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No future, il male viene da dentro

“Lei conduce da tempo una doppia vita - dice l’agente di Matrix a Neo -… In una, lei è uno dei più grandi hacker della terra, e ha compiuto tutti i crimini possibili. Nell’altra è il rispettabile lavoratore di una stimata ditta produttrice di software. Una di queste due carriere ha un futuro, l’altra no”.

E’ nella scelta di un “non futuro”, quello della verità, la verità nascosta e orribile dell’umanità, che inizia il viaggio nella più grande odissea di fantascienza degli ultimi anni, quella di Matrix, summa filosofica dell’intero genere. Ma facciamo un salto indietro nel tempo, retrocedendo ad altri “futuri”…

Il periodo d’oro del futuro, dell’idea di futuro, in letteratura e nell’allora nascente arte cinematografica, è durato una quarantina d’anni, diciamo dagli ultimi decenni dell’Ottocento ai primi due del secolo scorso. E’ stato in quel lasso di tempo che sono stati generati, in letteratura, i capolavori di J. Verne, B. R. Bruss, E. R. Burroughs e, nel cinema, le deliziose divagazioni, tra lo stupefatto e l’onirico, di G. Méliès. Erano i tempi dell’Inno a Satana di Carducci, che nelle innovazioni tecnologiche vedeva l’ipostasi positiva dell’originario spirito prometeico alla riscossa dell’uomo e dei suoi limiti. E ancora, non si erano spenti gli entusiasmi del positivismo, con A. Comte che proponeva di sostituire alla religione trascendentale quella della scienza e della tecnica colte nel loro momento di maggior utopia. L’utopia di trasformare il mondo secondo i desideri dell’uomo. E ancora su questa onda si compie la rivoluzione d’Ottobre, quando l’elettrificazione e l’avvio della trasformazione industriale di un immenso territorio per certi versi ancora medioevale sembravano la premessa realizzata all’insediamento, sulla terra, di un benevolo futuro. Quello provocatoriamente evocato a F. T. Marinetti e i suoi accoliti.

Ma già nel futurismo (italiano e russo, il futurismo di Marinetti ma anche quello di Majakovskij) c’era una nota stridente. La Prima guerra mondiale e la stessa rivoluzione d’Ottobre avevano dimostrato che le grandi innovazioni tecnologiche non significavano, automaticamente, la realizzazione delle utopie, e che scienza come slancio verso il futuro vuol dire anche distruzione e morte. Quell’inacidimento sta proprio nella doppia natura del futurismo: da una parte l’esaltazione della macchina, dall’altra l’estetica della guerra.

E siamo già lontani dalle pacifiche esaltazioni di J. Verne. A proposito di Verne, Roland Barthes, in Miti d’oggi, ricordava quanto il futuro vagheggiato dal romanziere francese non fosse altro che l’apoteosi delle certezze borghesi d’inizio secolo. Al bordo del Nautilus, secondo Barthes, il placido capitano, con la pipa e attorniato da ogni genere di comfort, guardava come fosse un film le meraviglie di un mondo ancora da scoprire ed ostile quel tanto da generare avventure che erano poi viaggi nella conoscenza di una natura ormai piegata alla facoltà di una classe benestante e soddisfatta di sé.

I sogni di Tommaso Moro e di Charles Fourier (ma ancora prima, di Sant'Agostino e, in qualche modo, del Platone della Repubblica), che avevano ipotizzato un futuro "perfetto", hanno iniziato a tracimare di fronte a un cumulo di armi tutt'altro che umanista, e l'utopia di un futuro in cui la tecnica prendeva per mano l'uomo accompagnandolo nella terra dei sogni ha lasciato il suo posto ai millenarismi perennemente innescati della Guerra fredda come metafora di un nuovo "creazionismo" imperfetto e mostruoso: quello che già nel Frankestein di M. Shelley incarnava tutta la sua potenziale distruttività.

E' allora prevalsa un'altra immagine del futuro, quella millenarista e apocalittica. Non più viaggi nel mondo ideale di là da venire (quel "sol dell'avvenir", in campo politico, che era il corrispettivo sociale dell'attesa fibrillante in un mondo "costruito" nel modo migliore) ma la paura nei confronti di una tecnica e di un mondo che stava diventando mostruoso, in preda a "dottor stanamori" e in balia di computer di bordo così ligi alle direttive da diventare macchine omicide.

E' stato questo il periodo d'oro della "nuova" fantascienza, quella che metteva in scena le paure della Guerra fredda ed esaltava il luogo in cui si immaginava sarebbe avvenuta, lo spazio. La fantascienza "classica", laboratorio di critica sociale e politica, di Arthur C. Clarke, Philip Dick, G. Orwell, Ray Bradbury, K. Vonnegut e molti altri. E' nel 1952 che nasce, in Italia, Scienza fantastica, la prima rivista nostrana di fantascienza (sette anni dopo uscirà, per Einaudi, Le meraviglie del possibile, prima antologia italiana sul tema, a cura di S. Solmi e C. Fruttero: erano gli anni in cui negli Usa prendeva piede la serie televisiva Ai confini della realtà e da noi usciva "Urania", per lungo tempo il più potente veicolo di fantascienza per gli adepti del genere in Italia).

Da allora, il futuro è sempre sembrato più spaventoso, e l'arte è diventata il luogo del rito apotropaico che ci mette di fronte l'apocalisse che ci stiamo costruendo. Le macchine si sono rivoltate, Terminator torna proprio dal luogo del misfatto (il futuro, appunto) per cercare di bloccare la piega presa dal tempo, Ballard e Cronenberg ci raccontano la progressiva perdita di umanità della "società dello spettacolo" (uccisa dalla televisione, ci spiegava J. Baudrillard: una società di zombie) al potere. In rischio è il genere umano (laddove il soggetto, quell'"je, moi" doppio a priori, teorizzato da Lacan, è diventato quello di un robot, da 2001 odissea nello spazio a A. i. , da Matrix a Io, robot). E se, come ha detto Karlheinz Stockhausen, alfiere dell'avanguardia elettronica per più di sessant'anni, “l'undici settembre 2001 è stata la più grande opera d'arte del male di tutti i tempi”, il male è diventato l'unico argomento ad occupare la divagazione fantastica sul futuro. Tornando a Matrix, la lotta per debellarne il potere (nel suo intreccio tra economia, politica e immaginario) è il solo antidoto. 

Aldo Nove – LIBERAZIONE – 08/05/2005




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