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Il romanzo infinito di Javier Marìas 

Javier Marías parla con divertito imbarazzo di Traversare l’orizzonte, il suo "nuovo" romanzo che Einaudi manda in libreria in coincidenza con la sua apparizione stasera, per il festival "Letterature", sul palcoscenico della Basilica di Massenzio. Perché Traversare l’orizzonte, smilzo libretto (nella consueta fedele e bella versione di Glauco Felici, traduttore abituale di Marías, pagg. 193, euro 12) è, in realtà, uno dei suoi libri più antichi: opera di un Marías ventenne, apparve in Spagna nel 1973. E, benché fosse il titolo che lo fece classificare all’epoca come uno dei nomi più interessanti delle nuove leve, è come se Marías - che in questi trent’anni, poi, ha fidelizzato noi lettori con quel suo timbro peculiare, una voce narrativa torrentizia, insieme sonante e amletica - sentisse di apparirci davanti, all’improvviso, non in calzoni corti ma quasi. Romanzo a scatole cinesi (sì, s’intravede il Marías che nei suoi titoli maggiori diventerà maestro del meta-romanzo), romanzo in parte giallo, ma che celebra l’impossibilità di arrivare alla verità (anche questo leit-motiv del Marías adulto), Traversare l’orizzonte si fonda su un topos dalle collaudate risorse narrative: la convivenza forzata, su un mezzo di trasporto, di un gruppo di personaggi. Non è la corriera stravagante di John Steinbeck, né l’Orient Express di Agatha Christie: è il veliero su cui l’enigmatico capitano Kerrigan, in anni Belle Epoque, il 1905, carica una compagnia di scrittori e scienziati perché, scorrazzando nel Mediterraneo e giù verso il Polo Sud, trovino ispirazione per nuove storie. Che cosa ricorda, Marías, del ragazzo ventenne che scrisse questo libro? Cosa sognava? "Avevo già esordito due anni prima con Los dominos del lobo, un libro scritto in uno stato di totale irresponsabilità, con la giocosità con cui a dodici-tredici anni imitavo i miei amati scrittori d’avventure, ambientato negli Stati Uniti, che parodiava il cinema classico americano. E, per la prima volta, mi ero confrontato con le critiche. Dunque, avevo perso un po’ della mia innocenza e di quell’irresponsabilità" ricostruisce. "I critici spagnoli mi lodavano, ma si chiedevano "Perché questo esordiente non parla del suo Paese?". Così ero stato costretto a riflettere su me stesso. Per riconfermarmi nella mia convinzione: non volevo parlare della Spagna, volevo distaccarmi, in questo, dalla generazione che mi precedeva. Il romanzo spagnolo tra gli anni Cinquanta e i Settanta era quasi sempre al servizio di cause extraletterarie: parlava di politica o , nel genere del roman des moeurs, faceva critica dei costumi".

Con l’occhio di oggi, non crede che esordire con dei "divertissement", e ambientati in luoghi esotici, fosse una reazione tipica alla dittatura che nel ’71 opprimeva ancora la Spagna?

Noi, nati dopo il 1939, siamo stati la prima generazione di scrittori che fino al ’75 ha conosciuto solo il franchismo. Come cittadini eravamo molto attivi. Io a quell’epoca, al primo anno di università, ero iscritto a un’organizzazione di estrema sinistra, che abbandonai l’anno dopo, quando scoprimmo che uno dei leader era un poliziotto infiltrato. Ma non volevamo seguire l’esempio della generazione precedente alla nostra, passata attraverso la Guerra Civile, che cercava, con qualche ingenuità in un paese dove la censura era terribile, di usare anche la letteratura come arma. Noi volevamo che i nostri libri fossero meno contingenti. Cosa sognavo? Sognavo che i miei libri durassero di più. Poi, dopo Traversare l’orizzonte, per sei anni non ho più pubblicato, ma per un altro motivo: avevo esordito imitando e anche parodiando i miei maestri, James come Conrad come Conan Doyle, e capivo che, a questo punto, avrei dovuto cercare storie e un registro compiutamente miei.

Marías ricostruisce un altro pezzetto di quel passato: nel ’79 avrebbe pubblicato El monarca del tiempo e nell’83 El siglo, né l’uno né l’altro tradotti in italiano. Il primo lo liquida come "troppo sperimentale" (e solo per venire incontro alle esigenze dei più strenui devoti del suo culto ha acconsentito due anni fa a una riedizione spagnola in tiratura ridotta, duemila copie: "Capisco i collezionisti..." sorride), il secondo è quello con cui rispose, in parte, ai desiderata dei critici, parlando di Spagna e della figura di un delatore. Per poi riprendere la sua strada e incamminarsi verso i grandi titoli che hanno decretato la sua fama di grande e sofisticato narratore. Ora, da anni, è all’opera sul progetto più ambizioso, Il tuo volto domani, del quale in Italia abbiamo letto la prima parte, mentre in Spagna è uscita anche la seconda e la terza è in incubazione: "Il grande tema di questo romanzo in più volumi è quello nel quale tutti ci imbattiamo, quando di qualcuno diciamo "Non è più lo stesso. Non l’avrei mai detto. Ci avrei messo la mano sul fuoco che..." Fortuna che si tratta di espressioni metaforiche, sennò il mondo sarebbe pieno di persone rimaste con un moncherino. È in più volumi, e non so se finirà col terzo, perché ci sono libri nei quali puoi installarti, risiedi dentro di essi, per qualche settimana o qualche mese. Libri come il Don Chisciotte o la Recherche, come quasi tutti i romanzi di Balzac e di Dickens. Il Don Chisciotte finisce, Chisciotte muore, ma Cervantes avrebbe anche potuto continuare, scrivere altre sue avventure con Sancho. A me, con Il tuo volto domani, mi sembra di esere entrato in uno di questi mondi".

Non abbiamo riferito che Javier Marías - non alto, giacca azzurra, gentile, tutt’altro che altero come appare da certi ritratti - parla un italiano sapiente. Un italiano mai studiato ma elaborato, col suo orecchio da linguista, "per deduzione", dice. Messo all’opera negli anni in cui aveva, spiega, "una morosa a Venezia" (gli piace, è evidente, accreditarsi una certa fama da casanova). In italiano, dice, ha letto Manganelli e Bufalino e si è inerpicato anche su Foscolo.

Stasera a Massenzio lei si cimenterà col tema di quest’anno, "paura e speranza". Come lo interpreterà?

Ho scelto di leggere un mio racconto inedito. Scrivere un saggio mi avrebbe condotto sicuramente a dire banalità. È la storia di una coppia italiana di coniugi che, in crisi, arriva a Madrid. È facile che in un racconto si annidi questo tema, paura e speranza. La mia idea è che molte volte la speranza più grande che la gente nutre sia quella di smettere di avere paura. Ciò che, oggi, mi sembra sia la cosa più difficile da realizzare. Dopo l’11 settembre siamo tutti caduti nel terrore. E i politici hanno scoperto che dopo questa grandissima tragedia fomentare la paura non era svantaggioso.

Anche in Spagna l’attentato dell’11 marzo dell’anno scorso ha prodotto questo clima?

Non sono particolarmente campanilista. Ma devo dire che abbiamo reagito bene: non abbiamo dimenticato i morti, non abbiamo peccato di fatuità, ma non ci siamo chiusi in casa. Il nuovo governo non ha sfruttato il timore. La società spagnola, in questo, si è dimostrata sana. Forse perché, purtroppo, eravamo abituati agli attentati dell’Eta. Personalmente, dopo l’attentato ho scritto un articolo su El País, in cui confutavo gli argomenti dei terroristi islamici che, oltre alla nostra partecipazione alla guerra in Iraq, chiamavano in causa l’antica vicenda dei Mori in Spagna: "Dal terrorismo non è possibile difendersi, se il terrorista è un kamikaze" scrivevo. "Ammazzateci pure, allora, ma per favore non chiamando in causa queste scemenze sull’ottavo secolo". Se c’è una cosa che non sopporto è l’irrazionalità.

Lei sa che vista da qui - l’Italia che ha ossequiato per una settimana il pontefice morto, l’Italia di Ruini e dell’astensione al referendum - la Spagna di questi mesi sembra un dono imprevisto della Storia? Cosa pensa del processo di laicizzazione avviato da Zapatero? E della reazione in piazza della destra e della Chiesa?

La congiunzione tra destra e vescovi è un film che abbiamo visto per quarant’anni: la Chiesa onorava Franco come se fosse uno dei loro, nelle cerimonie gli concedeva la stola vescovile. Sfilavano insieme, nelle processioni. Perché, a quell’epoca, non avevano bisogno di manifestazioni. Ma laicizzazione non è la parola adatta. La Spagna era già laica. La società era più evoluta della politica. Zapatero ha avuto il coraggio di mettere all’attivo qualcosa che era già successo.

Intervista di Maria Serena Palieri – L’UNITA’ – 22/06/2005




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