’obiettivo. Ma era imprevedibile la velocità della sua fine.


Ma che cosa alla fine avrebbe deciso?


La televisione. Cioè la possibilità di comunicare con il resto del mondo, di vederlo. E quindi di confrontarsi. Di confrontare i banchi vuoti dei negozi sovietici con l’opulenza dei nostri magazzini. Penso ai poveri che popolano le bidonville di Calcutta: hanno capito che esiste un’altra vita fuori dalle loro bidonville e che non c’entra il karma, la religione o altro con la loro povertà. Non vorrei trovarmi a Calcutta quando un Gandhi violento prenderà la testa delle rivolta di quei poveri per uscire dalla loro povertà.


Lo sposalizio di Kiev. E un’altra immagine?


L’erba sulla strada asfaltata, appena dopo il confine. Non ci passava mai un’auto e l’erba tingeva l’asfalto di verde. O la donna che ci chiese di sgonfiare la gomma della nostra Simca per poter respirare un po’ dell’aria di Parigi.


Ha mai rivisto qualcuna delle persone conosciute durante il viaggio?


L’armeno Georges Manoukian. Aveva baciato la bandierina francese che sventolava appesa all’antenna radio della macchina. Per questo il Kgb lo arrestò. Strana storia quella di Manoukian. Era nato a Marsiglia. Dopo la guerra si lasciò convincere dalla propaganda e dalla promessa di casa e lavoro a conoscere il paese della sua famiglia. Furono migliaia gli armeni che per la stessa ragione avevano lasciato la Francia. Dopo anni si rifece vivo con me: voleva tornare in Francia, la Francia non voleva accoglierlo temendo che fosse una spia, riuscii a interdecedere, Manoukian tornò a Marsiglia.


E Slava Petuchov?


Dopo la nostra partenza, scrisse per la Konsomolskaija Pravda un articolo che denigrava il nostro lavoro. Probabilmente si vide costretto a scriverlo. Rimanemmo amici. È morto una decina di anni fa. Ho conosciuto sua figlia Alicia.


Poi venne Budapest, la rivolta


Jean Pierre Pedrazzini ripartì per l’Ungheria. Il 30 ottobre era nella capitale, davanti al quartier generale del partito comunista. Venne falciato da una raffica di mitra. Lo riportarono a Parigi. Morì pochi giorni dopo.


Che cosa rappresentano i poveri di Calcutta?


La straordinaria capacità dell’uomo di essere più forte delle avversità.


Intervista di Oreste Pivetta – L’UNITA’ – 26/10/2005




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