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Il poeta va in Senato

Diventare senatore a vita alla soglia dei novant’anni. Accade a Mario Luzi, poeta e intellettuale fiorentino che lega da sempre il suo nome alla passione civile, a un dialogo mai risolto tra scienza e fede. La notizia del massimo riconoscimento della Repubblica arriva ieri mattina nella casa di Luzi in riva d’Arno, con una telefonata del presidente Ciampi: ma lui la tace, attendendo l’ufficializzazione che nel pomeriggio rimbalza nel mondo culturale di Firenze prima e dell’intero paese poi.
Celebrazioni per il compleanno alle porte e ora il riconoscimento di massimo prestigio: improvvisamente l’uomo schivo si trova al centro di un’attenzione grande e a suo modo imbarazzante.

Come ha reagito alla telefonata di Ciampi?

Ho appreso la notizia con emozione positiva e forte, ma non concitata. C’è qualcosa di non usuale, mi sono detto, che ad un certo punto cade sotto i fari dell’attenzione politica e civile del paese. Ma non ho più grandi entusiasmi. Anche il Premio Nobel, se me l’avessero dato la prima volta che ero in lizza, nel ’74, avrebbe avuto un valore diverso. Oggi ho imparato a dare a queste cose il valore che hanno. Ringrazio il Presidente Ciampi e apprezzo questo riconoscimento nel suo equo significato. Vorrei essere al centro dell’attenzione per il lavoro che ho svolto in tutta una vita, a cominciare dall’insegnamento, ma non mettetemi sul piedistallo: io non ci so stare, preferisco scendere.

Come pensa di utilizzare la posizione raggiunta nella sua lotta civile?

Avrò un titolo in più per intervenire e farò il possibile per farlo: non mi sono mai risparmiato, spero questa volta di non risultare scandaloso. Sono preoccupato per lo sbriciolamento dello Stato italiano, che si sta sempre più consumando. Ci sono pericoli scientifici come la clonazione, ma anche la banalizzazione del linguaggio. Vengo da una famiglia che mi ha abituato ad avere un senso dinamico dello Stato, come di un incompiuto che continua a crescere, a camminare. Questo oggi non accade. Non mi pare di buon gusto all’indomani di un riconoscimento che è anche politico entrare nel merito delle responsabilità della Destra e della Sinistra, ma basta vedere quel che stanno facendo con la Costituzione per avere un’idea di quanto i contenuti politici siano mal condotti.

E la cultura può essere ancora una buona arma?

La cultura è lì per questo, serve a questo. Le lettere sono la coscienza linguistica ed etica del paese, il loro compito non è scaduto.

In cosa resta da credere oggi?

Io credo nella vita. E la vita comprende anche il suo creatore. Questo è il vero miracolo, il vero mistero. Ed è vero! Nonostante gli aspetti dolorosi e anche negativi, il prodigio della vita si ripresenta continuamente integra.

Non è un bel momento, Professore. Le parole sembrano perdere sempre più il loro significato: e così le vittime si fanno carnefici, in guerra muoiono ormai quasi solo i civili, i mercernari passano per eroi e chi s’impegna per la pace è deriso e insultato. Che ne pensa il Poeta di questo tempo capovolto?

È un soqquadro. Le parole hanno perso il loro corrispondente. Sembra quasi di vedere un orologio impazzito in cui le lancette non riescono più a segnare l'ora giusta. È la crisi di credibilità della Parola. Non è cosa nuova, l’abbiamo denunciata da un bel po’. È qualcosa che il poeta sente, avverte, perché la parola gli appartiene, la attua quando cerca di farla corrispondere a una cosa, a un’idea. È bisogno di autenticità, di ritrovare il nesso profondo e unico fra la parola e la cosa, fra la parola e la spiritualità. Un problema che il poeta si è posto in particolare negli anni più recenti in cui la corruttela si è fatta più forte, più arrogante. A un certo punto pensi che anche il tuo linguaggio si riferisca a un’umanità che quasi non c’è più o rischia di non esserci più.

La crisi della parola provoca un’inquietudine, quello spaesamento che Freud definisce come "il non familiare".

C’è questo sfasamento totale fra i concetti che per generazioni ci siamo tramandati e la realtà che ci circonda. I carnefici oggi passano per vittime a viceversa. È uno stato di caos pericoloso. Sembra di camminare sulle sabbie mobili.

A chi chiedeva se fosse ottimista o pessimista, Umberto Galimberti ha risposto: «Al momento non ho speranza perché penso siano state minate le matrici che rendono possibile all’uomo di stare in piedi». Al momento, però, la speranza resta?

Se non credessi a questo sarei ancor più depresso di quanto mi accade d’essere. Ho sempre creduto nella speranza, che è nell’aspettativa dell’uomo. Al di là di ogni pessimismo non si può negare un’eventualità che è pur sempre nell’ordine delle cose. La partita non è mai chiusa una volta per sempre….

Non siamo alla fine della Storia.

Forse la fine della Storia come l’abbiamo concepita e anche vissuta, ma la vita prosegue. Quindi la porta resta aperta alla speranza. A questo io sono sempre stato disponibile. Di fronte a chi parla di fine della Storia, di naufragio o di malattia di vivere la speranza non mi ha mai abbandonato. Penso che la speranza sia una dimensione dell’anima. Quella di chi è portato a vedere le cose non in sé, ma nel loro divenire, di chi è proiettato nel “dopo”. Certo il confronto resta aperto con la tendenza distruttiva presente nella nostra natura e nel mondo.

La speranza è affidata non solo al trascendente, ma anche al progetto?

Sicuramente. Io parto sempre dal principio che la vita è più grande della Storia, è più grande di noi, del nostro destino e della sorte della nostra specie. Come le ho già detto, io credo nella vita.

A Siena hanno ri-rappresentato il suo «Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini». Che direbbe oggi Simone Martini rientrando in questa Italia?

Quando Simone in questo viaggio immaginario, rientra da Avignone, parla di una “dolorosa Italia”. L’Italia duole sempre, ma ha anche un suo fascino. Io ho sempre pensato all’Italia come a un disegno, come a un sogno, ora volgarmente interrotto, soprattutto in questa fase che produce una simile classe di governo. È una regressione che angoscia. Noi che siamo cresciuti con una grande spinta interiore, con questo sogno. E la realtà è così volgare che mi sembra di battere una “musata”, come si dice a Firenze.

In questi anni abbiamo più volte riflettuto insieme su un impetuoso sviluppo tecnologico e della comunicazione, non accompagnato da un adeguato progredire dell’etica, della morale e della parola. Cosa resta al Poeta se si toglie il senso alla Parola?

È il rischio che l’umanità corre: di perdere con il linguaggio, che è il suo connotato principe, anche l’humanitas. Oggi se tende a banalizzare tutto, a far diventare la parola cifra, segno. Non si capisce più nemmeno di cosa si parla. Siamo al gergo specifico. Quando all’uomo si toglie la chiarezza del linguaggio, la corrispondenza fra oggetto e parola, fra idea e parola si compie una violenza contro l’umanità.

Intervista di Renzo Cassigoli e Valentina Grazzini – L'UNITA' – 14/10/2004


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