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“Dietro quel filo spinato potrei esserci io”

Si chiama Richard Mason e con il primo romanzo, Anime alla deriva, pubblicato a ventidue anni nel 1999 (da noi nel 2000 per Einaudi), si è affermato come il nuovo enfant prodige della narrativa di lingua inglese. Mason smentisce molti luoghi comuni sugli enfant prodige: non è presuntuoso, anzi, è di una gentilezza che conquista, non ha un'aria precocemente vecchia, anzi, è un normale bel ragazzo in jeans, e soprattutto non delude all'opera seconda, Noi, il nuovo romanzo che Einaudi ha pubblicato in marzo, nella traduzione di susanna Basso, in anteprima sull'edizione inglese. Un romanzo che ha scritto in Italia, ospite della fondazione “Fabrica”, così come il primo l'aveva scritto a Praga, durante l'anno sabbatico tra liceo e università, mentre, per mantenersi, in parallelo stendeva una guida alla città che gli era stata commissionata, sulle orme di quella scritta duecento anni prima da un viaggiatore britannico, Lord Charles Steward. “Mi piace viaggiare ed è bello, da scrittore, potermi portare dietro il mio lavoro” commenta, rivelando ancora uno stupore da ragazzo per la condizione in cui si trova a vivere.

Sudafricano bianco, nato nel 1977, a dieci anni ha abbandonato Johannesburg con i suoi genitori, militanti anti-apartheid, per cominciare una nuova esistenza in Inghilterra, dove ha studiato a Eton, poi a Oxford. Ma, mentre compiva questo cursus honorum classico dei rampolli delle classi alte inglesi, la sua vita ha subito l'originale accelerazione dovuta al successo del primo romanzo, pubblicato in ventidue paesi. “A Oxford gli ultimi due anni mi sono trovato nella strana situazione di essere insieme uno studente di letteratura inglese e oggetto di studio per alcuni dei miei compagni”, racconta. Senza, però, ottenerne vantaggi, aggiunge, “perché i miei insegnanti non ritenevano avessi bisogno di altri incoraggiamenti, oltre l'affermazione che avevo già ottenuto. E questo è molto british. Da insicuro, mi sono sentito per un paio d'anni il più stupido del college”. Uno degli atout del nuovo romanzo, Noi, è l'occhio limpido ed estraneo con cui descrive la crudeltà del classismo britannico, così come si manifesta nella scuola per ricchi che uno dei personaggi,Jake, nato piccolo-borghese, si trova per sua fortuna solo apparente a frequentare. D'altronde i suoi stessi anni a Eton e Oxford, I Novanta, Mason racconta, li ha trascorsi “con gli occhi puntati” verso la sua patria, che quando era partito “si stava avviando verso il disastro”, poi “salvata dall'autodistruzione grazie all'esempio illuminato di Nelson Mandela e Desmond Tutu”. Questo spiega in una brochure che si affretta a consegnare a chi lo intervista, spiegando che è qui anzitutto per pubblicizzare la Fondazione che, sotto il patrocinio del vescovo premio Nobel, ha messo su con i proventi di Anime alla deriva e che fa studiare bambini sudafricani (ora sono trenta) per i quali la fine dell'apartheid non ha significato, in senso di opportunità sociali, un reale superamento della segregazione. Ci fa vedere anche le foto di un reportage, che lo mostrano in atteggiamenti materni con questi sui “figli” e “figlie” nelle inamidate divise delle scuola anglofone. La Fondazione – www.kaymasonfoundation.org – porta il nome di sua sorella, Kay, morta suicida ventiquatrenne quando lui, di anni, ne aveva dieci. E questo spiega il peso specifico di un romanzo, Noi, che in apparenza racconta le vite di tre giovani baciati della sorte, la bella ereditiera americana Adrienne, il piccolo-borghese Jake diventato artista d'avanguardia di successo e Julian, figlio di buona famiglia. Vite segnate, però, dalla misteriosa, quasi abbacinante morte della sorella di quest'ultimo, Maggie.

Noi” è un libro dalla struttura complessa: una storia, quella del legame tra i tre e della fine di Maggie, raccontata per flash-back e a tre voci. Un passo in avanti stilistico, rispetto ad “Anime alla deriva”. Le è costato?

Penso che alla seconda opera si possa scegliere di seguire l'onda, riposarsi con una cosa facile, oppure imporsi una sfida più alta dal punto di vista creativo. E io sono questo tipo di persone, che chiede a se stesso di più. La scrittura tridimensionale nasce da questa sfida. Ci sono quattrocento pagine di prime stesure che nessuno, oltre me, leggerà mai. Il fine era ottenere tre voci completamente diverse e non confondibili. Per cominciare ho scritto tre romanzi, ma erano troppo lunghi e non era possibile incrociarli. La seconda volta ho scritto passando dall'una all'altra voce, seguendo una specie di serpentina. E qui la difficoltà è stata segnare una vera cesura tra una scena e l'altra.

Noi”, nel suo animo, è un romanzo sull'amore, che lega in modi ambigui tutti i personaggi, o sul senso di colpa che sembra gravare altrettanto su tutti?

E' un libro sui gruppi, sul modo in cui la gente si aggrega. A volte un gruppo nasce intorno a una persona che ha un carisma particolare. Mi sono chiesto: cosa succede quando quella figura scompare? Un critico inglese ha detto che in realtà racconta tre storie d'amore, perché ognuno dei tre, a suo modo, è innamorato di Maggie. Quanto al senso di colpa, la gente in genere ne è gravata. Io lo constato, anche se non lo condivido.

Quanto del suo vero lutto familiare c'è nella descrizione di casa Ogilvie, una casa in apparenza uguale a se stessa ma sconquassata dalla morte della figlia?

Julian, come me, è un ragazzo che ha perso una sorella. Ma mia sorella non era come Maggie. Trovo che lo scrittore debba trasformare con l'immaginazione la propria esperienza. E' spiacevole, è anti-artistico, prendere di peso dalla realtà dei personaggi e trasferirli in un romanzo.

Insomma, benché giovane lei giurerebbe che non si troverà mai nelle condizioni di Hanif Kureishi che, dopo aver pubblicato “Intimità”, si è trovato contro metà della sua famiglia?

Non mi succederà. Anche se mia madre su questo scherza e mi ha chiesto se mi sono ispirato a lei, per dipingere la madre di Adrienne.

Personaggio terribile, di un egoismo radicale. E chissà perché capita sovente, nella narrativa inglese, di imbattersi in madri descritte con penna spietata.

Non sono propenso alle generalizzazioni. Posso dire che amo molto i miei genitori, ma non sarei rimasto con loro fino ai trent'anni.

Assimilandola all'ambientazione dei suoi due romanzi qualcuno l'ha bollata come un bel ragazzo viziato e snob. La irrita?

Mi fa ridere e mi disturba, essere dipinto così. Io non sono un ragazzo dell'aristocrazia inglese, sono un sudafricano. Una mia bisnonna durante la guerra anglo-boera fu messa dagli inglesi in campo di concentramento. Quel mondo, lo guardo da outsider.

Dopo diciassette anni a Londra, si sente più sudafricano o inglese?

Per la Fondazione, di recente, ho passato molto tempo in Sudafrica e ho ricominciato a sentire il legame col mio paese. Il mio terzo romanzo sarà ambientato tra la Glasgow di fine Ottocento e il Sudafrica della guerra anglo-boera. Nessuno sa molto, di quella guerra, ma ha forti analogie con quella attuale in Iraq: anche lì gli inglesi dissero che andavano a portare la civiltà, invece andavano a caccia dell'oro. Anche lì, in nome della civiltà, mettevano donne e bambini in campi di concentramento. Sono molto interessato alle menzogne che le nazioni raccontano a se stesse e al modo in cui si convincono sia la verità. Sarà questo il tema. Ho cominciato le ricerche, ho visto decine di foto in bianco dei prigionieri di quella guerra e ho pensato: sono come me. Ho pensato: potrei esserci io, lì, dietro a quel filo spinato.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 09/05/2004

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