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Paolini in Teatro


MICROMEGA

Marco Paolini

Mi scuso per l'uso continuo della prima persona e per i vari riferimenti autobiografici, ma non sono un commentatore di argomenti politici, solo un testimone di storie, luoghi e persone.

“In Italia negli anni Settanta c'è stato un importante movimento politico, poi alcuni hanno fatto Brigate rosse, altri hanno fatto teatro: Marco ha fatto teatro”. Così' mi presentava agli studenti universitari della North Western University di Chicago un benevolo professore amico, e si vedeva chiara la delusione in faccia agli studenti, avrebbero preferito incontrare un terrorista.

Ma è andata proprio così? Non ho mai corso il rischio di diventare terrorista.

Ho conosciuto della mia città di provincia due che son diventati brigatisti e almeno il triplo che son finiti in braccio all'eroina, gli altri compagni di allora hanno avuto una vita più “normale” e almeno metà di loro in questo secolo ha votato l'attuale presidente del Consiglio, ma sono dei democratici, non dei terroristi, lo dico con cognizione di causa perché allora mi son scontrato con alcuni di loro in discussioni furibonde durante le quali ci siamo odiati, insultati e ascoltati fino alla nausea, perché anche questo è fare politica.

E' stata una discussione così che è nata l'idea di formare un gruppo teatrale. Mi sono accorto presto che per me era un modo più sopportabile e leggero di fare politica, poi pian piano il teatro è diventato un mestiere e la politica è rimasta una passione.

Attori e spettatori avevano in comune allora l'esperienza, la speranza e i timori di una stagione di movimenti durata 10 anni e finita all'epoca del rapimento Moro.

Non si possono addossare al terrorismo e ai terroristi tutte le responsabilità del fallimento dei movimenti di quegli anni. Sarebbe far torto alla memoria e attribuire un ruolo nella storia oltremodo importante a chi sparando ha già avuto anche troppi onori dalla cronaca. Io credo che allora ogni italiano giovane di buon senso che si era già speso a costruire un cambiamento immaginato insieme ad altri come lui, sentisse la stanchezza degli sguardi, la pesantezza del linguaggio, la ripetitività delle situazioni come gli ultimi rounds di un incontro di boxe che si sta perdendo ai punti. Il mondo era diverso ma il cambiamento non era quello sperato, era invece quello dell'omologazione lucidamente previsto da Pasolini, che però non è vissuto per vederlo compiuto. Chissà come lui avrebbe raccontato la vittoria pietosa e incruenta della televisione sulla rivoluzione.

I passaggi successivi potrebbero forse essere riassunti come la magistrale epurazione della corruzione del palazzo del conseguente vuoto di potere e della tempestiva e resistibile ascesa di un tycoon: “Tutto ciò che abbiamo sempre odiato in tv è andato al governo” potrebbe essere l'epitaffio; ma non volevo chiudere il ciclo così in fetta, anche perché ci son voluti anni perché si svolgesse, anni durante i quali il mio mestiere errante mi ha portato a contatto con un paese senza più movimenti, quasi immobile, ma più articolato di quel che appare in televisione, meno scontato, meno omologabile, con buona pace di Pasolini.

Meno omologabile, con sostanziosi vuoti di memoria, con ferite e cicatrici perché i cambiamenti in Italia avvengono in modo più traumatico che in altri paesi europei, lasciando case, luoghi abbandonati o incompiuti o stratificati senza respiro. Anche il paesaggio dice molto di noi, basta imparare a guardarlo. Restaurare i vuoti di memoria, cantare il paesaggio aiuta a combattere lo spaesamento e la perdita di identità che sono alla base della diffusa diffidenza verso i nuovi abitanti di questo paese; ma è solo un esempio di un terreno di coscienza, prepolitico, che deve far parte delle regole non scritte di cittadinanza comune.

Quando ho iniziato a fare Il racconto del Vajònt ho sentito il bisogno di cominciare fuori da quell'edificio, ho cercato luoghi anche privati dove raccontare: cenacoli, aule, chiese, luoghi di lavoro, studi, centri sociali; non è stata un'idea originale, altri artisti hanno fatto lo stesso. Questa rete non è paragonabile a quella in cui si svolgeva il teatro di Dario Fo negli anni Settanta dopo il rifiuto di molti teatri comunali ad ospitarlo; questa rete comprende piccole istituzioni, associazioni, soggetti privati che si occupano di sociale e hanno un'attenzione anche per l'organizzazione di eventi culturali, hanno voglia di non chiudersi a casa da soli o hanno paura di essere troppo deboli da soli.

Da quando la televisione mi ha reso personaggio pubblico, quanti sono i comitati e i gruppi spontanei che sono venuti o hanno spedito voluminosi incartamenti per chiedermi di raccontare la storia di una discarica, di una frana, di un comitato per l'assistenza dei malati o la vera storia delle quote latte o di un gruppo di persone minacciate di licenziamento...Un tempo queste richieste andavano ai partiti, ai sindacati, oggi vanno a chi si ritiene abbia voce e forza per comunicarle o almeno diventarne il testimonial. Preferisco non essere testimonial di ciò che conosco poco e di testimoniare solo e la qualità delle iniziative di cui sono a conoscenza contrasta con l'immagine di un paese sonnacchioso e pago del suo benessere. Questi luoghi, queste persone sono forme di resistenza civile che hanno messo radici nella nostra democrazia, sono luoghi di parole e di azioni mirate, persone che hanno acquisito un'esperienza che non è in vendita e non va messa all'incasso, genera movimento e sostanzia un'idea di sinistra fatta “per qualcosa” e non solo “contro qualcosa”.

La rete delle comunicazioni virtuali, cresciuta in modo tale da offrire a tutti strumenti per raggiungere senza ostacoli chi è lontano, per allargare confini, avvicinare popoli e superare censure, ha contribuito a creare un nuovo territorio, ma gli stessi strumenti rischiano di costruire uno schema, una griglia fissa di comunicazioni fatte solo da lontano. Se, come dice Cacciari, lo scopo della politica è far sentire al tuo prossimo che non è solo, il luogo perché questo accada è la polis, il luogo dove si comunica da vicino e si costruisce la cittadinanza.

Anche il teatro negli anni più difficili è stato spesso questo per me, un luogo democratico dove comunicare da vicino, dove raccontare e riflettere a voce alta.

In questa primavera mi sembra che questi luoghi attraverso i movimenti possono trovare forza ospitando cittadini-attori, stanchi di essere solo spettatori che pagano (i tutti i sensi), che possano nuovamente moltiplicarsi, assumere natura diversa, ma mi sembra importante che essi vivano per quel che sono e non per quel che rappresentano; all'organizzazione di eventi costruiti attraverso la rete seguono happening, camminate, dibattiti de visu più affollati che mai. Dev'essere ben chiara la differenza tra essere al Palavobis e guardare la cassetta con la registrazione del Palavobis con buona pace di chi (come me) non c'era: ed è importante prendere atto che la maggior parte delle cose avvengono fuori della televisione e questo non è un handicap.

Ho ascoltato il famoso discorso di Nanni Moretti alla radio, a notte fonda, mentre guidavo. Mi son sentito prima orgoglioso di lui come fratello e subito dopo ho pensato a quanto doveva essergli costato dire quelle parole, alla solitudine che l'avrà preso quella notte a casa, ben primo dell'enorme catena di reazioni che lo avranno rassicurato. Avrei voluto fargli sapere che aveva fatto la cosa giusta. Su quel che è accaduto dopo ho una sola grande preoccupazione: a noi italiani l'indignazione dura meno dell'orgasmo e poi quando finisce si resta svuotati e paghi e viene sonno.

L'indignazione sola di chi si sente migliore, di chi si sente giudice non è una buona compagna di movimento, così come la libertà senza uguaglianza e fratellanza è solo una scusa per giustificare la vittoria dei forti sui deboli. L'indignazione senza pietas, senza uno sforzo per riconoscere i propri limiti e i meriti degli avversari (almeno quelli virtuali!) è destinata all'impotenza, al fallimento dello sforzo alimentato da un motore potente con poca benzina. Troppe parole usurano in fretta l'indignazione, parole sbagliate generano disagio. Definire omicidio di Stato quello di Biagi significa usare un repertorio stantio, che per me è intollerabile almeno quanto le insinuazioni ignoranti del ministro Bossi sul movimento sindacale. Denunciare con parole precise le incredibili omissioni inchioda i responsabili in modo concreto e incontrovertibile.

Primavera è anche bisogno di queste parole cercate, di silenzio quando serve, di festa quando serve, di leggerezza quando si può, di progetti di lunga durata. E' un tempo di semina, non di raccolto, ma non ho la pretesa di aver capito tutto quel che succede, ma non ho mai corso il rischio di diventare un terrorista perché in democrazia si può evitare di prendersi troppo sul serio, altrove questo è un lusso che non è concesso.

Mentre scrivo alcuni dei miei amici sono a Ramallah, nella città assediata dai tanks di Israele. Alcuni italiani pensano che siano andati a cercarsi una pallottola (un'altra dopo Genova) alcuni diranno che gli sta bene, altri si chiederanno chi gli ha pagato il viaggio. Sono gli stessi che si chiedono chi ha pagato per i 7 mila o i 70 mila italiani che erano a Porto Alegre o per i 700 mila o 3 milioni del 23 marzo a Roma. Che fare? Tenere scontrini, ricevuto e biglietti, ogni pezzo di carta racconta una storia, basta non esagerare a dare i numeri, a prendersi sul serio, in fondo se invece di tre erano uno e mezzo a camminare, andava bene lo stesso, per ognuno di quelli che c'erano soprattutto.

Marco Paolini – MicroMega – La Primavera dei movimenti – 02/2002

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