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Nel mare della globalizzazione, a caccia di segreti

Diciamo che metà dei miei romanzi li ho scritti in mare e l'altra metà sulla terra ferma, ma quasi sempre è quando sto al largo che mi vengono le idee migliori”. Bjorn Larsson prima di rispondere ci pensa su un attimo, serio, poi si scioglie in un sorriso e ammette che sì, è il mare il suo "posto". Nato in Svezia, docente all'Università di Lund, filologo, traduttore dal danese, inglese e francese, Larsson è uno dei più noti scrittori scandinavi. A bordo della sua barca a vela "Rustica", ma non solo come ci ha spiegato, ha scritto nell'ultimo decennio una mezza dozzina di romanzi, da Il cerchio celtico a Il segreto di Inga - appena pubblicato come i precedenti da Iperborea, la casa editrice milanese che si dedica alla narrativa dell'estremo nord d'Europa - ricchi di mistero e di fascino. Lo abbiamo incontrato a Torino, dove è stato uno degli ospiti della recente Fiera del libro.


Signor Larsson, il suo ultimo romanzo, "Il segreto di Inga", riflette sul lato in ombra della modernità, tra spionaggio satellitare, Echelon e il moltiplicarsi dei gruppi millenaristi. Cosa ha trovato?

La chiave per me è soprattutto quella del segreto come fenomeno esistenziale, anche se è evidente che guardo anche a tutti quegli esempi di natura politica e sociale nei quali questa dimensione "nascosta" emerge. In questo senso mi sembra che mai come oggi la riflessione intorno alla segretezza sia d'attualità nel mondo, lo stesso dibattito sulla privacy lo dimostra. Basta pensare a tutte le conseguenze che ha provocato la tragedia dell'11 settembre anche soltanto nella nostra quotidianità: tutti i controlli a cui i cittadini sono sottoposti, ma anche tutte le attività segrete a cui gli Stati si dedicano in nome della sicurezza. Si potrebbe quasi arrivare a dire che intorno all'idea del segreto, a quest'uso della segretezza, oggi è sempre più minacciata la stessa coesione interna alle nostre società. Personalmente, per scrivere il mio ultimo romanzo sono partito da una riflessione sui segreti che ciascuno di noi cela dentro di sé e poi ho allargato il mio sguardo a quanto sta accadendo oggi nel mondo.

Eppure, l'idea che esistano segreti che accompagnano la nostra esistenza pubblica, quasi realtà parallele o gruppi che operano nell'ombra, è un elemento che sembra tornare nelle sue storie, dal "Cerchio celtico", passando per "L'occhio del male", fino a "Il segreto di Inga". Di che si tratta?

Credo che effettivamente questo sia un tema importante, perché ciò che resta celato, nascosto, ciò che non si può o non si vuole chiarire, può rappresentare una minaccia. Faccio un esempio: la scienza dovrebbe rappresentare qualcosa di pubblico, di trasparente, non qualcosa di assoluto, ma pur sempre uno strumento che ci aiuta a trovare la "verità". Accade invece che anche la scienza, come molte altre cose, sfugga a ogni controllo, non sia più legata in alcun modo società: ecco, è questo il vero problema che mi interessa mettere al centro di molte delle cose che scrivo. Credo del resto che questi siano argomenti importanti per la letteratura come per la vita stessa: la confidenza, la fiducia, la menzogna sono forse le cose che più segnano le nostre esistenze, in coppia come da singoli.

Quindi indagare i segreti del mondo significa in primo luogo anche analizzare se stessi?

Certo, e il ruolo dello scrittore credo sia proprio quello di far emergere questa parte non visibile a prima vista delle cose. Più che raccontare l'attualità, che deve trovare sì spazio ma insieme a altri elementi, la narrativa deve cercare soprattutto di scavare sotto a ciò che appare in superficie, di mettere in luce la parte in ombra delle cose, appunto, i loro segreti.

Talvolta questa ricerca oltre il quotidiano può produrre anche risultati inattesi, addirittura una sorta di segnali premonitori. Questo sembra almeno il caso del suo "L'occhio del male", scritto nel 1999, nel quale veniva annunciato un enorme attentato dei fondamentalisti islamici nel cuore di Parigi. Quasi un annuncio dell'11 settembre, no?

Effettivamente... Io però ho scritto quel libro pensando alla situazione algerina, come atto di solidarietà verso gli intellettuali, gli scrittori di quel paese che subivano le minacce e le violenze dei gruppi integralisti e dell'esercito. All'epoca non c'era una vera minaccia del fondamentalismo verso l'Europa o l'America, ma mentre mi documentavo sulla situazione dell'Algeria per costruire il mio romanzo, ho scoperto una realtà che sarebbe potuta arrivare fino a noi. E questo è ciò che poi è accaduto davvero con l'attentato alle Twin Towers e con altre tragedie.

Come filo conduttore dell'edizione di quest'anno della Fiera del libro di Torino, era stato scelto il tema del "sogno". Il mare, che è al centro della sua scrittura come della sua vita, rappresenta qualcosa di più di una metafora onirica, non crede?

Si, anche se io credo che i sogni debbano tenere conto della realtà, essere realistici, vale a dire realizzabili. I sogni troppo legati all'utopia non mi affascinano, mi sembrano lontani dall'esperienza concreta della vita. Ed è proprio il mare che mi ha insegnato, per paradosso, ad avere "i piedi per terra", a non dare della vita che vi si conduce un'immagine romantica o alla moda, del tipo tour del Mediterraneo sul ponte di una nave a bere Martini... No, il mare è un'altra cosa.

Quindi com'è il mondo osservato dal mare? Nel "Cerchio celtico" lei ha raccontato come lungo le coste dell'Ovest europeo, dalla Galizia all'Irlanda passando per la Bretagna, si sia sviluppata una cultura comune che poi non sempre si estendeva alle profondità interne di quei territori. Il mare costruisce così la sua identità e quella degli altri?

Sì, credo proprio che accada così. Anche in Svezia, l'interno era attraversato da foreste impenetrabili, non si poteva andare da una parte all'altra del paese se non lungo le coste e così è stato il mare a costruire l'identità di quel popolo. Proprio come è accaduto per i popoli celti che, se si può dire così, stanno insieme grazie al mare. E' studiando la cultura celtica che ho fatto quella che per me è stata una vera sorpresa, ho capito la centralità del mare nello sviluppo di tante comunità.

Se è vero che partecipa a definire l'identità di popoli e paesi, non è però altrettanto vero che il mare può essere considerato quasi come una metafora della globalizzazione, del superamento di ogni barriera e confine tra le culture?

Sì, c'è questo elemento, ma sempre di più c'è anche il rischio che il mare "diventi terra", che sia cioè sottoposto a regolamenti e limitazioni di ogni sorta, a controlli e confini. La libertà di chi vive libero in mare rischia di restare un ricordo romantico. Fin qui io ho navigato soprattutto in Europa, ma non sempre mi sono sentito libero, e nel resto del mondo è anche peggio.

Intervista di Guido Caldiron - LIBERAZIONE – 11/05/2005




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