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Fa più orrore l'horror o l'infelicità?

Lullaby, ultimo libro di Chuck Palahniuk

La vita è uno schifo. O perlomeno, per l'americano della strada di oggi, interamente improntata com'è al cattivo gusto, e improntata di fast food. Le cose divertenti, poi, sono le peggiori, quelle di cui davvero sarebbe meglio vergognarsi: sesso sparso, scazzottate, soldi al vento, finzioni, menzogne, fregature e delusioni. Benvenuti, perciò, nel mondo secondo Chuck Palahniuk, autore di discreti bestseller americani a cavallo del passaggio del millennio, assurto a celebrità come inventore del mitico Fight Club messo su da Ed Norton e Brad Pitt. Romanzi magari non memorabili, eppure sempre contraddistinti da pagine che vale la pena leggere. Chuck canta lo sterminato gospel dell'individualismo a oltranza, della sfiducia totale nella collettività (fatti salvi i gruppi di recupero, per i quali nei suoi volumi ha sempre un debole), del romanticismo ridotto a pezzi nell'epoca dell'America-orco, della tolleranza zero, della guerra totale a terroristi-cospiratori-integralisti-maniaci seriali, sparatori-a-casaccio e compagni. Stati Uniti scoppiettanti ma ai minimi storici, dunque, quelli di Palahniuk. Degno scenario per un romanzo-trash come Soffocare (Mondadori), sbrindellato, senza capo né coda, eppure a tratti magnetico col suo rovistare nell'immondizia residuale. Io gioco dell'autore è scoperto: istoriare l'orrore dell'America d'oggi, la sua incapacità di ritrovare armonia, la sua capacità di produrre brutture estreme, il suo incubo per l'infelicità diffusa e la squallida solitudine che fa impallidire le più oscure profezie del postmoderno. A riguardo di questi panorami di lynchiana disgregazione abbiamo interrogato lo stravagante cowboy elettrico, appena sbarcato in visita promozionale in Italia.

Palahniuk, può presentare Victor Mancini, il protagonista di questo suo romanzo?

Semplicemente è un uomo che sa usare solo il sesso per quietare i propri appetiti. Non è capace di fare niente di buono. Ed è uno che non ha mai creato niente nella sua vita. In ultima analisi, è un simbolo: di tutti coloro che sprecano la loro vita impegnati soltanto a scappare.

Il suo ritratto dell'America contemporanea è spietato: un mix tra modernità e horror. La disgusta davvero tanto il suo paese?

Non, non è questo. Io prima di tutto ho problemi con me stesso. E' di ciò che scrivo, sempre: di me stesso. In questo libro, ad esempio, affiorano tutti i sintomi della mia stupidità.

Da un punto di vista politico cosa pensa delle ultime prese di posizione degli States?

Non penso agli Stati Uniti in termini di nazione, per quanto riguarda il mondo. Quelle che piuttosto vanno collocate in questa posizione, quelle che davvero vogliono governare il mondo sono le corporation. Che peraltro ormai sono ampiamente multinazionali.

Forse le piaceva di più l'America di Clinton?

Mah, non credo ci sia gran differenza. In affetti, anzi, sono convinto che gli Usa non siano mai cambiati granché. Lo sono invece, e molto, le circostanze che via via sono trovati a fronteggiare.

Perché, pur diventato un personaggio pubblico, ha scelto di continuare a vivere in una città piccola e marginale come Portland?

A me fondamentalmente importa soltanto una cosa: scrivere. E a Portland ci riesco benissimo, senza nessuno che mi scocci.

Un'altra accusa che sembra rivolgere alla società americana è quella di essere malata di sesso e violenza...

Forse è proprio così. La realtà è che non sappiamo cosa fare col nostro tempo libero, e ne abbiamo sempre di più. Abbiamo perduto la capacità di sviluppare una qualche abilità personale, che sia positiva e costruttiva. Non sappiamo neppure divertirci. Su tutto questo hanno prosperato e proliferato il sesso stupido, la pornografia, la violenza gratuita.

Quanto è cambiata la sua vita con “Fight Club”?

Scherza? E' cambiata completamente. Quel libro mi ha dato soldi e popolarità. Mi ha dato tutto.

Dopo il successo di “Fight Club” scrive pensando a possibili finalizzazioni cinematografiche dei suoi romanzi?

No, mai. Perché sono uno che crede veramente nei libri. Voglio fare qualcosa di mio per riavvicinare il pubblico alla lettura. Voglio che il mondo si accorga che è nata una nuova generazione di scrittorii.

Le storie che racconta nei suoi romanzi sono tutte contraddistinte da comportamenti estremi. E' questa la sua formula? Vale la pena di raccontare solo storie di eccezionale trasgressione?

Ci può giurare. Io voglio scrivere libri che tengano il lettore attaccato alla pagina, che lo facciano divertire da pazzi. Non sono mica un saggista...E a questo scopo sono pronto a tutto: a fare esplodere bombe, a inventare i personaggi più pazzeschi...

E cosa sta scrivendo adesso?

Un libro horror. Poi ne scriverò uno sull'immigrazione, tema di cui so qualcosa, se considera il mio cognome. E poi toccherà a un libro di viaggi. Sulle città di cui non si parla mai. Come Portland, appunto.

Molto simpatico, Palahniuk. Prima di ogni frase ripete l'esclamazione “boy...!” (ragazzi!), con un accento russo da film di sommergibili pre-1989. Il suo Soffocare racconta frammenti di una vicenda tanto implausibile quanto contemporanea: il protagonista salmodiante, il Victor Mancini di cui sopra, è un fissato del sesso, un dropout, figlio irrisolto di una madre rivoluzionaria. Il libro insegue le sue balbettanti peripezie, una collana d'incontri sessuali al profumo d'immondizia, tragicomici, spassosi, vomitevoli. Victor, comunque, tira avanti lavorando in un parco a tema dove con un gruppo di figuranti fa rivivere per i turisti l'America del XVIII secolo. Beh, certo, sarebbe bello tornare indietro, invertire i motori. Ma è un'illusione. E tanto vale giocarsela così com'è. A tentoni, a casaccio, facendo sesso tra maniaci, dandosi convegno nei cessi pubblici. L'american dream, ormai, sembra meno reale del Braccobaldo Show.

Intervista di Stefano Pistolini – L'UNITA' – 15/11/2002

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