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“Il futuro è questa Bogotà dove regna Satana”

L'inferno è ovunque e il male lo abita in ogni luogo. Il trentanovenne scrittore colombiano Mario Mendoza ce lo mostra all'opera nella sterminata Bogotà (oltre cinque milioni di persone che si dibattono quotidianamente a 2700 metri sulla Cordigliera colombiana) dove Satana, il suo primo libro tradotto in Italia, (Einaudi Stile Libero, pp.230, € 9) intreccia le storie di sei, sette personaggi principali alle prese con un'esistenza che si vira presto di segni maligni, dove la lotta per il sostentamento quotidiano si doppia con quella interiore presto popolata di segni inquietanti di un male, spesso inspiegabile, e metaforicamente universale. Abbandonati i facili colori e i cliché di un Sudamerica spesso svenduto anche da alcuni suoi narratori, Mendoza vi innesta una visione più venata di inquietitudini europee, un'atmosfera che si nutre di classici letterari ma anche di molto cinema e fumetto. Satana è un interessante romanzo che aggiunge un nuovo piccolo tassello alla storia universale del male e Mendoza è uno scrittore che bisogna d'ora in poi tener d'occhio.

Satana” è un romanzo corale, un affresco degno di una visione di Bosch della città di bogotà. Lei sembra suggerire che in quella dimensione metropolitana in preda al caos il Male ha più possibilità di manifestarsi. Insomma la città è Satana?

C'è una violenza politica, ovvero forze che provengono da fuori del sistema e che pretendono il potere. Nel caso colombiano questa violenza politica è facilmente individuabile: la guerriglia e il narcotraffico. Sia i gruppi armati sia i cartelli di Medellin e Cali hanno provato negli ultimi anni a corrompere e disgregare le istituzioni legali. Nel caso di Satana, però, la violenza che attraversa il libro è piuttosto una violenza “transpolitica”, ossia che si autogenera nel sistema spesso, una violenza psichica. Il male dunque come violenza “transpolitica” delle ipermetropoli contemporanee. Questo accade tanto a Bogotà come a Berlino o Tokyo.

Pensa che per alcune condizioni oggettivi come povertà e violenza ci siano luoghi in cui la presenza del Male nella vita quotidiana sia più forte che altrove?

Negli ultimi anni abbiamo visto ragazzi delle scuole statunitensi, disperati e allucinati, uccidere i propri compagni di classe e professori. Abbiamo visto aerei scontrarsi contro grattacieli. Abbiamo visto bombardamenti indiscriminati contro la popolazione civile in Afghanistan e Iraq. Abbiamo visto massacri e genocidi tra palestinesi e israeliani. La presenza del male nella vita quotidiana riguarda tutti. Il male non è esclusivo di alcun paese né di alcun popolo. E' ovunque.

Il romanzo è saldamente impiantato nella realtà della città di Bogotà ed è allo stesso tempo costellato di riferimenti culturali. Dalla pittura, per mano di Andrés che è un artista, alla letteratura, in primis il “Jekyll e Hyde” di Stevenson e l'Apocalisse di Giovanni. Una sorta di storia della brutalità e inevitabilità del male. Mendoza, quanto ci servono quadri, libri, musica, cinema in questa quotidiana convivenza con Satana?

L'archetipo della città nel secolo XIX era Parigi. Tutte le città volevano somigliarle. Più avanti, agli inizi del secolo XX, l'archetipo di città è diventato New York, la “città patchwork”, la città che unisce tutte le altre. Alla fine del secolo XX, l'archetipo di cittò è quello di una forma caotica, entropica, come Città del Messico, Rio de Janeiro o Bogotà. Noi non saremo più come Parigi, ma al contrario, Parigi somiglierà sempre di più a un modello entropico come quello bogotano. Siamo il tragico futuro. In mezzo a questa apocalisse, il cinema, i libri e la musica sono possibilità per riflettere, gridare e captare il precipizio nel quale siamo; boe che ci avvertono di un pericolo e che allo stesso tempo ci salvano da esso. Film come Amores Perros o La città di Dio sono un modo di denunciare e predire il futuro che è già in America Latina.

Ci sono nel romanzo due figure di sacerdoti. Una, quella di padre Enrique, che fa del pragmatismo il suo credo (salviamo e aiutiamo il salvabile, chi accetta di farsi aiutare), l'altra idealista e tormentata incarnata da padre Ernesto – la figura più importante anche narrativamente del libro, collante tra le tante storie – che vorrebbe salvare proprio quelli più in preda al male, i più disperati, coloro che rifiutano l'aiuto degli altri. Oltre che due facce della chiesa cattolica latinoamericana sono anche la metafora del nostro altruismo imperfetto. Mendoza, c'è una priorità, chi aiutare, cosa serve nelle tante Bogotà del mondo?

Durante il decennio degli anni Settanta c'era una corrente della chiesa latinoamericana molto interessante chiamata “teologia della liberazione”. E' stata una chiesa vincolata alla rivoluzione cubana e alle lotte sociali giuste del continente ed ebbe un'influenza basilare nella rivoluzione del Nicaragua. Negli ultimi anni, questa chiesa ha perso forza nel continente e siamo stati fortemente penetrati da chiese provenienti dal puritanesimo anglosassone. Per fortuna la chiesa cattolica in Colombia si trova ancora molto vincolata alla realtà sociale e al conflitto politico che dissangua la Colombia. E' così a tal punto che ci sono stati sacerdoti assassinati e martiri cristiani che hanno perduto la propria vita in cerca di una pace che ancora non arriva. Questo tipo di comportamento si concretizza nell'alterità, ossia nella convinzione che l'altro esiste davvero e che vale la pena combattere per esso. Il mondo contemporaneo ci trascina sempre di più verso un'individualità esagerata. Ma l'altro è lì ed è urgente salvarlo, a Bogotà, a Timbuctù o nelle Isole Marchesi.

In una tesissima atmosfera “nera” il romanzo si fa anche critica e cronaca del disfacimento della nazione colombiana. Tutti i personaggi di “Satana”, con toni diversi, parlano di un “Paese abbandonato dello stato”, di una “Colombia che non è un paese, ma un ordine mendicante”. Qualcosa può cambiare o tutto affidato solo alla speranza?

Il problema fondamentale della società colombiana è la corruzione. Il paese è stato derubato e assaltato vilmente dalla classe dirigente che invece di investire in una trasformazione sociale è riuscita solo ad arricchirsi con il denaro pubblico. Nel frattempo, dall'altra parte, la grande massa della popolazione agonizza in condizioni inumane. Grandezza, magnanimità e patriottismo non sono virtù dei nostri politici colombiani, per i quali le proprie professioni sono un'opportunità per arricchirsi.

Il Male è anche fascino, conoscenza, capacità di soggiogare le sue vittime, come ci dice il capolavoro di Stevenson – largamente citato in “Satana” – Jekyll e Hyde sono la stessa cosa, un'unica persona. Campo Elias, il mercenario angelo sterminatore, dice: “Satana non è altro che una parola con la quale nominiamo la crudeltà di Dio”. Qual' è oggi per lei il volto di Satana?

Nell'epigrafe del romanzo cito la frase biblica “io ho nome Legione”, che Satana dice a Gesù Cristo nel Vangelo. C'è nel nostro Io una molteplicità animale. Non vogliamo accettare che un individuo sia come un branco, come uno stormo, come un banco di pesci. L'Io è in realtà un Noi, è una molteplicità vertiginosa della coscienza. Tanto nel giudizio divino quanto nel giudizio degli uomini, per essere condannati è necessaria una precisa identità. Un reo che abbia dissociazione non può subire condanna. Pertanto questa similitudine animale, il fatto che rassomigliano a uno sciame di insetti è ciò che chiamiamo Belzebù. Il viso di Satana sono i molti visi caleidoscopici che ci abitano.

C'è molto sensualità, carnalità nelle storie del suo romanzo. Lei mette in scena vari aspetti dell'amore e dell'erotismo. Anche qui bene e male, amore e morte si fronteggiano e si confondono fino alla fine. Attraverso il sesso conoscenza ed egoismi si accavallano è così?

Un momento chiave, per uno scrittore, è descrivere l'esperienza sessuale dei suoi personaggi. Esiste qualcosa che si chiama “estetica del decoro”, che è molto utilizzata soprattutto nei film statunitensi. Quando due personaggi fanno l'amore, la macchina da presa ci mostra i preliminari, poi taglia e ci troviamo al mattino seguente con la coppia che dorme dolcemente abbracciata. Nel mio caso, cerco di mettere da parte l'estetica del decoro affinché il lettore veda e ascolti da vicino ciò che accade in quel momento magico. In effetti, il sesso è conoscenza del mondo e un modo di sconfiggere l'egoismo. Mi permetto di ricordare una battuta che è in un film di Woody Allen: qualcuno chiede “Il sesso è qualcosa di sporco?” e l'altro risponde “Se si fa bene, sì”.

Andrés, il pittore, l'artista presente nel libro, scopre di avere una terribile capacità di vedere la morte negli altri quando ancora non è manifesta. Dice: “E' come se dipingessi non il presente, ma il futuro dei miei soggetti, un futuro maligno e perverso”. Questo ruolo quasi sciamanico è anche dello scrittore?

Sì, la scrittura è un modo di andare in trance. E' un esercizio visionario. La maggior parte delle volte utilizziamo il linguaggio solo come interscambio comunicativo, ma le parole hanno una forza sconosciuta, un'energia che trascende le categorie spazio-tempo. Le culture primitive conoscevano questa forza del linguaggio. Il poeta era visto come un intermediario tra il mondo conosciuto e quello sconosciuto. In effetti, scrivere per me è un modo di uscire da me stesso, di vedere più in là, di quello che i miei occhi vedono, udire più in là di quello che le mie orecchie possono udire, toccare più in là di quello che le mie mani possono toccare.

Intervista di Michele De Mieri – L'UNITA' – 13/07/2003




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