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Fausto Serra
IL SECOLO XIX – 07/11/2001

Ustica, lo spettacolo continua

Einaudi propone in cofanetto la genesi e il testo completo del monologo sulla tragedia del 27 giugno 1980.

E' la sera del 27 giugno 1980. Una bella sera, calda e chiara. Un DC9 dell'Itavia, volo IH870 da Bologna a Palermo, interrompe di colpo le comunicazioni con il controllo di Roma. Alle 20.59, completamente disintegrato, finirà nel profondo mare fra Ponza e Ustica. Muoiono tutti: ottantuno persone.

Poteva essere la solita, disgraziata, fatale, “normale” tragedia dell'aria. E si parlò infatti di cedimenti strutturali, di esplosione a bordo dovuta alla rottura di chissà che, infliggendo il colpo di grazia alla sfortunata compagnia aerea che già non navigava in buone acque e che, dopo il disastro, non tardò a chiudere i battenti.

Invece no, quella di Ustica non fu una normale sciagura aerea. Il DC9 contrassegnato dalle marche I-TIGI, quattro lettere a scelta che sono la “targa” degli aeromobili civili, la “I” sta per Italia, venne abbattuto.

Per errore, per disattenzione, per criminalità, non lo sapremo mai. Pare che in quel tratto di cielo ci fosse di tutto: aerei militari americani, italiani, libici, francesi. Forse ci fu uno scontro fra un libico intruso e i suoi intercettatori, quali che fossero. Forse il DC9 si trovò per caso sulla scia di un missile destinato ad altri. Forse l'aereo braccato si “nascose” accanto al grosso aereo di linea, ponendolo fra se stesso e la traiettoria dell'ordigno in arrivo.

Forse, forse, forse. Non lo sapremo mai. Perché l'unica cosa certa della sciagura di Ustica è che appartiene a quel genere di accadimenti che non avranno mai una spiegazione certa, definitiva e credibile. Dopo ventun anni, dopo infinite bugie, false testimonianze, depistaggi, manipolazione e distruzione di prove, nulla e nessuno può avere oggi la credibilità assoluta. Ogni nuova testimonianza può non essere artefatta, ogni nuovo “scoperta” manipolata. Non ne sapremo mai nulla. Come per tanti altri fatti della Storia: che so? L'assassinio dei Kennedy, o la morte di Marylin Monroe. Tutto resterà pura speculazione.

Sì, ma quegli ottantuno morti sono veri. I loro parenti lottano da vent'anni per la verità, mentre altre decine di persone si affannano a nasconderla. Questa non è speculazione: è carne, sangue, dolore, disperazione che il tempo ha lenito ma non cancellato.

Poteva sfuggire il senso di tanta tragedia, tanto oscurantismo, tanta disonestà privata e di Stato, tante complicanze internazionali a Marco Paolini? Certo che no. E infatti un paio d'anni fa l'attore bellunese cominciò a votarsi anima e corpo al difficile compito di creare un involucro drammaturgico alla sciagura di Ustica. Le sue credenziali, dopo il folgorante “Vajont”, eran impeccabili. Nessuno come lui aveva saputo trasformare un racconto di cronaca in puro dramma spettacolare. Lui, da solo. Parlando e parlando, elencando nomi, date, cifre, incrociando gli eventi, prendendo fili sparsi e annodandoli in una terribile matassa. Dimostrando come in un'equazione chi, come, quando e perché aveva condotto a una catastrofe che aveva fatto duemila morti.

Molti di noi conoscono “I-TIGI canto per Ustica”, messo in scena sulle piazze di Bologna e di Palermo, passato in televisione. Appassionante anche se meno perfetto di “Vajont”: comunque un monologo che gela il sangue. Bene, Einaudi propone da oggi un cofanetto con una videocassetta e un piccolo libro. Le immagini sono la registrazione dello spettacolo di Bologna, quello visto in tv, per intenderci. Nulla di nuovo, dunque, a parte il piacere di averlo sottomano a volontà.

Il libro, invece, che si intitola “Quaderno dei Tigi”, ed è a cura di Daniele Del Giudice e dallo stesso Paolini è una sorta di diario che contiene la gestazione dello spettacolo e poi il testo del monologo. La prima parte è di gran lunga la più emozionante: le indagini degli autori prima di mettersi a tavolino e districare, poi scrivere, una storia tanto intricata, allucinante. Ci sono i loro dubbi, le loro testimonianze, i sopralluoghi – compreso quello a Pratica di Mare, nell'hangar dove giacciono i resti del DC9 e del Mig27 libico – i lunghi colloqui, i momenti di impotenza dinanzi a quel “muro di gomma” che una decina di anni fa è stato anche oggetto di un film di Marco Risi.

E' un piccolo, prezioso vademecum dell'infamia e dell'arroganza del potere, quale che sia la sua bandiera, visto che nella tragedia di Ustica ficcarono il naso tutti, soprattutto i vertici dell'Aeronautica italiana e della Nato. Segreti militari? Certo, sono sacrosanti. Ma quando qualcuno, in tempo di pace, ammazza ottantuno povere persone che pensavano di essere a cena di lì a un'oretta, almeno scusa bisognerebbe chiederla. E se qualcuno ha sbagliato dovrebbe pagare. Il che non è successo e non succederà più.

Fausto Serra – IL SECOLO XIX – 07/11/2001

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