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Grottesco napoletano

Giuseppe Montesano, ovvero il trionfo del grottesco, del dialetto, dei linguaggi basse e della critica feroce alla volgarità del nostro tempo. Nato e cresciuto a Sant'Arpino, in provincia di Caserta (si tratta, in realtà, di estensione della periferia napoletana), Montesano fa la spola tra l'osservazione della realtà (scrivendone poi su i quotidiani) e lo studio attento della letteratura, essendo fine traduttore, curatore e critico letterario. Il Sud di Montesano è “gonfio”, tumido, esagerato e pantagruelico; vi domina la fame (la bulimia), la disperazione comica, il dialetto sguaiato e la “monnezza”, metafora del totale disprezzo per il bello e per la misura. Sul rapporto tra Sud e letteratura Montesano dimostra di avere le idee chiare.

“Non mi sento scrittore del Sud, ma semplicemente una persona che vive in un particolare luogo geografico e quindi prova a raccontarlo. Ma soprattutto non potrei raccontare il Sud anche volendolo, perché il Sud non esiste. Per quanto stucchevole è noto a tutti che esiste un fenomeno di internazionalizzazione delle economie, delle culture e persino degli stili di vita: è per questo che ritengo impossibile l'apartheid letterario. Uno scrittore indiano racconta probabilmente al 50% l'India e al 50% tutto il resto del mondo. Allora che cosa fa uno scrittore che vive in un posto situato al Sud ma che comincia ad assomigliare praticamente a tutto il mondo occidentale? Quello che fanno tutti gli scrittori e quello che hanno sempre fatto, ovvero registrare quello che si vede e quello che si sente. La cosa che salta agli occhi è l'enorme sproporzione tra residui del passato, a volte addirittura arcaici, e ponti ipertecnologici sospesi su un futuro che nessuno riesce a vedere bene. Resto sempre sbalordito di fronte alla convivenza tra il venditore ambulante che ha aggiunto al suo lamento antichissimo soltanto un altoparlante, e la fabbrica che produce componenti elettronici a pochi metri da lui. C'è una congruenza? Forse sì, ma è difficile vederla. Diciamo che a questo punto per uno scrittore interessato alla realtà si spalanca un campo di osservazione vastissimo, addirittura terrificante, che lo spinge a chiedersi, tra le altre cose, che cosa significhi esattamente moderno, modernità, tecnologico, avanzato, futuro, ecc. Quindi non bisogna voltare le spalle al presente, ma provare a entrarci dentro senza abbandonare tutto ciò che di vitale è stato accumulato dal tempo. E' un problema che riguarda la letteratura stessa. Esistono ancora dei maestri? Esiste ancora una tradizione? E soprattutto: esiste la possibilità di trasformare ciò che si è ereditato da questa tradizione in qualche cosa di nuovo, di completamente nuovo, capace di stare dentro le contraddizioni del presente senza spappolarsi? Io credo di sì, ma penso che sia un lavoro molto lento e molto difficile. Gli scrittori sono una forma antropologica iperspecializzata, e il loro punto debole sta esattamente nelle loro qualità: proprio perché lo strumento è stato raffinato, ed è diventato ipersensibile, corre il rischio di girare su se stesso, di rifiutarsi di registrare il caos, lo spappolamento e lo sbriciolamento che ha intorno.

Tutti i nodi critici principali della sua opera nascono intorno a concetti quali verità e realtà. Sulla realtà, sulla verità, la discussione letteraria, e non solo letteraria, rimarrà sempre aperta. In ogni discussione letteraria, comunque, il convitato di pietra sarà sempre il realismo...

E' molto semplice, per quanto mi riguarda: uno scrittore affronta sempre e soltanto la realtà, ma la affronta sempre e soltanto partendo dall'immaginazione. Naturalmente in questo modo arriva a uno scontro, nel quale né la realtà gli sembra sufficiente, né l'immaginazione può soddisfarlo. E' per questo che gli scrittori eccessivamente fantastici mi sembrano mancare il bersaglio e mi annoiano; ma mi annoiano ancora di più quelli che si illudono di rappresentare la realtà semplicemente registrando le cose, i tic verbali, insomma la superficie di quello che accade. E' un po' quello che capita a buona parte degli scrittori americani delle ultime generazioni, che trasferiscono sulla pagina, senza nessuna mediazione, ciò che li circonda. Il risultato è molto deludente, e per un motivo banale: perché chiunque abbia sensibilità è in grado di osservare le cose che lo circondano con maggiore penetrazione e con più velocità percettiva di qualsiasi scrittore. Allora si tratta di fare un passo oltre e di scavare al di sotto della superficie. E lì che si scopre effettivamente che cosa significa vivere in un mondo mediatizzato; e lì che si scopre fino a che punto sia cambiata l'antropologia delle persone sotto la sferza di un meccanismo economico che ha smesso di essere un dominio esteriore ed è diventato un dominio psicologico; ed è lì che forse si trova anche qualche cosa capace di fare vedere la cosiddetta superficie con occhi nuovi. La verità non corrisponde mai esattamente a quella che si chiama realtà, ma si può ricavarla proprio dallo scontro tra l'apparenza delle cose e la capacità immaginativa. Portate al loro estremo, le superfici cosiddette reali si incrinano e scoppiano, svelando quello che c'è dietro e quello che stiamo diventando. Una scrittura che insegua la verità non ha giudizi assoluti da smerciare; non è né un discorso ideologico, né un'analisi sociale, né statistica sociologica, né un'indagine di mercato: ma in qualche modo non rinuncia a nessuna di queste forme conoscitive e le mette a cuocere dentro il grande calderone che si chiama letteratura.

Gli antichi, insopportabili mali della Campania: il sovraffollamento, la corruzione, l'incultura civica, la sua borghesia, sospesa tra arricchimento e oleografia, la violenza urbanistica, la violenza della camorra e dei delinquenti improvvisati. CI dà un commento su questa eterna polveriera che sono Napoli e la Campania?

Le ferite che angosciano chi scrive sono le stesse che angosciano l'ultimo dei passanti per strada, con la differenza che uno scrittore ha l'obbligo di spingersi un po' più in là e chiedere perché e come si è arrivati a un punto che per molti aspetti sembra di rottura: o, forse, di stasi definitiva. Non è forse la stessa cosa? Potrei ripetere tutte le lamentele accumulate sul meridione da una letteratura infinita, ma credo che il gesto da fare sia invece un altro: conoscere quanto più è possibile ciò che è stato detto, scritto e sofferto sull'argomento e provare a fare come se oggi, in questo momento in cui sto parlando, si possa ricominciare da zero. So che è una contraddizione, ma credo che senza l'entusiasmo di chi non è oppresso da peso del passato, dal peso degli errori del passato, si perda inventiva, e si perda anche la voglia di cambiare nella quotidianità. Io scrivo sul principale quotidiano del Sud, Il Mattino, e scrivo praticamente sempre di temi che riguardano la società, ma sempre provando a spostare i tasselli del mosaico per farli vedere in un modo diverso. Si tratta insomma di trovare punti d'appoggio per i singoli che hanno voglia di ricominciare, che pensano si possa fare a meno del lamento e che i problemi del Sud siano tutto sommato i problemi dell'intero pianeta. Così cambia tutto: si smette di pensare al Sud come a una nicchia ecologica o come un luogo separato e si entra dentro la corrente delle cose che accadono. Come dicevo prima, è più importante capire e probabilmente è più importante capire dove va l'economia mondiale, piuttosto che chiedersi perché Cavour o il governo piemontese considerò il Sud poco meno che una riserva indigena da bonificare.

Romanzi come “Nel corpo di Napoli” e “Di questa vita menzognera”, il primo pubblicato da Mondadori e il secondo da Feltrinelli, ci hanno conquistato anche per il dialetto scatenato, per questa lingua viscerale che raggiunse esiti così perfetti solo nelle commedie di Eduardo De Filippo. Eppure Montesano è fine traduttore della migliore letteratura francese, è raffinato interprete di molta letteratura tra Otto e Novecento. Danno vita, questi due mondi apparentemente separati, a una sorta di cortocircuito culturale? E' inevitabile lo spaesamento?

Lo spaesamento è grande, ma credo che la sensazione principale e comune sia quella di uno spaesamento planetario, dove i singoli luoghi somigliano in modo impressionante a periferie senza più un centro. In questo anche il plurilinguismo, l'urto tra i dialetti e le lingue nazionali, diventa emblematico dell'ambiguità paradossale nella quale siamo conficcati. La letteratura si appiattisce sempre più verso un esperanto che frulla insieme tutti gli stili e tutte le tecniche della scrittura d'intrattenimento, mentre gli scrittori sono condannati a cercare l'esatto contrario dell'intrattenimento: la verità. E allora i cortocircuiti tra lingua alta e lingua bassa, tra letteratura nobile e ignobile sfacelo, tra lingua e dialetto, sono i benvenuti, perché costringono a uscire dai confini, sia geografici che letterari, e a confrontarsi con le voci degli altri. Per un romanziere solo questo conta: le voci degli altri. Il romanziere non scrive di se stesso, non si guarda allo specchio, non ama il solipsismo, ma è innamorato letteralmente di tutto quello che vede, che sente, che percepisce. E' attraverso le voci degli altri che egli esprime la propria: è mettendo in scena il teatro che lo circonda che fa parlare la propria individualità; è in questa specie di bizzarra comunione che riesce a sfiorare la verità degli altri. E' questo che intendo per raccontare la realtà: non l'ottuso realismo, non il miserabile narcisismo, ma nemmeno la fantasticheria illusa di volare al di sopra delle cose: bisogna scendere dentro di esse e procedere in un certo senso a caso, nella speranza di afferrare per strada un pezzo vivo di quella che chiamiamo verità.

Ogni scrittore che ha deciso di rimanere nella propria terra, rinunciando ai vantaggi di centri culturali come Milano o Roma, è legato al proprio luogo di nascita da un vincolo misterioso, spesso ineffabile. Qual è il suo vincolo misterioso, quale profumo la tiene legato a una terra difficile e carica di troppe cose, spesso violente?

E' una domanda difficile, perché va a toccare qualcosa che, una volta espresso in parole, poi si dissolve. Mi sembra che tutto quello che apparteneva all'infanzia, e quindi ai momenti di massimo entusiasmo e apertura nei confronti del mondo, si sia in qualche modo degradato: gli interminabili pomeriggi in giro per strade polverose, persi in giochi che sembravano essere la vita stessa, fatti con giocattoli che erano il paesaggio stesso, i campi, il sudore, le lotte, gli inseguimenti. Questa fonte mi appare isolata nel passato, non comunicabile al presente. E' come se la distruzione della lentezza avesse reso quel mondo più lontano delle piramidi egiziane, lo avesse bloccato come un mondo di pietra. Sì, forse è proprio la sensazione del tempo illimitato, e di quel caldo che riconosco come un'acqua fetale, che mi porto dietro da quei lontani giorni, e mi lascia conficcato in questa terra.

Intervista di Andrea Di Consoli – L'UNITA' – 09/08/2004




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