IL RACCONTO

MARCO PAOLINI


MAESTRO DEI RIFIUTI
di Marco Paolini

1. Riconoscimento

2. Risolutezza

3. Esecuzione

4. Salmo

Questo racconto è...



1. Riconoscimento

L'enorme salone ricco di tele a cera, frutto di anni di dure ricerche, era immerso nel silenzio più assoluto. Le pareti rivestite con pannelli in legno scuro, forse noce, il pavimento abbracciato da un involuto gigante persiano rosso e notte, fiori e fiumi d'oro, vecchio dono di un amico da poco scomparso, e ricordi, e odori. Numerosi piccoli tavolini colmi di riviste cartacee, polverosi pezzi di plastica infestati da minuscoli parassiti cubici, ciascuno marchiato da un diverso simbolo del vecchio alfabeto, grosse scatole provviste d'un unico grigio e pesante occhio di vetro, riverse alla meglio l'una sopra l'altra; strani aggeggi pieni di levette che si sollevavano contro rulli di gomma nera e che a spostarle, di tanto in tanto, gemevano con la protesta flebile d'un campanello di latta.

Una bocca in fiamme, due colonne alte poco più di un metro simili ad enormi unghie, l'alito caldo e il quieto scoppiettio delle braci l'unico spettacolo per l'unico spettatore seduto su una poltrona in pelle dirimpetto al camino. Un uomo anziano e calvo, il capo appoggiato allo schienale, addormentato con un libro in grembo e col pollice della mano destra infilato pressappoco alla metà del volume, respirava lentamente, sollevando appena il bavero della nera vestaglia di seta finemente decorata da una replica de L'onda di Hokusai.

Dal fondo della sala, due giovani giapponesi vestiti con abiti in stile neo-occidentale si osservavano in silenzio l'uno nello sguardo dell'altro, alla ricerca del coraggio o di un segnale dai dintorni della poltrona, qualunque cosa che spingesse il compagno verso l'azione e non obbligasse l'altro a fare qualcosa d'assolutamente sgradito. Andava svegliato, Seshu era stato categorico in merito. I due saettarono lo sguardo nuovamente per alcuni terribili istanti implorando che il Maestro si destasse da sé, ma invano.

- Questa volta vado io.

Yukio trattenne a stento il sollievo. Masahisa pensava forse che questo sarebbe bastato a saldare il debito della settimana precedente, ma si sbagliava. Per il momento che lo credesse pure ma poi, alla successiva crisi, la Polvere lo avrebbe ridotto alla ragione.

A passi incerti Masahisa si avvicinò alla poltrona, badò a non produrre il minimo rumore e girò intorno alla esile figura addormentata. Lanciò un ultimo sguardo verso Yukio e si chinò accanto alla testa dell'anziano.

- Maestro... Maestro si svegli la prego. La Cerimonia, Maestro, hanno bisogno di lei.

Come previsto il vecchio si destò immediatamente, fece cadere il libro sul tappeto con un leggero tonfo e cercò con lo sguardo ancora penetrante la causa del suo brusco risveglio.

- L'incubo - disse il vecchio.

- Prego?

- Di nuovo l'incubo. Ancora.

A disagio, Masahisa cercò di assecondarlo, ricordandogli l'urgenza della Cerimonia.

- Tutti l'aspettano Maestro, è la sua festa.

Fu allora che il vecchio guardò veramente per la prima volta il suo interlocutore. Replicò con voce roca, carica d'apprensione:

- Di già?

- Certo Maestro, - un sorriso untuoso, le braccia aperte in segno di rassicurante franchezza - ricorda lo scorso anno? Fu una Cerimonia memorabile. La folla festante intorno al palco, tutti i suoi personaggi in marcia dal giardino di Hama Rikyu al mare, lungo la baia e fin verso la sua città. Il vecchio sospirò.

- Sono stanco, Bruce.

Masahisa fece spallucce, aiutò il Maestro ad alzarsi e lo condusse verso l'esterno della sua grande prigione a tempo. Uscirono tutti e tre assieme a piccoli passi.

- Il libro! Il mio libro, dov'è il mio libro? - esclamò d'un tratto in tono lamentoso il vecchio.

- Non si preoccupi Maestro, intanto si prepari con l'aiuto di Masahisa, io nel frattempo le vado a prendere il suo prezioso manoscritto. - Yukio fece un brusco gesto col capo a Masahisa in direzione della stanza da letto, quindi si voltò e tornò indietro sui suoi passi, rientrò nella grande sala, raccolse il libro dal tappeto e senza degnarlo d'uno sguardo se lo infilò nella tasca sinistra della giacca, uscì e raggiunse il compagno nella stanza da letto del vecchio idiota.



2. Risolutezza

- Sindaco, tutto è pronto per la Cerimonia. Gli organi di informazione sono tutti già dislocati nelle rispettive postazioni, la NTT ci assicura la copertura sull'area asiatica per le prossime sei ore e sull'area europea durante le successive dodici.

Il sindaco, un piccolo ometto (ironia del destino) originario della terra del Kamiyo, figlio di un contadino delle montagne per Izumo, ora come secoli addietro coltivate in sinuosi terrazzamenti dove il riso cresce ancora all'ombra di pini e cedri, in piantagioni identiche a quelle degli antenati solo nell'aspetto, il genoma ottimizzato in miliardi di generazioni in vitro e un sistema idroponico Kasei invisibile ai numerosi visitatori che, annualmente, affollano i campeggi per stranieri. Che ne direbbero gli dei che con la loro esistenza hanno donato il nome alla terra del loro pronipote, ora primo cittadino della più importante città dell'intero pianeta, della più moderna e sempre più replicante del vecchio mito di fine secolo dell'ombelico del defunto Zio Sam?

- Gli introiti pubblicitari? - chiese il Primo Cittadino.

- A gonfie vele! La corsa tra la Kibun-Coca Cola Company e la Philips ci ha fruttato un più sette percento rispetto all'anno passato.

Il sindaco osservava gli ultimi ritocchi della macchina organizzativa dalla grande finestra polarizzata del suo ufficio di Ginza. La giornata serena gli consentiva di vedere sino al brulicante mercato di Tsukiji. Il danzare caotico della folla gli fece venire in mente gli scontri di tre anni prima sedati con la forza, il bilancio spaventoso di vittime e la sgradevole immagine che tutto questo diede al mondo della sua città che, sempre più, veniva definita come l'Urbe Perfetta. Da allora i sindacati furono perseguiti con ogni mezzo: fu rischioso, i corrieri che rifornivano di droga mezzo Giappone erano quasi tutti Yakuza mischiati ai pochi, autentici quadri del sindacato, senza contare ovviamente gli agenti della polizia politica.

- Bene, chiama la mia auto. L'onorevole yankee ci aspetta per il suo annuale "show" dedicato al suo più grande fan, l'Imperatore. - E così dicendo spense il flat della massiccia scrivania di mogano senza attenderne l'inutile risposta, uscì dall'ufficio, e si godette un lungo brivido di soddisfazione per essere riuscito ad esprimersi come il suo Imperatore preferiva.

3. Esecuzione

Una parata di maschere Noh apriva il corteo, bianche e corrucciate, la curva della bocca gravitava verso il basso e dai grandi occhi colmi d'odio, o da quelli piccoli e scaltri stretti in espressioni enigmatiche, si riflettevano i costumi imbastarditi e sintetici confezionati dai coloni d'oltreoceano. Una maschera ko-omote, come tradizione, si sarebbe avvicinata al festeggiato recandogli in dono l'Amore della Gente, mentre decine di telecamere e migliaia di palmcorder avrebbero memorizzato nella coscienza collettiva l'evento più importante dell'anno.

Ripercorrendo a volo d'uccello l'intero corteo si sarebbe potuto apprezzare l'ordinato fluire dei manifestanti, da Arakawa-ku al parco di Ueno giù verso Nihonbashi, lungo Ginza e quindi sul porto, la cornice mirabile di pubblico festante e una splendida vista sul palco d'onore, quello dove sedeva l'Imperatore e il suo anziano amico prediletto. I due erano seduti a pochi centimetri di distanza l'uno dall'altro, ma mentre l'Imperatore salutava di tanto in tanto la folla con misurati gesti della mano, il Maestro occidentale pareva un fantoccio riverso su di uno scranno di velluto blu, e neanche tanto comodamente.

Nella mente del Maestro vorticava l'opprimente immagine della sua Chiba materializzatasi lungo i decenni, sedimento tecnocratico da lui, tanto tempo addietro, solo immaginato.

L'assurdo gioco della folla coi suoi occhi nascosti dietro le maschere, e sotto le maschere dietro occhiali a specchio, e sotto gli occhiali a specchio bioimpianti prostetici per conoscere sempre l'ora giusta, o ricevere il vento elettromagnetico della Matrice, valanga di cognizioni senza coerenza, forma o coscienza.

Non ancora, almeno.

Ogni cosa in quegli ultimi istanti pesò su di lui, un polifemico Occhio vittoriano lo osservava dalla cima del palazzo della Sumitomo Bank; un monitor colmo di polvere, spento e grande quanto il cielo; armate di ragazze adolescenti nerovestite con tute di pelle attillate e unghie retrattili fluorescenti, senza occhi, i corpi snelli, i seni piccoli e gonfi; anziani omosessuali emaciati dallo sguardo allucinato danzavano il flatline con cappotti pesanti in scadente lana sovietica, uno squallido cappello di peltro sul capo e il desiderio autodistruttivo negli occhi di affrontare l'Inverno dentro la Matrice o lungo una spiaggia di Tangeri, la voce stridula, sintetica, mal digitalizzata; l'ombra di Eliot alle spalle, delle terre basse e desolate che si gonfiano al vento e ai desideri della Luna, l'Oceano come deserto piatto e spoglio, una barriera invalicabile.

Eppure non diresti nulla, che basterebbe varcare le banchine del porto di Chiba ed incamminarsi verso l'altra costa, verso la perduta Vancouver, lasciandosi alle spalle i bar gestiti da parodie fumettistiche, i cieli fuori sintonia, le ragazze rasoio, i pazzi riprogrammati, gli slogan, gli psicopatici illusionisti e ovviamente le idee per un futuribile dio al silicio.

Willy si destò dal sogno sotto l'offesa d'una leggera pioggerella. Era successo di nuovo, l'incubo della trappola nel proprio risibile continuum. L'inno del sistema, del vincitore, al Suo Profeta che tutto previde dagli umori di una società ormai defunta, fino al giorno in cui tutto sarebbe scivolato verso lo Stato Massima Probabilità.

4. Salmo

















Questo racconto è una piccola gemma.

Se non avete capito chi sia in realtà il protagonista di questa storia e se vi state chiedendo se per caso il quarto capitolo non sia saltato via in fase di impaginazione, allora vi lasciamo alle parole dello stesso autore, che di certo vi aiuteranno a capire. A noi sono servite.

«E' una satira, una presa in giro, un buffetto, uno sberleffo al grande Signore del Cyberpunk, Mr. William "Willy" Gibson. Il titolo è assolutamente sensato, e deriva in pari misura dal racconto Il Mercato d'Inverno e da una pungente considerazione fatta da Delany su Gibson, che lo definì uno scrittore "bricoleur", un "gomi no sensei" (maestro di rifiuti), uno che appiccica un sacco di roba diversa dentro i suoi scritti, anche un sacco di "spazzatura".

Il racconto è diviso in quattro "periodi", ripresi questa volta dal capolavoro jazzistico del più grande altosassofonista di ogni tempo, ovvero John Coltrane. L'album si intitola A Love Supreme, e contiene tre/quattro brani...

1. Acknowledgement

2. Resolution

3. Pursuance

4. Psalm

L'ultimo sul disco non esiste, ma è presente solo all'interno dell'album, e va letto, NON ascoltato...»

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