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In nome dell’amore ai tempi dei kamikaze

"C’è una normalità strana in mezzo alla guerra. Pensi a questa immagine: c’è una cittadina eretta sul pendio di un vulcano in eruzione. E qui c’è una vedova di mezza età che di notte non chiude occhio, non per il vulcano, ma perché sente che di là dal muro suo figlio di sedici anni non riesce a dormire. E suo figlio non dorme perché oltre il suo muro c’è un’altra donna matura, che gli piace...": Amoz Oz nel 2003, in Italia per presentare Una storia d’amore e di tenebra, ci descrisse così lo strano clima che aleggiava nel suo paese, Israele, anelante alla quotidianità mentre si susseguivano gli attacchi kamikaze.

Due anni dopo quell’immagine si è ramificata fino a diventare il testo che, stasera, Oz leggerà alla Basilica di Massenzio. In cerca della risposta a questo interrogativo, che concerne lui, in quanto scrittore, ma anche noi tutti: cosa può fare la letteratura di fronte alle catastrofi?

Oz, ora, è seduto, abbronzato e sorridente, di fronte a un bicchiere di acqua frizzante. La sua risposta a quel dilemma, lo ha ripetuto più volte, è che la narrativa è un’arma per la pace, perché aiuta a mettersi nei panni dell’altro. Dopo aver pubblicato nel 2002 il pamphlet Contro il fanatismo e nel 2003 Una storia di amore e di tenebra, saga della sua famiglia, è tornato alla fiction? gli chiediamo. Cosa sta scrivendo? "Ho scritto una favola che uscirà in Israele in settembre e in Italia nel 2006. Una favola è narrativa? Io non sono così sicuro del significato di questa parola. E la fiction cos’è: finzione, cioè bugia?" ribatte.

Già, non esiste un termine ebraico equivalente di "fiction". Mentre, forse, l’equivalente latino è proprio "fabula". La sua favola cosa racconta?

S’intitola All’improvviso nel folto della foresta. Immagini un piccolo villaggio nel folto della foresta, con poche famiglie e nessun animale. Né gatti né cani né vacche né uccelli né pesci nel torrente. Ci sono, in compenso, strane voci che girano: si vocifera che una volta gli animali ci fossero e i bambini chiedono e i genitori rispondono "sei troppo piccolo per capire..." Chissà quando, dev’essere successo qualcosa di sinistro. Ma il dopo non posso dirglielo. È una favola che potrà essere letta da adolescenti come da persone molto anziane, da chiunque, insomma, abbia più di dieci anni. Il racconto è semplice, ma la realtà del racconto non lo è affatto.

In "Storie", raccolta di racconti curata da Nadine Gordimer a sostegno della Treatment Action Campaign contro l’Aids, in Italia appena uscita per Feltrinelli, appare un suo racconto dal titolo "Così fa il vento". La scelta è sua o della curatrice?

Mia. L’avevo scritto a ventun’anni e l’avevo quasi dimenticato....

A ventun’anni? Tanto di cappello.

Quando l’ho riletto, circa un anno fa, mi sono detto io stesso "tanto di cappello". Ho chiesto a Nadine Gordimer se avrebbe accettato un testo così antico e così giovanile. L’ha letto, e anche lei ha commentato "chapeau!".

"Così fa il vento" mette in scena, in un kibbutz, un laburista venerato per il suo rigore e un figlio quindicenne che, benché sognatore e indeciso, si fa suggestionare dal padre, si arruola nei paracadutisti e, al primo lancio, finisce su un traliccio dove ondeggia per ore come un crocefisso, finché muore. Nello scriverlo aveva presente la sua personale vicenda, quella che ha svelato per la prima volta in "Una storia di amore e di tenebra"? La sua fuga, cioè, verso il kibbutz per evadere dalla sua condizione di ragazzino gravato dal dolore del suicidio di sua madre.

Kibbutz, pionieri, ideologi duri, soldati e fanatici: più o meno nel racconto ho ritrovato la mia miscela consolidata. Sì, c’è una componente autobiografica. Non è facile cercare di rinascere. Specialmente, come fa qui il protagonista, su pressione di una generazione più anziana. I miei genitori erano entrambi scuri di capelli ma desideravano che io fossi biondo. E tanto l’hanno voluto, che ecco il miracolo genetico: sono nato biondo. Ma volevano anche che fossi alto, e invece eccomi come sono. Quando mi sono ribellato e sono andato nel kibbutz anch’io sognavo di diventare altissimo. Ma non ha funzionato.

Quando ha scritto il racconto aveva in mente, per la morte del ragazzo, proprio l’immagine - per noi cristiana - della crocefissione?

Sì.

So che è stanco di essere interpellato sulla situazione in Medio Oriente. Ma, nella sua opera, corre il tema del fanatismo.Cosa pensa del fenomeno nuovo dei potenziali coloni kamikaze, i giovani seguaci di Baruch Goldstein, l’autore della strage del ’94 a Hebron, e dell’assassino di Rabin, Yigal Amir, disposti a far fallire con ogni mezzo il ritiro da Gaza?

Non sono stanco della tragedia mediorientale, né di agire come attivista. Sono stanco di parlare da analista. Vedo che sia tra i palestinesi fanatici che tra gli israeliani fanatici esistono forti propensioni al suicidio. Su entrambi i versanti ci sono persone disposte a uccidere e a morire per ciò che, a loro modo di vedere, è più importante della vita stessa. E per un fanatico quasi tutto è più importante della vita. Il kamikaze, non va dimenticato, prima di ogni altra cosa è - donna o uomo che sia - un individuo con tendenze suicide. Essendo un fanatico, però, vuole portare altri con sé. D’altronde, lo slogan "viva la muerte" non è stato inventato né in Israele né in Palestina.

Scoprire che si stanno allevando, anche nel proprio seno, dei kamikaze, è traumatico per Israele?

Sì, molto. Anche sotto il profilo della minaccia concreta che questo rappresenta. Persone in questo stato mentale sono in grado di deragliare il progetto politico di disimpegno? Io spero di no. Con i miei colleghi attivisti stiamo operando perché non succeda. Ma, se mi chiede garanzie, non posso dargliele. Come attivista della pace sono solo un piccolo medico di campagna che cerca di attutire un po’ le sofferenze.

Abraham B. Yehoshua è, per quello che risulta a noi lettori italiani, il primo scrittore che, in Israele, abbia elaborato in racconto la tragedia delle stragi suicide (se si eccettua il giovane Etgar Keret, con il più sarcastico "Pizzeria kamikaze"). Lei ha apprezzato il suo romanzo "Il responsabile delle risorse umane"?

In realtà non è un romanzo sui kamikaze, è sull’amore, un amore impossibile per una donna già morta prima che il suo innamorato venga a conoscere la sua esistenza. È della stessa lega dell’amore di Don Chisciotte per Dulcinea, o di Humbert Humbert per Lolita. È l’amore impossibile, un classico del romanticismo. La donna è morta in un attentato kamikaze, ma poteva morire ugualmente in un incidente d’auto e il romanzo sarebbe stato uguale.

A me sembrava che alla base del racconto di Yehoshua ci fosse proprio la tragica alienazione di un paese, Israele, che di giorno in giorno vuole ripulirsi dei massacri che lo insanguinano e ripristinare il proprio ordine. Mentre il romanzo ci dice che quei morti non possono essere cancellati, vanno sepolti.

Questo riguarda la natura umana. La vita ricomincia dopo un attentato come dopo una guerra o uno tsunami. La gente ricomincia a faticare per pagare il mutuo o a tradire il marito o la moglie. Non è indifferenza, è il rifiuto della morte. O, nel caso del personaggio di Yehoshua, è l’opposto: innamorarsi della morta. I lettori europei tendono a leggere tutto ciò che viene scritto da noi come registrazione di una realtà immediata. Non è così. Anche in Italia, se uscisse un romanzo fortemente sarcastico sui mass media, non per forza sarebbe un’allegoria del berlusconismo.

Il brano che leggerà stasera a Massenzio parla delle risorse della letteratura in tempi di catastrofe. Appunto, la letteratura cosa può fare?

Avrei potuto intitolarlo "L’amore ai tempi del colera", peccato che il titolo me l’abbiano rubato. La letteratura può ricordarci che nella vita c’è ben di più delle idee, degli ideali e delle ideologie. E che, se tutto diventa politica, i fanatici hanno vinto.

Intervista di Maria Serena Palieri – L’UNITA’ – 23/06/2005




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