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Siamo pure felici. Ma con pudore”

Senza abbandonare la prospettiva storica che ha ispirato fin qui tutti i suoi libri, Amin Maalouf col suo nuovo libro, Origini, volta le spalle alla finzione per raccontare l'odissea di quella che chiama la sua “tribù”, la diaspora della sua famiglia da un villaggio delle montagne del Libano all'Avana, passando per New York, Parigi, Istanbul e il Cairo, in un vasto affresco di un secolo e mezzo di storia politica e sociale del Levante.

La scomparsa del padre e la scoperta di una valigia piena di scritti e fotografie, lo spingono a ricostruire i percorsi e le vite del nonno paterno Botros, lacerato tra il desiderio di raggiungere l'Occidente e quello di modernizzare il suo paese, e del fratello Gabrayel, partito a cercare (e a trovare) fortuna a Cuba. Un atto dovuto nei confronti di generazioni che hanno sofferto e lottato, intellettuali, commercianti, frammassoni, morti oscuri e destinati a essere dimenticati. “Sono l'ultima stazione prima dell'oblio. Dopo di me la catena delle anime si sarebbe rotta, più nessuno saprebbe decifrare”. Resuscitare con emozione i loro destini è anche scomporre l'identità molteplice di Aamin Maalouf, lo scrittore che più di ogni altro è diventato in Francia il simbolo tra Oriente e Occidente. Apparentemente alla minoranza melkita (di rito bizantino) nella minoranza cristiana del mondo arabo, Maalouf ha lasciato il Libano nel 1976, allo scoppio della guerra civile. Ventisettenne, di madre araba, ma anglofono e francofono come molti libanesi, si stabilì a Parigi dove ha continuato a fare il giornalista, come redattore capo di Jeune Afrique e presto ha intrapreso la carriera di scrittore.

Le avventure della sua famiglia hanno spesso nutrito i suoi libri, ma questa volta lei si mette direttamente in gioco in un libro autobiografico. Quanto le è costato?

E' stata un'esperienza molto commovente, ma non mi è venuta spontanea, fin qui ho sempre parlato della mia famiglia in modo mascherato, marginale. Il salto mi è stato imposto dall'aver ritrovato gli archivi di mio nonno, non avevo il diritto di consegnarlo all'oblio e tanto meno quello di nascondere la sua vita e i suoi scritti dietro un personaggio di fantasia.

Lei conosce dall'interno le culture d'Oriente e d'Occidente: con il privilegio di questo doppio sguardo, riesce a vedere una possibilità di conciliazione nel prossimo futuro tra queste due entità oggi così in conflitto?

La mia opera è sempre andata nella direzione di conciliare, di gettare passerelle, per il mio legame forte tanto con gli arabi e il mondo musulmano che con l'Europa. Tutte le minoranze d'Oriente provano questo sentimento, ma con tristezza devo ammettere che si va nella direzione opposta, la frattura è profonda come non è mai stata prima e la difficoltà a vivere insieme si manifesta dovunque, anche nel cuore dell'Europa.

Esiste una via per uscire dalla logica dell'identità, o almeno per renderla più leggera, aperta agli scambi e all'ibridazione?

Il prevalere dei conflitti identitari su quelli ideologici è una regressione, perché mentre questi sono basati su scelte individuali e si possono discutere, l'appartenenza è data dalla nascita. Uno dei modi di mantenere una certa coesione sociale è ripensare la nozione d'identità. Bisogna incoraggiare gli immigrati ad assumere pienamente la propria diversità, a rivendicare le due appartenenze e per questo è importante il legame con la propria cultura e soprattutto la propria lingua, poiché questo indebolisce la tendenza a sovraccaricare di significati la religione, quanto che ne costruiscano uno con il paese d'accoglienza.

Che cosa pensa delle politiche sull'immigrazione dell'Europa?

Mi pare che la riflessione sul tema non abbia ancora prodotto una vera visione. Si dovrebbe stabilire una filosofia generale e una politica sociale che faccia dei quartieri e delle scuole veri luoghi di incontro e non di discriminazione. In Francia se non altro si comincia a identificare il problema, si procede a tentoni, ma si è immersi veramente nella discussione.

Crede che i musulmani d'Europa possano diventare degli interlocutori ascoltati dai paesi d'origine?

Bisogna arrivare a far sì che i musulmani europei appaiano come un'avanguardia modernista per il mondo musulmano e impedire il contrario, che vengano invece influenzati dalle derive retrive di certe correnti islamiche nei paesi d'origine.

Sono molto più numerosi i libanesi nella diaspora del paese, l'emigrazione è sempre esistita, come racconta il suo libro, ma quali sono le caratteristiche contemporanee del fenomeno?

Nel secolo scorso si emigrava dall'Italia, dell'Irlanda o dalla Norvegia, paesi che oggi sono diventati ricchi. Dal Libano invece l'emorragia continua perché non c'è ancora nessuna possibilità di costruirsi un futuro, è una delle caratteristiche amare dell'emigrazione di oggi. E il legame che si conserva con il paese d'origine dipende molto da come ci si integra nel paese d'accoglienza. I libanesi emigrati in Sudamerica, come il mio prozio Gabrayel a Cuba, in una generazione diventano sudamericani, perdono perfino la lingua, in Arabia Saudita al contrario sono rimaste comunità a se stanti.

Apparteniamo a una generazione e siamo convinti che dalla nascita ci sia stato promesso un benessere durevole. Promesso, ma da chi?” si legge in Origine. E il sentimento di debito verso chi ci ha preceduto pervade il libro...

Sì, il nostro è un atteggiamento radicalmente diverso da quello delle generazioni precedenti, abituati ad essere malmenati dalla vita, sapevano di vivere meno e che ad ogni età potevano andarsene. Il diritto alla felicità, alla salute, alla vita è lodevole, ma richiede un po' di pudore...

Maria Pace Ottieri – L'UNITA' – 14/07/2004

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