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Quel che resta del Sogno

Amos Oz è, nel drappello dei grandi scrittori israeliani, uno dei più duttili quanto a stile narrativo: ha scritto un romanzo succinto come una favola, Una pantera in cantina e altri come Conoscere una donna, Michael mio, Fima delle più canoniche duecentocinquanta-trecento pagine, nella Scatola nera ha resuscitato la forma epistolare e nello Stesso mare ha allestito un pastiche di prosa classica, prosa quasi sapienziale e prosa scandita come fossero versi. Per narrarci i suoi primi quindici anni di vita, Oz ha scelto ora la più fluviale delle architetture: Una storia d’amore e di tenebra (in italiano per Feltrinelli, nella bella traduzione di Elena Loewenthal) è un romanzo autobiografico ampio seicentoventisette pagine. Tante ce ne volevano per dipingere lungo un secolo, con levità, umorismo, pathos e tenerezza, il doppio corteggio familiare, paterno e materno, che, da Odessa e dalla Polonia, approdò a Gerusalemme. Un corteggio popolato di figure come il prozio Yosef Klausner, propugnatore del binomio “Giudaismo e Umanesimo”, la nonna Shlomit che avrebbe trascorso gli anni della sua nuova vita nel Levante in una patologica caccia ai microbi, lo zio David restato in Europa “fino alla fine” e lì ucciso dai nazisti con moglie e bambino. Corteggio che si incarnò nei due studenti universitari,Yehudah Arieh Klausner e Fania Mussmam, che si incontrarono nel 1936 e, nella città santa, lo diedero alla luce nel 1939. Questo è l’ ”amore”. La “tenebra” è quella cui il libro allude all’inizio, e in cui precipita nel finale: il buio straziato intorno al suicidio della madre, la bruna e riservata Fania morta per eccesso di barbiturici nel 1952, quando il suo unico figlio Amos aveva tredici anni. Ma la “tenebra” era anche il nome di un orizzonte: di là dai Monti di Tenebra, infatti, vivevano i pionieri e le pioniere dei kibbutz, ai quali, quindicenne, Amos Klausner si unì ribattezzandosi Oz e buttando via col cognome tutto il resto. Per tornare, su quel “resto”, con questo libro, solo oggi che è ultrasessantenne. Spiega Oz che del suicidio di sua madre non aveva mai parlato con nessuno, né con suo padre, né con sua moglie, né con i suoi figli, prima di consegnarne la memoria a queste pagine.

Una storia d’amore e di tenebra è un testo che regala ai cultori di questo scrittore (tradotto in una ventina di lingue e leader del movimento pacifista Peace Now) alcune chiavi interpretative: spiega lui stesso, esplicitamente, ecco, così è nato questo o quel mio personaggio. Più implicitamente, la “tenebra” finale ci fa capire dove nascano alcune sue figure femminili, come la Hannah di Michael mio o la Ileana della Scatola nera, la cui intensità è così parossistica da sfiorare la vibrazione metallica dell’isteria. Amos Oz, a Roma per presentare il romanzo, è loquace, ma ha occhi azzurri che si stringono, vigili, mentre ascolta.

Nel 1954 lei decise di cancellare il gracile, fantasioso e chiacchierone Amos Klausner, quindicenne, e di rinascere come giovane “eroe” di Israele. Poi, per quasi trent’anni, è vissuto nel kibbutz “Hulda”. Ora torna su quei primi e rimossi quindici anni di vita con questo romanzo-fiume. Cosa l’ha spinta?

C’è una spiegazione breve: i miei nipoti. Cinque anni fa per la prima volta uno di loro mi ha chiesto se mi ricordavo di mio nonno e io gli ho dato questa risposta lunga seicento pagine. E c’è una spiegazione più ampia: avvicinandomi ai sessant’anni ho sentito il bisogno di comunicare con i miei genitori, morti molti anni prima. Avevo bisogno di sapere perché mi avevano fatto nascere a Gerusalemme e di capire da che cosa fossero scappati e cosa volessero da me. Avevo un’età in cui, ormai, non ero più arrabbiato con loro. Molta gente scrive le proprie memorie per effettuare una resa dei conti col resto del mondo, vendicandosi di quanti li hanno insultati. E per uccidere nuovamente i propri genitori. Non nel mio caso. Ho scritto questo romanzo in un momento in cui l’ira si era spenta ed ero pieno di curiosità ed empatia verso di loro.

Lei scrive come voi immigrati tra le due guerre in Palestina consideraste “con pietà e un pizzico di ribrezzo” gli ebrei che arrivavano dall’Europa poi, “travolti e stremati, reietti del mondo”: “Chi aveva colpa se erano rimasti lì ad aspettare Hitler invece di venire qui per tempo? E perché si erano lasciati condurre come pecore al macello?” aggiunge riproducendo una specie di sentire comune. È una pagina scioccante.

La mia ira non andava agli ebrei ma all’Europa. Dai miei genitori ho ereditato un sentimento ambivalente. Gli ebrei erano gli europeisti più convinti, settant’anni in anticipo sugli altri quando, tra le due guerre, tutti erano nazionalisti, il patriota bulgaro come il patriota norvegese. Parlavano molte lingue, mio padre undici, mia madre sette, perciò li chiamavano “cosmopoliti”, parola dispregiativa sia nel vocabolario nazista che in quello comunista. Ora so che i miei genitori hanno nutrito un amore non corrisposto verso l’Europa: amavano la sua cultura, la sua storia, il suo paesaggio, l’arte, erano pazzi per la sua musica, e l’Europa li ha espulsi con odio. Per fortuna, perché sennò sarebbero stati uccisi. Questa ambivalenza resiste ancora in me: volevo diventare un pioniere israeliano perché desideravo dimostrare all’Europa che tutto ciò che è europeo potevo farlo meglio, il socialismo, la cultura, l’agricoltura. Tutto.

Ci è riuscito?

No, naturalmente. Chi riesce a realizzare il suo sogno dei quindici anni? È nella natura della fantasia rimanere meravigliosa finché resta tale. Per me, Israele è un sogno realizzato. Quindi è una delusione. Per definizione.

Suo padre era un impiegato di biblioteca. Ma lei descrive un ambiente familiare coltissimo: in visita dallo zio Yosef, inventore di una parte del lessico del nuovo ebraico, capitava di incontrare Isaiah Berlin e Ben Gurion e, uscendo dal suo villino, di entrare in quello dirimpetto dove viveva Shmuel Yosef Agnon, Nobel per la letteratura nel ‘66. Era un’élite?

No, a Gerusalemme erano tutti scienziati, scrittori o poeti. Anche il postino: aveva una laurea presa in non ricordo più quale università tedesca. Il farmacista Heinemann, dal quale ci recavamo per telefonare, in Polonia era stato un chirurgo famoso. Tutti avevano un bagaglio intellettuale, tutti erano infelici, erano dei rifugiati e sognavano di tornare un giorno in Europa. Era un ambiente molto disorientante per un bambino: tutti avevano due identità, parlavano molte lingue e avevano una storia segreta.

“Tutto ciò che contava era fatto di parole” scrive, a proposito della sobrietà in cui vivevate e, insieme, dei racconti sul mondo perduto, l’Europa, con cui sua madre Fania le alimentava la fantasia. Nasce qui la sua vocazione?

Sì. Ho sempre desiderato diventare scrittore. C’era qualcosa sotto il pavimento, dietro i muri, sul soffitto che non potevo vedere, che non era per me, a cui non potevo arrivare.

La fioritura della narrativa israeliana negli ultimi vent’anni è un meraviglioso enigma. Pensa che possa avere, chissà, a che fare con la sobrietà, con una minore schiavitù dal consumismo?

Consumiamo. Ma siamo troppo occupati per parlarne. Anche in Israele le persone vanno nei grandi magazzini, ma poi lì esplode una bomba, così scriviamo dei morti, anziché dei consumi. C’è una normalità strana in mezzo alla guerra. Pensi a questa immagine: c’è una cittadina eretta sul pendio di un vulcano in eruzione. E qui c’è una vedova di mezza età che di notte non chiude occhio, ma non per il vulcano, perché sente che di là dal muro suo figlio di sedici anni non riesce a dormire. E suo figlio non riesce a dormire perché oltre il suo muro c’è un’altra donna matura, che gli piace, e questa a sua volta non dorme perché sua figlia esce con un uomo che ha il doppio dei suoi anni e questi non dorme perché non riesce a essere eletto sindaco. Questo è Israele: il vulcano c’è e noi apprezziamo di più le banalità della vita, siamo grati per cose che in Europa vi disgustano, le delizie del piccolo borghese che, per un israeliano, rappresentano la risposta a distruzione e disperazione.

Ma per noi il Consumo è vera religione. Nei vostri romanzi questo non appare: lei, come Yehoshua, come Grossman, come Liebrecht, non evocate spreco, né di oggetti né di affetti.

Penso che in tutto il mondo capitalista sia in corso una campagna di lavaggio del cervello: buttate via ciò che avete e comprate la cosa nuova. È l’infantilizzazione sistematica della società. Cessate di amare ciò che avete amato ieri. In Israele su un muro ho visto un graffito: “Siamo nati per fare lo shopping”. Ora, per fortuna, noi abbiamo ancora un po’ di memoria materiale e spirituale del passato. Le persone sono ancora affezionate a qualcosa che hanno da anni e che hanno portato lì con sé. Uno dei motivi per cui ho scritto questo libro è appunto cercare di trarre in salvo alcune di queste reliquie.

In due romanzi, “Conoscere una donna” e “Michael mio”, lei ha compiuto un viaggio vertiginoso nella psicologia femminile. È un tributo che ha pagato alla singolare figura del suo nonno paterno, che descrive oltre i novant’anni ancora in attività galante e impegnato nell’inesausta curiosità di capire l’anima delle donne. O, più dolorosamente, all’enigma del suicidio di sua madre?

Ho voluto scoprire la mia parte femminile. Perché mi ci sono addentrato? Volevo risolvere il mistero della morte di mia madre. Ma anche rendere omaggio all’infatuazione permanente che mio nonno nutriva per l’altro sesso. Scrivo che il mondo è pieno di uomini che adorano il sesso e odiano le donne. Lui amava il sesso e amava le donne. Anch’io.

Una storia d’amore e di tenebra” è un romanzo o un’autobiografia?

A volte i fatti sono il nemico peggiore della verità. Mia nonna, secondo il certificato di morte, è morta per attacco cardiaco, in effetti è morta per eccesso di pulizia e, forse, per motivi più profondi. Ho voluto cancellare la demarcazione tra vita e finzione. Non tutto in questo libro reggerebbe a un’indagine di polizia. Ma la polizia stessa reggerebbe a un’indagine?

Nella “Scatola nera” la speranza finale per Israele sembra affidata alla figura del giovane Boaz che fonda una specie di kibbutz privato. È lì che Israele deve tornare?

Non ho fede nei ritorni indietro. Ma il kibbutz può insegnare questo di buono al ventunesimo secolo: lavorare meno, non guadagnare più del necessario, non comprare per ostentare. Il modello potrebbe essere il kibbutz spontaneo, senza controllo dei burocrati, e che lasci spazio al senso dell’umorismo. Socialismo e sense of humour, questa è la mia ricetta. Una cosa posso dirvi: sui giornali arrivano solo le cattive notizie. Ce n’è una buona, invece: la guerra in corso non è più tra arabi palestinesi ed ebrei israeliani, è una guerra tra fanatici di entrambe le parti. Ogni settimana i sondaggi ci dicono che il 70% dei due popoli è per il cessate il fuoco, per la road map e la creazione dei due stati. Ci vorrà tempo, ma i capi capiranno. Questi o quelli che verranno. Ci arriveremo.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 21/09/2203




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