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Petros Markaris: Il multiculturale sono io

Petros Markaris è turco, armeno, greco. Tedesco, austriaco, italiano. È nato a Istanbul nel 1937, ha genitori di nazionalità diverse, ha studiato nelle università del nord Europa. Non si sente greco, neanche un po’. Dice: "Il nazionalismo non fa per me, non ho e non voglio radici. Sto bene dappertutto, anche in Germania, anche in Italia". Neppure Atene sente come propria città: "Puzza di spazzatura e smog" dicono i suoi personaggi. Nonostante ci abiti, nonostante abbia appena comprato una nuova casa, "è una città che a volte detesto". Eppure i romanzi di Markaris sono talmente greci e il suo commissario, Charitos (al telefono lo scrittore spiega che si pronuncia "haritos"), così profondamente ateniese, da rendere praticamente impossibile immaginarselo non solo fuori dalla sua città, ma addirittura fuori dalla sua macchina, una 131 Fiat Mirafiori minacciosamente scassata. Nato come giallista in tarda età con Ultime della notte, Markaris viene dalla sceneggiatura per il teatro, per la televisione, per il cinema dove si è distinto come sceneggiatore di Theo Angelopoulos con il quale ha stretto un lungo sodalizio professionale (L’eternità e un giorno vinse la Palma d’oro a Cannes nel 1998, sta scrivendo altri episodi per la trilogia La sorgente del fiume).

Ma per Markaris la scrittura è gialla. Dal libro d’esordio fino a Difesa a zona e all’ultimo, Si è suicidato il Che (in Italia pubblicati da Bompiani), ha modulato la crime story in una stringente versione mediterranea. L’Atene di Markaris non è un posto da vacanze, ma una capitale intasata e piena di grinta totalmente inserita nel suo attuale contesto sociale e politico. C’è inquinamento, rumore, gente che litiga, tv accese sulle notizie del giorno. I lavori in corso per le Olimpiadi bloccano le strade e fanno arrivare Charitos sempre tardi al commissariato. Con un colpo di mano Markaris ha trasferito sotto il sole di Grecia la lezione del Quai des Orfevres di Maigret. Non è un caso che un’operazione del genere sia riuscita a questo campione del meticciato europeo. Non è un caso che uno scrittore che si dichiara "sradicato" trovi naturale dedicarsi al giallo, un genere che obbliga il lettore a una continua ridefinizione delle priorità sociali. "Il giallo greco - dice - ha una forte connotazione politica perché i suoi scrittori hanno vissuto la dittatura e vivono una militanza politica, sebbene con disincanto e frustrazione".

Lei ha detto in più di un’occasione di non avere radici, anzi di non volerne proprio. È una premessa necessaria, questa, per sentirsi europei?

In effetti mi sento più europeo che greco: è una vecchia faccenda che ha a che vedere con la mia storia familiare più che con le mie opinioni. Mio padre era un armeno, mia madre una greca, io sono cresciuto e sono andato a scuola in Turchia, mi sono trasferito a Vienna, poi in Germania e alla fine sono tornato in Grecia. L’idea di "paese", o ancora di più, se vogliamo, di "patria", non mi dice un granché. Mi sento assolutamente, tranquillamente multiculturale.

E Charitos, il suo commissario?

Lui invece è assolutamente greco, in tutto e per tutto.

Come avrebbe votato al referendum sulla costituzione europea?

Avrebbe votato "sì".

Cosa ne pensa del rifiuto francese al trattato della Costituzione Ue?

Posso capirlo, almeno in parte. Io stesso del resto ho un discreto numero di riserve in proposito. Anche se, poi, se fossi stato chiamato a dare il mio voto avrei votato sicuramente un "sì", e questo per due buone ragioni. La prima, perché un "no" è sicuramente un fattore di cui si avvantaggia l’estrema destra europea, e il motivo risiede nel fatto che questa stessa estrema destra ha sempre avuto la possibilità di sfruttare le incertezze e le paure della popolazione. E il "no" in Francia è anche un voto di insicurezza e paura. La seconda ragione è l’illusione che il "neoliberismo" scomparirà proprio in virtù di un "no" alle urne. Ma se fosse vero, tutte le battaglie contro il capitalismo sarebbero state completamente inutili, un "no" sarebbe stato sufficiente in tutti i tempi. Ma purtroppo sappiamo che non è vero. Il neoliberismo continuerà a esistere sia che votiamo "sì", sia che votiamo "no" alla costituzione europea.

Una costituzione potrebbe aiutare la formazione di una "cultura europea"? O in qualche modo questa cultura esiste già?

Ci sono radici comuni nella cultura europea, o meglio il punto di partenza è comune nonostante ogni paese abbia declinato in modi assai diversi le stesse basi. Una costituzione in realtà potrebbe aiutare l’Europa a mantenere queste diversità. Ma ci sono molte difficoltà: la cultura non funziona nello stesso modo di un sistema economico, sembra banale ma non lo è. Puoi costruire un sistema economico comune in Europa, ma dovrai sostenere la diversità delle diverse culture europee. Il fatto più triste è che la burocrazia europea e i suoi leader stanno trattando dinamiche e strategie culturali nello stesso modo con cui trattano i problemi economici. L’élite di Bruxelles considera i prodotti culturali allo stesso modo dei prodotti chimici o delle piattaforme elettroniche.

Cosa possono fare i governi dei vari paesi europei per facilitare questo processo?

Potrebbero cominciare ad accettare il fatto che la cultura è innanzi tutto una cosa diversa, affidare la programmazione e la promozione culturale non ai politici o ai burocrati, ma a chi non sta nel palazzo: sono gli "altri" a far parte dei processi culturali.

Alcuni scrittori, il francese Daeninckx per esempio, intervistato su queste pagine, sostiene che la Ue è pericolosamente orientata al business. Come gli Usa...

Anch’io penso che l’Europa non stia per nulla lavorando al meglio. Penso che stia diventando un’istituzione sempre più indipendente da un punto di vista burocratico, il che le consente di stabilire una serie di regole e di decisioni autonome, ma quasi nessuna idea politica. Anzi, l’impressione che ho è che l’Unione europea stia progressivamente perdendo il suo ruolo di centro produttore di strategie e di processi politici. Il che è ottimo per gli amministratori, ma pessimo per gli abitanti.

La Grecia guarda con favore alla Ue. Il governo ha invitato l’Europa ad andare oltre il no francese nel proprio processo e a darsi da fare per l’ammissione della Turchia...

La Grecia moderna è sempre stata divisa, nel corso della sua storia, fra Balcani e Europa. Sotto un punto di vista strettamente geografico è un paese balcanico, purtuttavia, se consideriamo la storia dell’antica Grecia, non possiamo fare a meno di guardarla come a uno dei principali motori dell’evoluzione europea. La Grecia si è sempre equilibrata fra due poli estremi, fra due opposti. L’Unione ha dato una grossa mano alla Grecia per consentirle di fare il grande salto fuori dai Balcani e verso l’Europa. Oltretutto, la Grecia ha anche ricevuto grossi finanziamenti dalla Ue, che l’hanno aiutata enormemente a cambiarsi.

È curioso il fatto che, nella famiglia europea dei commissari di polizia, Charitos sia uno dei più radicati nel territorio: non potrebbe lavorare senza le strade intasate di Atene. Perché il suo multiculturalismo l’ha fatta fermare ad Atene?

Atene la odio e la amo. Certe cose le detesto, di altre non so fare a meno. Se la si guarda in un certo modo è ostile e respingente, la giri per due ore e te ne vai subito. Per scoprire l’Atene più misteriosa, quella proprio nascosta, che neanche gli ateniesi vedono, bisogna superare il primo impatto, essere disposti a vedere anche quello che sembra inesistente. Zone incredibili, violente, che nei miei libri descrivo, ma che non fanno parte dell’agiografia ateniese. Che ne so, il Partenone, o l’Acropoli, non li considero nemmeno, mentre sono attratto dalle strade dove girano i bulgari, gli albanesi, i pakistani, quartieri che pulsano e si muovono continuamente.

Da Angelopoulos ai gialli c’è un grosso salto: come ci è arrivato?

C’è in questa scelta un po’ dei miei gusti di lettore, un po’ della mia storia personale, un po’ di storia della Grecia. Ho sempre letto tanti gialli, mi piacciono, mi appassionano, anche contro l’opinione diffusa - oggi in misura minore - che il giallo fosse un genere inferiore, una seconda categoria. Poi, lo scrivere di poliziotti non è stata esattamente una scelta, diciamo che mi sono trovato come per caso dentro la famiglia di Charitos: una moglie che guarda continuamente la tv, una figlia emancipata che è andata via di casa, un marito che guarda caso fa il poliziotto.

In Italia il poliziotto ha conquistato faticosamente un posto nella letteratura gialla.

In Grecia la divisa ha tutt’altre connotazioni, evidentemente. Posso dire che costruire Charitos, dargli una quotidianità così tranquillizzante, da piccolo borghese, per me è stata una cura. Mi sono disintossicato dall’antica refrattarietà, tutta greca, o forse della sinistra greca, nutrita per divise e poliziotti: più che una sfiducia, un’ansia, una forma di diffidente presa di distanza dall’immagine del poliziotto come uomo d’ordine, come espressione di un regime di colonnelli e di repressioni. Non è facile riuscire a vedere i poliziotti come uomini, ma con Charitos l’ho fatto.

Chi sono i parenti europei di Charitos?

Montalbano è sicuramente uno dei genitori. L’altro genitore, forse, è Maigret.

Intervista di Roberta Chiti – L’UNITA’ – 25/07/2005




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