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Il mostro e il male

Il poeta parla del mostro: “Mi sorprendeva molto che ci fosse questo contadino, il Pacciani, che avesse fatto questo lavoro di anatomia, di macelleria, però raffinata; e la presenza di qualche altra - chiamiamola così - personalità, veniva un po’ da sé; e se ne son mormorati di nomi strani in questi anni. Ora si leggono queste nuove rivelazioni. C’è questo livello, che non chiamerei alto, piuttosto segreto. Se hanno trovato qualcosa di attendibile come prova, o come indizio che possa diventare prova, avremo modo di vederlo. Se c’è ancora la possibilità, dovrebbe essere un dovere chiarire, demistificare. È giusto continuare a cercare. Questa vicenda è una macchia. Ma una macchia quasi inevitabile nel corso di una lunga storia della città di Firenze”.

Il grande poeta italiano che sono andato a sollecitare sulla storia nera del “mostro di Firenze”, parla con voce fioca, ha il viso stanco, le palpebre arrossate, un leggero tremore delle mani, e finisce inevitabilmente per fare una riflessione sconsolata sull’uomo di oggi, sulle sue rare grandezze, sulle sue infinite miserie.

Ci troviamo a casa sua, semplicissimo appartamento in condominio in via Bellariva, sul Lungarno Colombo. È tramonto inoltrato, fa tanto freddo, anche se le nevicate degli ultimi giorni sono un ricordo. Libri dappertutto. Il poeta dice che sembra sempre che l’uomo voli a grande altezze, che si elevi per toccare finalmente vette di non ritorno, e poi, invece, inesorabilmente, si schianta al suolo con le sue ali liquefatte.

Dura da quasi quaranta anni la saga granguignolesca delle coppiette fatte a pezzi, agguati nel verde e nel buio di colline e boschi che circondano Firenze, mostri che ubbidivano a rituali satanici, per abbietta iniziativa o in esecuzione di input abbietti. Se ne riparla perché gli investigatori hanno la sensazione di toccare ormai con mano quel “secondo livello” che avrebbe dato il via alla mattanza infinita: otto duplici delitti; o sette, a escludere quello del 1968 (che potrebbe avere avuto storia sua propria), che hanno martellato con macabra frequenza sino al 1985. La “Pacciani story”, con il suo grottesco e efferato sabba di Lotti e Vanni, sinistri “compagni di merende”, da tempo si è innestata nell’immaginario dei fiorentini, anche se non in quello dei giovanissimi. Il poeta è Mario Luzi che sta per compiere novanta anni: uno dei figli migliori di quest’ultimo secolo dannato, che continua a scrivere versi con la tenacia e la perizia con cui i contadini di una volta maneggiavano l’aratro.

Beh: lei mi domanda come sia stata vissuta a Firenze questa tragedia ininterrotta… Si è sempre detto, più che altro sono sempre state mormorazioni, che le indagini apparenti non erano quelle che veramente avevano rapporto con i fatti, invece, latenti. Si è sempre detto che si cercasse in ambienti che poi però mascheravano o dissimulavano altro. Certo sono sempre stato colpito da questa presenza dell’oscuro, dell’irrisolto, da questo grumo del male non razionalizzato, non salito alla ragione, alla coscienza, che esiste anche in un posto così civile così celebrato per la sua bellezza, ma anche per la sua razionalità, come è Firenze. Il Rinascimento è un po’ il trionfo della ragione. Le stesse opere più prodigiose che Firenze ha prodotto - Brunelleschi… Dante - rappresentano il processo razionale portato agli estremi, che ha superato i suoi limiti. Insomma, questo è il tessuto, la sostanza della città, della cultura fiorentina, della civiltà. Ma c’è sempre stato, effettivamente, anche questo grumo di male irrisolto che fa contrasto. Il paradosso è proprio questo: che a Firenze ci fosse questo mostro, questa mostruosità”.

Solo storia contemporanea?

No. Pensiamo alla faziosità che qui, nei secoli, è stata continua e ha assunto spesso aspetti feroci, valga per tutti la congiura dei Pazzi, cose che hanno finito col lasciare traccia nella psiche profonda della città, ferite forse non rimarginate. Ci sono queste battute di arresto della civiltà. Abbiamo vissuto un secolo in cui sono successe cose che non si pensava neanche che l’uomo potesse perpetrare. Ma questa ha qualcosa di latente, di occulto, di irrisolto. Sembra umanamente mal digerita. Sono state prodotte grandi empietà: non solo uccidevano, ma sfregiavano, sezionavano i cadaveri. Questo contrasto paradossale mi ha sempre molto colpito. Turbato? Sì. Nel senso che queste cadute, in fondo, giacciono dentro di noi, appartengono allo schema del processo umano. Contraddizione che la vicenda del mostro presentava in questa forma occulta e quindi ancora più inquietante, un po’avvilente, se vogliamo. Purtroppo questa grammatica c’è.

A cosa allude?

Pensi a quello che ha fatto, non solo contro gli ebrei, ma contro tutto il mondo, la civilissima Germania di Goethe. O alla Russia, che ha scientificamente soppresso intere generazioni. In quei casi per presunte ragioni ideologico politiche, ma in generale questa epoca, che sembra matura, che sembra peccare anzi di eccesso, quasi di sazietà della cultura, del sapere utile, quotidiano, è ignorante e tale rimarrà sulle grandi questioni. Nel secolo di Proust, sono avvenute le cose più crudeli: i macelli di Pol Pot… e quante ecatombi, quanti genocidi, crudeltà delittuose criminali ad hoc, ad personam… Lei mi chiede se l’uomo è destinato sempre a ricadere, a ripiombare. È purtroppo vero che rimane qualcosa che sfugge alle facoltà di auto dominio dell’uomo.

Guardiamo più da vicino alla vicenda del mostro di Firenze.

In questo caso, forse, è stato sfruttato malevolmente, malignamente, con intenzione perfida, questo lato oscuro che negli uomini c’è. Questi contadini poveracci che andavano a ammazzare, probabilmente sono stati catturati da quei mandanti, sempre che ci siano. Io credo che ci siano questi mandanti, non credo che questi tre contadini “bontemponi”, abbiano fatto tutto da soli. Evidentemente qualcuno ha approfittato di una sordità e di una cecità che rimane nella natura dell’uomo, anche quello apparentemente bonario, anche nei nostri tempi civili. E se ne è servito....

Come immagina il mostro mandante?

Come il rappresentante del male diabolico, intenzionale, organizzato, il male dei nazisti. In questo caso per scopi, forse, di superstizione, o occulti: l’occultismo nel senso nero, la magia nera, l’esoterismo della mano sinistra, che si compiace della crudeltà, del perfido. Poi c’è l’altro esoterismo, che è passione per la conoscenza, anche se magari lei può non condividere. Mah… Non direi: Firenze non è una città che ha particolari tradizioni di esoterismo o magia nera. Certamente in questa città si è consumata la storia, è accaduto di tutto. Ma Firenze non è Torino, o il triangolo di Berna o Berlino. Firenze non mi pare abbia, per sua caratteristica, questa tradizione. C’è una forte massoneria. Ma è quella dell’origine che si è corrotta nel corso del tempo; da queste parti c’è stato persino Gelli, ma rappresentava manovre, intrigo. Che c’entrano con questo le messe nere, i sacrifici umani, come si vocifera che ci siano stati? Come in ogni città molto lavorata nella cultura, qui c’è stato anche l’esoterismo orientale, e l’induismo; anche sette, forse, ma non sette che facevano sacrifici umani. C’è stato un periodo in cui la Società Filosofica, agli inizi del secolo, era molto occupata da conoscenze anche appunto di tipo occultistico e in senso esoterico. Ma tutto questo era intellettualismo, comunque alla luce del sole.

La vicenda del mostro rivela qualche altra cosa?

Il monstrum: ecco, questa quantità dell’umano che non è salita alla coscienza e alla ragione, come le dicevo prima, rende l’uomo vulnerabile. Hanno inflitto ad altri la morte, ma anche questi che hanno operato, sono persone che sono state vulnerate, che sono state certamente prese nella loro piaga umana irrisolta, non guarita. Nel mondo purtroppo c’è il mostro e c’è il male. Il male secondo me esiste. Proprio per questo dico che c’è qualcosa che la coscienza e la ragione non hanno assimilato del tutto. Rimangono zone nere, oscure, sui cui è possibile incidere in vari modi.

Il male c’è, è costituzionale nell’universo. È questo che vuole dire?

Sì. C’è la vita e l’antivita. Questo dualismo, che poi diventerà il Bene e il Male nella religione e nella credenza dell’uomo, è presente. Inutile girarci intorno. Esiste proprio questa dualità bene-male, come fondamento universale. Ho cercato di farla dire anche a Gesù Cristo nella mia Passione. Lei forse non la conoscerà: è un monologo di Gesù con Dio, quando si avvicina alla Croce: c’è questa dualità, un interrogativo che è innanzitutto di Cristo. Il lato oscuro, che magari chiamano il maligno, penso ci sia, e non occorre essere manichei per riconoscere queste forze contrarie che si combattano nell’universo. Accade. Ma questa forma del male ci ripugna troppo.

Cos’è cambiato in duemila anni di cristianesimo?

Il male non è eliminato, e non solo si ripropone, talvolta si moltiplica. Però aumentano la coscienza del male, la consapevolezza, la condanna sociale, il rimorso. Ma questo non impedisce che il male sia fatto. Tutto è perennemente in discussione, purtroppo. L’uomo è sia quello che va in Iraq sia quello che va su Marte.

E che fa un poeta di fronte a questo?

La poesia fa sentire il male più male che mai. L’effetto della poesia è esprimere al quadrato quello che l’uomo, normalmente, percepisce nella sua quotidianità, anche nella condizione di sofferenza. Così come le rare letizie vengono spesso esaltate, illuminate. Però sono molto rare. Ma per tornare al nostro discorso: una storia memorabile, con nodi ancora da sciogliere, e anche lei, dopo tanto tempo, viene da me a chiedere. E se ne parla, è qualcosa che non è sopito, non è passato….

Gli faccio vedere «La Nazione» che ha in prima pagina la foto del cannibale di Germania che aveva scelto via Internet la sua vittima da mangiare.

Altra mostruosità. Di casi di cannibalismo se ne era parlato in passato, ma in circostanze drammatiche. Invece il mostro, in Germania, la sua vittima se l’era scelta come pasto. Anche questa storia del pasto affonda nell’oscuro... il pasto totemico. Sopravvivenze, oppure risvegli, di istinti ancestrali dell’umano. Sto arrivando ai novanta anni. Non voglio disdire nulla di quello che in fondo ho cercato di dire e affermare. Però devo anche riflettere su certe evenienze. Il dubbio resta. D’altra parte anche la fede - per chi ce l’ ha- è piena di dubbi.

Come immagina il secolo che entra?

Pieno di rischi per l’umanità. C’è qualche fascinosa promessa, però non di felicità, forse di potenza. L’uomo può fare procedere la scienza, la tecnica, la tecnologia. Ma non la felicità. È molto arrischiato il presente. Se vogliamo prospettarci un’umanità che s’assomiglia a noi, non avrà tanto da ridere. Forse ci sarà un uomo disumanizzato, privo di quell’humanitas che abbiamo privilegiato e amato nell’uomo. Animale ancora umano, che ancora appartiene alla specie umana, ma che è tutt’altro. Che non sa leggere, non sa ascoltare, non sa amare, limita la conoscenza a cose esteriori, anche se importanti, ma esterne all’uomo. Penso, a esempio, alla Nasa: quante cose ha introdotto, ha aggiunto alla conoscenza. In fondo, il sapere cresce, ma non, di pari passo, la coscienza dell’uomo. Questo squilibrio produrrà un’umanità, ma non lo so come. Archimede aveva ideato macchine importanti ma non le aveva poi pubblicate, perché capiva. Questa è almeno la leggenda. Ma una leggenda che nasconde qualcosa di profondo: l’uomo contava più di tutto. La centralità dell’uomo. Oggi non è più così. Potrà esserci anche la crisi dell’individuo. Pensi a cosa si prepara. Ciò che prevedo? Un dilemma. O un’umanità con confini visuali più larghi, con orizzonti sconfinati. Oppure una quantità di ominidi, chiamiamoli così, che sono uomini perché la specie umana comprende anche loro.

L’ominide ha già fatto la sua comparsa?

E il poeta si abbandona a una risata finalmente liberatoria. E dice che qualche volta, quando vede la televisione o legge i giornali, non può fare a meno di pensare che qualche ominide si aggiri pericolosamente fra noi.

Intervista di Saverio Lodato – L'UNITA' – 03/02/2004


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