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“Le donne arabe sono prigioniere della tradizione”

“La legge sul "velo”? Una difesa per le donne. La possibilità che a scuola si possa ridere, giocare, fare quello che si vuole senza imposizioni, perché si tratta di uno spazio laico dove si è tutte uguali e tutte libere”. Per Leila la legge che tra mille polemiche il parlamento francese approvò lo scorso anno per vietare "l'uso di simboli religiosi evidenti" nelle scuole, rappresenta una garanzia per la libertà delle giovani donne musulmane. Poco meno che trentenne, nata in Francia da una famiglia marocchina, Leila ha raccontato in un libro choc, Murata viva, Piemme (pp. 324, euro 14,90), il "matrimonio forzato" a cui i suoi l'avevano destinata. Una pratica diffusa nelle famiglie dell'emigrazione maghrebina e turca, in Francia come in altri paesi, che coinvolge decine di migliaia di giovani donne. Ma Leila, dopo la repressione e le botte già subite in famiglia prima del matrimonio, si è ribellata, ha deciso di separarsi dal marito che non aveva scelto, e di iniziare una nuova vita raccontando la sua storia da “prigioniera della legge degli uomini”. Da allora vive ancora nascosta e cela il suo nome al pubblico.


In quale momento e come ha capito che non avrebbe sopportato più quella situazione, il matrimonio che le era stato imposto?

Credo che sia stato quando mi sono accorta di essere incinta che ho capito che non potevo più continuare a vivere così, a subire quella situazione. Pensando alla nascita di mio figlio, mi sono chiesta se avessi avuto la forza di reagire in quel momento, mentre ero ancora giovane e avevo ancora la vita davanti a me, o se invece questa forza mi mancava e avrei finito per continuare a soffrire per poi svegliarmi a sessant'anni e accorgermi che la vita intera era ormai dietro di me. A farmi decidere è stato proprio il pensiero di mio figlio, di ciò che avrei potuto offrirgli restando in quella situazione, schiacciata e prigioniera.

Quello che lei descrive, il "mondo" nel quale è stata prigioniera, è regolato dalle leggi dei maschi, ma quale ruolo e spazio vi possono avere le donne?

Effettivamente gli uomini sono educati all'idea che le donne li debbano servire tutti i giorni della loro vita e noi ragazze siamo allevate per imparare a servirli. Ci fanno crescere con l'idea di questo futuro mitico da "buona sposa". Fin dall'infanzia una donna è formata a questo destino e più imparerà da piccola, si pensa, più sarà brava a servire i maschi da grande. Mio padre nutriva per me anche delle aspettative professionali, ma ancor prima che qualunque possibile riuscita in società, gli interessava che io potessi diventare una sposa e una madre "esemplare". Soprattutto una sposa che non fosse ripudiata, per qualche motivo, dal proprio marito.

Nemmeno le donne della sua famiglia hanno cercato di difenderla, di proteggerla dal destino che le veniva imposto?

No, non sentivano di dover intervenire e, anzi, condividevano ciò che mi veniva imposto. Si deve capire che i matrimoni imposti sono qualcosa che si tramanda, in qualche modo, di madre in figlia, da un famiglia all'altra, da una generazione all'altra. Anche mia madre è stata costretta dalla sua famiglia a sposare un uomo che non conosceva, poi però i miei hanno imparato a amarsi e sono vissuti felicemente per tanti anni. Questo non contraddice il fatto che le donne hanno sempre fatto parte di questo meccanismo. Quando i miei genitori sono arrivati in Francia dal Marocco, hanno cercato di preservare in tutti i modi le loro tradizioni, la loro cultura, senza accorgersi che tutto intorno a loro le cose erano cambiate, erano diverse. Invece di cambiare anch'essi, la loro reazione è stata quella di preservare in modo ancora più stretto ciò che consideravano come le tradizioni del loro paese. Non hanno capito che per la mia generazione, come sarà anche per le generazioni future, si deve parlare di una doppia cultura: non si è più solo figli o figlie di marocchini o algerini, anche se si conservano ancora con questi paesi dei legami molto forti, ma si è dei francesi, con tutti i diritti e le libertà che questo comporta e certo anche con dei doveri. Le donne fino ad ora non si sono poste domande, non si sono ribellate, perché questa era la tradizione, ma ora le cose stanno cambiando e le ragazze del futuro non accetteranno più imposizioni e violenze.

Nel modo in cui lei descrive la sua famiglia in Francia viene da pensare a due vite parallele: da un lato il desiderio dell'integrazione e della riuscita sociale all'esterno, dall'altro una cultura separata, regolata sui modi della tradizione maschile, che continua a governare lo spazio dell'intimità domestica. Due vite che non si incontrano mai?

Credo che sia un po' così in effetti. Premesso che per i miei genitori, come per tante altre famiglie venute dal Maghreb, non è certo stato facile stabilirsi in Francia. Sono arrivati negli anni Sessanta, spesso senza parlare una sola parola di francese, molti non sapevano né leggere né scrivere, non avevano mai visto tanta gente diversa, l'esperienza stessa della loro vita quotidiana era una sfida continua. E molti, arrivando, pensavano che non si sarebbero mai fermati qui, progettavano il loro ritorno nei paesi del Maghreb. Solo che poi siamo nati noi, è stata approvata la legge sul ricongiungimento familiare e quello che doveva essere un soggiorno temporaneo è diventato la vita intera. I ragazzi nati da queste famiglie, ma in Francia, hanno assorbito entrambe le culture, quella francese che si vive una volta varcata la porta di casa, e quella marocchina, in cui ci si immerge quando si rientra, la sera, in famiglia.

In Europa c'è un grande dibattito intorno all'Islam in questo momento, ma nella sua vicenda personale quale peso ha avuto la religione?

Non penso che il problema sia stata la religione. Mio padre non è mai stato un fanatico, un integralista, vive la sua fede in modo normale, come tanti altri. Piuttosto credo che sia stata la tradizione a pesare di più sulle scelte dei miei genitori: si sono detti "siamo marocchini e restiamo marocchini". Nel frattempo, per alcuni sono passati anche cinquant'anni, senza che le cose mutassero davvero. Così sono scoppiati i problemi, specie con le ragazze, perché la grande paura delle famiglie era e resta la possibilità che queste ultime sposino dei giovani non musulmani, magari dei francesi non maghrebini: è questo che li inquieta di più. Non penso che i nostri genitori arrivino quasi a capire quanto ci fanno soffrire, per loro si tratta di seguire la tradizione e basta.

Intervista di Guido Caldiron – LIBERAZIONE – 16/03/2005




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