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La fame inesauribile di Amèlie Nothomb

Ha esordito a ventitré anni e il suo primo romanzo, Igiene dell'assassino, è diventato rapidamente un caso letterario, citato e preso a modello. Ora, a trentasette anni, Amélie Nothomb, voce inquieta di una letteratura europea dal cuore profondamente cosmopolita, si concede il lusso di una bizzarra autobiografia, tutta giocata intorno all'idea della "fame", Biografia della fame, Voland (pp. 146, euro 13,00). Nothomb rintraccia con una punta di ironia e con il consueto cinismo le tappe della sua infanzia di ragazzina anoressica in giro per il mondo, al seguito di una famiglia di diplomatici. Sul fondo, la fame per la vita e il desiderio di scoperta che ne hanno poi fatta la scrittrice eccentrica e affascinante che conosciamo. L'abbiamo incontrata a Roma in occasione della presentazione del suo libro.


Perché un'autobiografia a trentasette anni?

Sarebbe ridicolo che avessi pensato di scrivere la mia autobiografia come se avessi già terminato la mia vita. Da ciò l'idea di una "autobiografia tematica". Mi sono chiesta quale fosse la parola che poteva riassumere meglio i diversi aspetti della mia esistenza e quale espressione potesse racchiudere simbolicamente il significato, e ho pensato alla parola fame. Certo, non credo di essere la sola persona al mondo che prova ora, o ha provato nella sua vita, fame, ma credo però di potermi considerare una campionessa della fame, e questo in tutte le categorie e i significati che si possono dare al termine. Parlo della fame di tutto ciò che esiste, che provo io: fame della realtà, degli altri esseri umani, dei sentimenti, della cultura, dei libri, dei paesi... La parola fame era la chiave attraverso la quale potevo accedere al massimo degli aspetti di ciò che sono, per questo alla fine ho scelto di tracciare una Biografia della fame.

La fame racchiude così simbolicamente la sua vita, ma si presenta anche come una sorta di "motore" della civiltà. Eppure il suo libro si apre raccontando del popolo dell'arcipelago Vanuatu, in Oceania, che, a suo dire, non ha mai vissuto la fame. Quale geografia esistenziale compone questa mappa della fame?

Da questo punto di vista si tratta di una sorta di autogeografia, un percorso metafisico attraverso la geografia e la fame che raccoglie le mie esperienze di vita. Si comincia l'itinerario in Giappone, un paese che non è certo povero anche se non tutti, tra i suoi cittadini, se la passano benissimo ma dove, in ogni caso, non c'è fame. Poi si passa alla Cina maoista, nella quale la fame prosperava, e si arriva fino a New York, dove c'è un'abbondanza straordinaria, ma dove si incontra anche la fame. In ogni caso, in queste tre realtà il cibo non è un problema. Ma a undici anni, invece, ho fatto l'esperienza del Bangladesh, il paese più povero del mondo e dove tutti hanno fame. Non solo, è forse il caso di parlare di una coincidenza metafisica, ma è proprio in quella realtà che ho scoperto la violenza del corpo, che sono entrata nell'adolescenza e ho iniziato a proiettarmi verso l'essere donna, ma anche verso l'anoressia. Quindi credo di poter parlare di un parallelismo tra la fame che vivo io e la fame geografica dei paesi che attraverso, qualcosa che dà a questa fame una sua coerenza.

Si pensa spesso alla fame come a una metafora della vita e soprattutto dell'amore, del desiderio: si ha "fame" di qualcuno... Per lei, in questa autobiografia, si tratta anche di questo?

Certamente, la fame è la scuola del desiderio. E attraverso tutte le modalità di descrivere la fame che raccolgo nel libro, alla fine arrivo allo stadio supremo di questa voracità esistenziale, arrivo proprio alla fame dell'altro.

Lei racconta spesso di scrivere molto più di quanto poi riesce a pubblicare, anche due tre romanzi contemporaneamente. Questa dimensione della fame vale perciò anche per la scrittura?

Io ho bisogno assolutamente di scrivere tutti i giorni, qualcosa come quattro ore al giorno. In genere comincio in piena notte e mi fermo subito dopo l'alba. Solo che poi molto di quello che scrivo non mi convince e lo lascio lì. Diciamo che se ho finora pubblicato tredici romanzi, quelli che ho iniziato a scrivere, e spesso anche finito ma senza crederci, sono almeno tre volte tanti. Ma non si preoccupi, non ho intenzione di cominciare a pubblicare tutto quello che scrivo, non lo farò mai. Per me la scrittura è prima di tutto un modo di vivere, una condizione per restare in vita, per questo non ritengo necessario mostrare tutto questo agli altri. E alla mia fame di scrivere che ho bisogno di dare risposte prima che a qualunque altra cosa.

Intervista di Guido Caldiron – LIBERAZIONE – 12/04/2005




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