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La cultura? E' scomparsa dalle scuole

Il segreto del successo editoriale di Paola Mastrocola, 48 anni, prof. di lettere in un liceo scientifico di Torino, è che nei suoi romanzi scrive, con il linguaggio trasparente della disillusione, quello che tutti o quasi pensano e che nessuno o quasi osa dire della scuola. "Una barca nel bosco", premio Campiello 2004, ha dribblato da poco le centomila copie, mentre ha superato le cinquantamila ed è in ristampa "La scuola raccontata al mio cane" e così pure "Gallina volante". Mastrocola è ormai cult, passione trasversale di maestri, alunni, genitori, che, oltre ogni appartenenza ideologica, (oltre la Moratti), si riconoscono in quel malessere che si vive dentro e fuori le classi.

In tempi caldi, di iscrizioni e di pagelle, ci elenchi i motivi per cui, secondo lei, i genitori scelgono una scuola piuttosto che un'altra.

Eccoli, secondo me. 1) L'orario scolastico: quante ore di lezione al giorno e se c'è o no il sabato libero. 2) Le attività pomeridiane e i corsi extra attivati dalla scuola. 3) Se c'è un corso d'inglese gratuito che prepari alle certificazioni internazionali. 4) Se c'è la mensa. 5) Le uscite didattiche, 6) Le gite scolastiche se ci sono e di quanti giorni 7) I progetti extra curricula. Nessuno mai tra i genitori che chieda che cosa insegna davvero un insegnante e come.

Scommetto che non le va giù neppure come i genitori trattano il tempo pieno...

Pensano al loro figliolo solo a casa, e vengono assaliti da sentimenti di colpa e di tristezza. In questa tenera preoccupazione c'è poco o nulla di didattico. Non siamo cattivi. Siamo solo disperati.

La scuola si fa contenitore delle frustrazioni familiari?

La scuola ha accettato questo gioco perverso, e mentre il genitore abdica al suo ruolo, la scuola, in totale controtendenza al resto della società, si è presa tutto il peso da sola e rema contro. Così si è fatta carico di una educazione a tutto campo. Dalla educazione a tenere i rapporti con gli altri, la cosiddetta socializzazione, (una parola che detesto perché non è amicizia, è tenere insieme, razzolare insieme) alla educazione stradale. Insegnare a non fumare e ad avere rapporti sessuali protetti. Non ci viene quasi mai chiesto di insegnare qualcosa di culturale.

Forse è rispetto verso il lavoro dell'insegnante?

Se andiamo da un ortopedico chiediamo che terapie ci prescrive. Perché non chiediamo ad un insegnante come mai non fa mai leggere un libro o non fa mai fare un tema a nostro figlio? Bisogna indagare sui contenuti. Se un insegnante fa solo un canto del Paradiso io devo chiedergli conto. Certo, poi c'è il problema di spostare il ragazzo nella sezione dove li fanno tutti e venti, i canti...

Ma un insegnante è inamovibile anche se il suo errore è manifesto. E comunque non è categoria sottoposta a valutazione.

Una scuola sbagliata provoca gravi danni all'individuo. Un danno culturale non è meno gravoso di un danno fisico. La valutazione dell'insegnante deve essere oggettiva. E quindi non può che riguardare dati tecnici, i corsi di aggiornamento, e via dicendo. Tutta roba che serve a poco. La vera valutazione? Che cosa sai fare in classe. E quella valutazione è ad esclusivo appannaggio degli allievi. Da lì si crea la fama dell'insegnante bravo. Ci vorrebbe un grande coraggio...

Tanto lei ne ha.

Tutti sanno quali sono gli insegnanti bravi e quali no. E li vanno a cercare. Io nella meritocrazia ci credo e la considero una garanzia. Se fossi un preside andrei in caccia dei prof. migliori e li strapagherei..

Ma così diventa la scuola per i ricchi e per i poveri...

E' la scuola per tutti che ha in sé qualcosa di deviato. Un conto è assicurare a chi ha talento di andare avanti, magari sostenendolo. Ma chi è di altra natura, va liberato dai banchi. Dove è costretto, snaturato. E le assicuro che mi riferisco a veri talenti che nascono in famiglie bisognose, ragazzi con voglie di riscatto affidate ai libri. Anche e soprattutto extracomunitari. E figli di papà senza alcun valore e ipodotati. E la scuola deve tenerseli?.

Ce l'ha nella sua classe un Gaspare Torrente, il protagonista del suo ultimo felicissimo libro, un ragazzo del povero Sud , che, emigrato in un liceo di Torino, si vergogna a prendere sempre 10 in latino? Inadeguato come una "barca nel bosco".

L'ho avuto. I ragazzi di provincia, negli ultimi anni, sono sempre più in ombra. Non c'è una società che li apprezza. Sono i furbi che vincono, quelli che copiano prima dell'inizio della lezione. Vanno di moda i "cervelli play-boy", che bazzicano continuamente da una competenza all'altra. Poche competenze, pochi approfondimenti.

Ma con questa angoscia che la pervade e con tutti i soldi che sta guadagnando stravendendo libri, perché non lascia la scuola?

Scherza? Io ogni mattina entro in classe come un carro armato. Non mollo. Quest'anno ho una prima liceo. Non conoscono l'uso dell'articolo. E va be', riduco gli obiettivi. Una volta pensavo di farli uscire con Tolstoj in tasca, oggi mi auguro che imparino l'ortografia. Orto-grafia, scrivere bene. Accenti, apostrofi, punteggiatura, comporre e articolare un discorso logico dotato di senso ed espresso in modo consequenziale. Condurre il pensiero attraverso una espressione chiara e compiuta. Certo, la letteratura, il mio pallino, è così trascurata, negata, fintamente elogiata, o ficcata dentro assurdi macchinari che la triturano fino a polverizzarla in nulla, e ciò mi provoca una grande rabbia

I suoi ragazzi di oggi saranno gli insegnanti di domani.

Siamo salvi. Ho dato un tema sull'argomento da cui risulta che nessuno di loro vuol fare l'insegnante. E ne hanno lucidamente spiegato il perché: è un mestiere faticoso, si è sempre arrabbiati, non si ottiene nulla, si guadagna poco. Eppure la scuola è salvata dagli insegnanti, quelli appassionati. Ma si tratta di singoli individui. Altra cosa è un disegno, un progetto istituzionale che non c'è.

In generale come si sente?

Sto per annegare tra i recuperi, i percorsi, i debiti, i pof, il portfolio, tutte parole che un tempo appartenevano alla topografia, all'arte militare, all'architettura e che di colpo si riversano come un fiume in piena sulla scuola. Mi chiedo dove è finito lo studio, la lettura, la concentrazione, la logica, gli apostrofi, la noia. Si è avviato a suo tempo un lungo processo di riforme. A me è sembrato un lento e inesorabile movimento verso il basso. Una caduta massi che ha prodotto ai piedi della montagna una enorme pietraia. Una "lapedicina" direbbe Michelangelo in una sua poesia, la 275 delle Rime...

Tra i mille rimpianti ne scelga uno.

Il tema di maturità. Una volta era quel foglio bianco che all'inizio ti lasciava muto e che poi di colpo, quasi a nostra insaputa, scatenava la scrittura. Come proiettati all'inizio del mondo. Certo che faceva paura, ma era una sfida, non una tragedia. E una intelligenza che non riceve mai nessuna sfida lentamente si consuma. Adesso abbiamo abolito il foglio bianco, il famoso trauma del vuoto, adesso ci sono dieci pagine fotocopiate davanti prima di scrivere anche solo un rigo. Ogni titolo è seguito da pagine di schemi, domande, tracce, documenti. E' come dire all'allievo: guarda che non sei solo siamo qui noi con te, ti diciamo come scrivere. E' una istigazione al conformismo?.

Intervista di Donata Bonometti – IL SECOLO XIX – 21/02/2005

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