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Paura e speranza a Gerusalemme

La prima cosa che colpisce in Amos Oz è l'energia, quasi avesse la capacità di concentrare in una breve frase uno sforzo enorme, frutto, si sarebbe tentati di dire, di una lenta e faticosa stratificazione del tempo e della storia. Strizza gli occhi quando sorride, un po' nervosamente, e non distoglie mai lo sguardo dall'interlocutore, come a voler scorgere nell'"altro" l'eco delle proprie parole. E' un uomo di pace, un intellettuale che ha scelto di misurarsi attraverso la narrativa con i conflitti che attraversano il suo paese, raccontando insieme le ansie e le attese di Israele e quelle che porta lui stesso celate dentro di sé. Ma questo israeliano di sessantacinque anni, nato a Gerusalemme ma stabilitosi da tempo nel deserto del Negev, prima in un kibbutz e poi nella cittadina di Arad, si è misurato anche con la guerra, con la violenza che, come un abbraccio mortale, serra in quella parte di mondo persone e luoghi.

E' questa, probabilmente, la chiave per capire da dove tragga quest'uomo minuto – "Ho cercato in tutti i modi di non assomigliare ai miei genitori: loro erano di destra e io sono di sinistra, loro stavano in città e io già a quattordici anni me ne sono andato a vivere in un kibbutz, loro erano bassi e piccoli e io mi sono immaginato alto... ma su questo punto qualcosa è andato a storto", ci racconta ridendo -, la propria sorprendente carica. Amos Oz pone al centro della propria ricerca, nei suoi romanzi come nella sua attività di saggista, il tentativo di conoscere chi ha di fronte, di mettersi, come ci tiene a spiegarci, "nei panni dell'altro". Una dichiarazione d'intenti che in Israele finisce per assomigliare molto all'immagine di qualcuno che cammini su un filo sospeso in aria, esposto in ogni istante al rischio di precipitare, sopraffatto dagli umori terribili che lo circondano.

Eppure è proprio inseguendo in ogni modo la possibilità e l'idea stessa di un compromesso, di un equilibrio negoziato tra due parti, che Oz ha costruito il proprio profilo di scritore. Da Michel mio a Conoscere una donna e La scatola nera fino a Una storia di amore e di tenebra, l'ultimo dei suoi romanzi - pubblicato lo scorso anno da Feltrinelli come i precedenti -, il libro con il quale ha affrontato fino in fondo anche la tragedia che lo colpì ancora adolescente: il suicidio della madre. "Per molti il compromesso è sinonimo di morte. Mia madre ha scelto di uccidersi perché non sopportava l'idea di dover accettare compromessi per poter vivere - spiegava l'autore presentando il romanzo lo scorso anno - Ma nel mio vocabolario le cose vanno esattamente al contrario: per me il compromesso è sinonimo di vita e il suo contrario non è l'idealismo, la fedeltà a degli ideali irrinunciabili, come sostengono molti, ma sono il fanatismo e la morte".

Oggi, a quella necessaria, vitale, ricerca di compresso, lo stesso Oz vuole aggiungere qualcosa. "Per fare bene il mio lavoro di scrittore devo sentirmi sempre un po' straniero, giocando con il connubio continuo tra distanza e intimità. Per questo al centro di tutto non c'è l'invito ad amare l'"altro", a sposarne le posizioni, ma la possibilità di mettersi anche solo per un attimo nei suoi panni. Certo, se cerchi di metterti nei panni di qualcuno, prima o poi diventi anche un amante migliore. Ma per questo, tra israeliani e palestinesi, è decisamente ancora presto", ci spiega quando lo incontriamo in Campidoglio alla vigilia del suo intervento che, questa sera alla Basilica di Massenzio, concluderà il Festival internazionale "Letterature". La kermesse letteraria romana quest'anno ruotava intorno al binomio "paura e speranza", parole che sembrano raccontare come in una nitida immagine fotografica la realtà del Medioriente. 

Partiamo da qui: che significato assumono a Gerusalemme termini come paura e speranza?

In fondo, credo, lo stesso senso che hanno anche in Italia, solo con un'enfasi molto più grande in entrambi i casi. In Israele troviamo una ragione più immediata per provare la sensazione della paura, ma forse proprio per questo abbiamo un bisogno altrettanto urgente di nutrire delle speranze verso il futuro. Inoltre, specie quando si sta cercando di entrare nei panni di qualcun altro, si deve considerare come ciò che spaventa gli uni può alimentare speranze negli altri e questo può riguardare un'idea come un avvenimento. Personalmente ciò che mi spaventa di più è il fanatismo, in ogni suo aspetto, e ciò che invece mi fa sperare ha la forma dell'umorismo, della tolleranza e della possibilità di relativizzare quanto accade.

Lei è un progressista, è stato tra i fondatori del movimento pacifista "Peace Now", ha sempre sostenuto la necessità della nascita di uno stato palestinese, oggi come spiega la convergenza della sinistra israeliana sui progetti di Ariel Sharon?

Oggi la sinistra israeliana potrebbe far cadere Sharon in qualunque momento, visto che ha perso gran parte del suo sostegno a destra. Questo potrebbe farci sentire tutti molto bene. Solo che come persone di sinistra in Israele non credo la nostra principale preoccupazione debba essere quella si sentirci bene, quanto piuttosto di capire cosa si può fare, date le condizioni esistenti oggi, per modificare davvero le cose. Se la sinistra governasse da sola, certo avrebbe un'attitudine del tutto diversa da quella di Sharon. Ma nel momento in cui questa maggioranza sta organizzando il ritiro dell'esercito israeliano e lo smantellamento delle colonie a Gaza, vale a dire qualcosa che rappresenta un bene per i palestinesi come per gli israeliani, credo che vada appoggiata.

Proprio i progetti di ritiro da Gaza stanno riaccendendo in Israele la contrapposizione tra i settori religiosi e quelli laici del paese. Si tratta di un vero pericolo?

Senza voler banalizzare la situazione credo che in Israele, pur in condizioni molto particolari, ci troviamo di fronte alla stesso tipo di contrasto che esiste in Italia tra la Chiesa e i settori laici della società e dello stato. O, ancora, al conflitto che esiste nel mondo musulmano tra le spinte religiose e quelle modernizzatrici. Si tratta di uno scontro universale che attraversa un po' tutti i paesi. I fanatici sono ormai molto forti ovunque, non solo tra gli ebrei e i musulmani, ma anche tra i cristiani. Senza contare che tutto ciò non riguarda più soltanto la religione, ma anche l'ideologia. E' come se oggi molte persone andassero in giro come dei punti esclamativi ambulanti.

Dai suoi romanzi esce il ritratto di un paese che però assomiglia sempre meno alla realtà israeliana di oggi, quella raccontata ad esempio da Amos Gitai in un film come "Hotel promised land". Cosa resta oggi dell'idea originaria che accompagnò la nascita di Israele?

Non credo ci sia stata una vera "idea originaria" per Israele, quanto piuttosto tante idee, in origine. Sono sessantacinque anni che conosco Israele e credo di poter affermare che non è un "paese" e non è una "nazione", piuttosto si potrebbe definire come un seminario di strada formato da sei milioni di cittadini e da altrettanti primi ministri, profeti e messia. Come dice Shakespeare: "Il suono e la furia". Se dovessi pensare a un film per descrivere la condizione del popolo israeliano, più che a Ingmar Bergman penserei a Federico Fellini.

Qualcosa, però, sembra davvero perduto per sempre. Si tratta dello spirito del kibbutz che aveva animato la genesi del nuovo stato e che aveva fatto guardare con simpatia la sinistra di tutto il mondo all'esperienza di Israele.

Sì, è vero, quel modello di socialismo democratico è tramontato, ma non soltanto in Israele, nel mondo intero. Oggi conta solo il denaro, la religione di questo periodo è il darwinismo, anche se credo che non durerà a lungo. Penso che l'idea del kibbutz tornerà in auge, anche se magari non in Israele. In molti non sono contenti di come vanno le cose oggi nel mondo, non accettano di vivere solo per fare più soldi di quelli che gli servono, per lavorare più tempo di quanto sia necessario e tutto questo per comprarsi delle cose di cui non hanno assolutamente bisogno. Qualcuno si alzerà un giorno, se non l'ha già fatto, a Roma piuttosto che a Tel Aviv e dirà che è stufo di tutto questo e proporrà qualcosa che assomiglia all'idea del kibbutz. Anche perché credo si possa definire "kibbutz" ogni scelta di vita comunitaria e libera decisa dal basso e non imposta da nessun governo o nessuna istituzione.

Di fronte a una ripresa degli atti di antisemitismo in Europa, un altro noto scrittore israeliano, Abraham Yehoshua, ha invitato gli ebrei della diaspora a trasferirsi in Israele. Al di là del paradosso, se non della provocazione, contenuta in questa proposta, come definirebbe oggi il rapporto tra lo stato ebraico e la comunità della diaspora?

Personalmente non mi sogno nemmeno di andare a dire a qualcuno dove deve vivere, si tratti di un ebreo o meno, che vive a Tel Aviv piuttosto che a Roma. Detto questo è chiaro che l'antisemitismo è un problema degli antisemiti e non degli ebrei che ne sono le vittime. Quanto ai rapporti tra la diaspora e Israele, li definirei con una sola espressione: una competizione segreta. Mi spiego, in superficie, apparentemente, c'è solidarietà, ma sotto traccia cova in realtà la competizione. Quale dei due progetti sarà riuscito di più? La vita ebraica in Israele o quella nelle comunità della diaspora? Possiamo cercare di ripetere la domanda tra un centinaio di anni e vedere se, allora, avremo trovato una risposta soddisfacente. Oggi no, è ancora troppo presto.

Intervista di Guido Caldiron – LIBERAZIONE – 23/06/2005




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