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Tutti i colori del nero

Ampia e bellissima, i capelli grigi stretti in cento trecce, la casacca, anch'essa grigia, ravvivata da collana e pendenti di cristallo, Toni Morrison, nel 1993 prima afroamericana a conquistare il Nobel per la letteratura, arriva a Mantova.

In programma due incontri: il primo insieme con il figlio Slade, col quale nel 2003 ha esordito col libro Chi ha più coraggio? La formica o la cicala?. Il secondo sul suo romanzo Amore appena uscito in Italia (pubblicati entrambi dall'editore, Frassinelli, che dal 1988, con la traduzione di Amatissima, poi via via del Canto di Salomone e dell'Isola delle illusioni, L'occhio più azzurro e Paradiso, ci ha fatto conoscere la sua opera)

Un romanzo, questo ultimo, che, per l'intreccio complesso di voci – le donne che a vario titolo, moglie e sorella, beneficiate e amanti, si muovono intorno alla figura carismatica e insidiosa di un uomo, Bill Cosey, e, nel contendersene eredità e memoria, raccontano la trama – ha fatto evocare ai critici americani William Faulkner: “Sono renitente ai paragoni, specie con gli autori che ammiro. Mi piace Faulkner e lo considero il più importante tra gli statunitensi per il suo stile e per la sua conoscenza della comunità afro-americana. Ma adoro pensare che il mio lavoro sia inconfondibile, unico, diverso da ogni altro” rinvia la similitudine al mittente, con un ampio sorriso, la scrittrice. Parla con voce come seta, pure se le Camel, che tiene sempre a portata di mano, la affievoliscono. Con attenzione circospetta e generosa verso le parole che usa: d'altronde, in occasione della “lectura” che tenne nel dicembre '93 per gli accademici di Svezia, scelse come argomento il linguaggio, paragonato a un passerotto che dei ragazzini tengono in mano e che possono, a loro scelta, far vivere o fa morire.

Signora Morrison, due anni fa, al festival romano di Massenzio, lei si presentò con qualche pagina della storia che stava scrivendo, ma senza conoscerne ancora il titolo. Ora il titolo c'è: “Amore”. E' una parola semplicissima, in apparenza. Qual è, nel caso di questo romanzo, il suo significato?

Ho voluto usare la parola in un senso non comune, lontano dal significato romantico, erotico, dal cliché. Mi riferisco, invece, a una serie complicata di emozioni, assolutamente umane anche se a volte gli esseri umani le ignorano: sono le emozioni che concernono il fatto di avere a cuore qualcuno, quando non sono in ballo interessi personali. E, soprattutto, alla difficoltà di mantenere intatta questa profondità.

La comunità nera di cui tratta la storia è, per un lettore medio europeo, spiazzante: un albergo di neri e per neri sulla costa, negli anni tra i Quaranta e i Settanta del Novecento. E una comunità afroamericana articolata in classi, coi suoi benestanti e i suoi poveri, gli imprenditori e i servi. Un'immagine molto diversa dal monolite che noi abbiamo in mente: una comunità omogeneamente segregata e discriminata. Davvero è esistito questo mondo? E quando è scomparso?

Nel periodo storico prima delle battaglie per i diritti civili, quando, per via della segregazione, bianchi e neri non vivevano insieme, la comunità afroamericana aveva sviluppato una propria imprenditoria, proprie professionalità, propri ospedali e proprie scuole. C'erano scuole di medicina nere, scuole nere di architettura e di diritto. E c'erano, quindi, imprenditori neri di successo, perché la segregazione assicurava loro la clientela. La nostra gente non poteva uscire da quei circuiti. Poi, la spinta all'integrazione ci ha dato la possibilità di andare dappertutto. La battaglia per i diritti civili e il progresso hanno avuto questa conseguenza secondaria: alcune di quelle industrie sono crollate e alcuni neri si sono impoveriti. Potevi spendere le vacanze a Rio o a Parigi, perché andare nella pensione per soli neri? Potevi iscriverti a Harvard, perché andare all'università nera di Howard? A quell'epoca i neri ricchi e i neri poveri vivevano assieme, a contatto di gomito. Poi si è verificata la prima divisione di classe: chi ha potuto se ne è andato, gli indigenti sono rimasti nei ghetti. A quel tempo, invece, i neri che “ce l'avevano fatta” erano guardati con ammirazione. E', appunto, una storia molto diversa da come viene generalmente raccontata. Nn erano pochi a odiare Martin Luther King, perché si chiedevano: conquistare i diritti che cosa ci farà perdere?

L'integrazione, allora, non è stato un progresso?

Certo, lo è stata. Io stessa sono un esempio di quel pezzo di storia: da insegnante professionista, ho lavorato a Harvard e Princeton. Ma di quella comunità solida si sente la mancanza.

Quello che è successo nell'albergo per neri di Bill Cosey, poi diventato una vecchia dimora trascurata, è tutto meno che edificante: violenze, soprusi. Il male, lei ci vuole dire, è uguale dappertutto?

Ogni società di immigrati, negli Stati uniti, ha percorso lo stesso cammino: all'inizio si sono sostenuti a vicenda e hanno combattuto le istituzioni, se era necessario, poi si sono assimilati. I neri, per via delle leggi razziali, l'hanno fatto semplicemente più tardi, anche se, a parte i nativi, erano i primi a essere arrivati. Entrati nell'estabilishment, ne hanno assimilato anche i peccati.

Che cosa le ha dato scrivere per la prima volta un libro con suo figlio, e scrivere per la prima volta un libro per bambini?

E' stato interessante. Lui riluttava, perché io sono una professionista nel campo, e perché sono sua madre. E' cominciato divertendoci a prendere in giro le favole tradizionali per bambini, col terrore che incutono: Hansel e Gretel, ci dicevamo, spaventano anche noi due adulti. Poi lui ha cominciato a rileggere Esopo e abbiamo finito per chiederci: ma perché tutti sono così arrabbiati con la cicala? Non lo ha fatti godere per un'estate intera col suo canto? Così, abbiamo scritto queste storie con la loro morale aperta, anziché chiusa: chi è il vero eroe, chiediamo ai piccoli lettori?

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 10/09/2004




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