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Il nuovo totalitarismo? E' mistico

Norman Manea dice che è stato solo l’11 settembre 2001 che, dopo quindici anni di esilio dal suo paese, la Romania, ha potuto dire a se stesso: “Io sono un newyorchese”. Quel giorno l’attentato alle Twin Towers, tra le conseguenze che nessuno potrà mai conteggiare, ebbe questa, per lui che vive a Manhattan nell’Upper West Side: una specie di tremenda saldatura delle diverse e drammatiche fasi della sua vita, poi, inaspettata, quella illuminazione: “io sono un newyorchese”. L’ebreo rumeno Manea, classe 1936, ha trascorso l’infanzia in campo di concentramento durante il regime fascista di Antonescu, quindi è stato un intellettuale dissidente sotto il dominio di Ceausescu, infine un esule tra Parigi e Berlino, fino all’approdo negli Stati Uniti. “La prima sensazione, quel giorno, è stata che un fantasma nero e oscuro, un fantasma che derivasse dalle mie vite precedenti mi stesse seguendo e mi avesse acchiappato. Il secondo sentimento che ho provato, però, è stato questo: ero lì con tutte quelle persone in quel momento, ero una parte del loro presente e delle loro vite. Ho pensato “Io sono un newyorchese”, appartengo a questa città, che è per definizione la città degli esiliati”. E come si è svolta, poi, quella giornata? gli chiediamo. “Ero al Bard College, dove insegno. Alcuni colleghi hanno interrotto il corso. Io ho chiesto agli studenti se volevano proseguire. Quel giorno eravamo alle prese con Pnin di Nabokov, storia autobiografica di un esule russo negli Stati Uniti. Sui sedici allievi, una parte disse “sì, continuiamo”, altri dissero di no. Allora ho obiettato che era l’occasione giusta per votare e vedere cosa significa la democrazia. Per verificare se la minoranza si sarebbe accodata alla maggioranza, se qualcuno avrebbe deciso, invece, di andare via, o se qualcun altro, rimasto in minoranza, avrebbe deciso di far esplodere una bomba e distruggere la scuola. Era un modo di mettere in relazione quello che succedeva fuori e quello che succedeva a noi”. E l’esito del voto qual è stato? “Ha vinto il sì e siamo rimasti a leggere Nabokov”.

Norman Manea è al Lingotto nell’ambito della manifestazione “Lingua madre”, visto che, appunto, la sua condizione è quella dell’esule: l’intellettuale rumeno che - come ha scritto nel ’91 nell’introduzione alla raccolta di saggi Clown. Il dittatore e l’artista da noi da poco rieditata dal Saggiatore - scoprì “la parola come miracolo” quando nel 1945, uscito bambino dal campo di concentramento, qualcuno gli donò un primo regalo capace di sprigionare “la magia dell’incontro”, cioè un libro di fiabe popolari di cui ricorda ancora “la copertina verde, spessa”, e che poi si è trovato a cinquant’anni, straniato, nell’”Altro Mondo”. In un “Paradiso dalla luce edenica”, formicolante di edifici, insegne, pedoni e taxi gialli in colonne isteriche, come descrive Manhattan nelle prime righe di un altro suo libro, Il ritorno dell’uligano (anch’esso per il Saggiatore, mentre altri due suoi titoli, Un paradiso forzato e La busta nera sono stati pubblicati rispettivamente da Feltrinelli e Baldini & Castoldi). Occhiali rotondi, l’abituale dolcevita nero sotto il vestito di lino beige, Manea ha un eloquio preciso (oggi insegna letteratura, ma alle spalle ha una laurea in ingegneria) sotto il quale corre a zigzag un’ironia lieve.

Dirsi “Io sono newyorchese” ha significato, anche, dirsi che ormai per lei il rumeno e l’americano sono due lingue sullo stesso piano?

Il rumeno resta la mia lingua madre, anche se mia madre è morta e la mia terra madre è ben lontana. Ho lasciato la Romania nel 1986 e avevo cinquant’anni. Era davvero tardi per ricominciare. Alcuni anni fa ho chiesto a una mia conoscente, esimia traduttrice dal russo al tedesco, quale fosse l’età massima in cui, cambiando lingua, si potesse impiegare da scrittori quella nuova. Mi ha risposto “Dodici anni”. Io ne avevo tredici. Cioè cinquanta. Quando sono arrivato negli Stati Uniti, dell’inglese conoscevo solo il suono. In questi diciassette anni è entrato nella mia vita. Ma la mia lingua interiore è rimasta il rumeno. Sto lavorando a due nuovi libri, un romanzo sugli Stati Uniti visti con gli occhi di un nuovo arrivato, e un saggio che s’intitola La quinta impossibilità e prende spunto dalle quattro impossibilità che Kafka elenca analizzando la situazione dello scrittore ebreo che usa la lingua tedesca.

In che lingua sogna?

Comincio ad avere un inconscio più confuso, sogno delle sequenze in inglese, ma quando è il fuori, l’ambiente, che irrompe nella dimensione onirica. Diciamo che tra le due lingue, per me, corre la tensione che corre abitualmente per tutti tra vita interiore e vita esteriore.

Signor Manea, lei è stato vittima, e analista in seguito, dei due totalitarismi novecenteschi, nazifascismo e stalinismo. Oggi le sembra che ci sia un nuovo totalitarismo che si aggira per il pianeta?

Sì. È il fondamentalismo, quello islamico ma non solo, anche se è questo il più aggressivo. Nasce da un mondo estremamente frustrato ed è un fascismo mistico. Il totalitarismo mistico è ancora più pericoloso di quello secolarizzato: queste persone, così tante, disposte a fare i kamikaze perché ritengono che sia Dio a chiederglielo, e perché così avranno in regalo, di là, una vita nuova, lo fanno con un impegno ancora più feroce, appassionato e sanguinario.

Da ebreo europeo sente più assonanze o differenze con gli ebrei americani? Quelle comunità, intendo, dove va crescendo l’ortodossia?

Gli ebrei americani mi sembrano una nuova specie. Se fossi religioso avvertirei di più le assonanze, ma siccome sono laico sento di più le differenze che corrono tra le nostre culture, la mia europea e la loro americana. Non vuol dire che per me siano impenetrabili, è possibile un dialogo tra sensibilità diverse. Comunque l’ortodossia non è un fenomeno in crescita solo tra gli ebrei, né solo tra gli americani, è una cosa del nostro tempo.

E qual è la spiegazione?

Malraux diceva che il XXI secolo sarebbe stato religioso, o non sarebbe stato. La modernità non ha un centro e questo la gente lo percepisce con un senso di perdita. Cercano un centro e una coerenza e li trovano sotto forme diverse, ma la ritualità prevale. Ha visto come la morte del Papa si è trasformata in un evento come quello avvenuto per Lady Diana? Non tutti quelli che erano lì a San Pietro erano credenti, ma volevano “esserci”. “Non esserci” è più difficile.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 08/05/2005




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