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Il romanzo del punk???

David Peace veste ancora di nero, forse in ricordo della sua adolescenza trascorsa ad ascoltare i gruppi punk che segnarono con lo slogan del "No future" il passaggio dell'Inghilterra dal decennio della speranza degli anni Settanta a quello della perdita di ogni illusione, negli anni Ottanta. Peace è nato e cresciuto nello Yorkshire occidentale, una terra dura e cupa che ha raccontato in una serie di romanzi noir riuniti in ciò che lui stesso ha definito come "Red Riding Quartet", di cui la Marco Tropea Editore ha appena pubblicato Millenovecent080 (pp. 379, euro 16,00). La quadrilogia, inaugurata con 1974 e 1977, già pubblicati rispettivamente nel 2001 e nel 2003 dalla padovana Meridiano Zero, e che comprende anche Millenovecent083, che uscirà per Tropea, descrive le gesta di un serial killer che seminò di giovani donne brutalmente assassinate la regione dello Yorkshire per circa un decennio, a partire dalla metà degli anni settanta. Ma nel descrivere quella stagione di sangue e di orrore, Peace, che vive da alcuni anni a Tokyo con la sua famiglia, racconta in realtà un'intera epoca segnata dalla più grande ristrutturazione economica che l'Inghilterra abbia mai conosciuto, quella imposta dalle politiche della leader conservatrice Margaret Thatcher e segnata da scontri e violenze in tutto il paese. E per fare questo lo scrittore inglese sceglie non a caso di utilizzare i ritmi del punk, la musica che di quel clima rabbioso fu, più che la colonna sonora, l'anima stessa. Abbiamo incontrato David Peace a Roma nei giorni scorsi.


Lei ha spiegato come sia stata la lettura dei romanzi di James Ellroy a spingerla verso la scrittura. Ma come Ellroy, è anche lei alla ricerca di una via per la redenzione?

I miei personaggi, come quelli di James Ellroy, cercano una via verso la redenzione. In questo lui è davvero grande, ma penso che tutti cerchiamo in realtà di trovare questa strada nella nostra vita.

Ellroy ha scelto un periodo particolare della storia di Los Angeles quale momento di formazione dell'identità americana. Per lei è lo Yorkshire della fine degli anni Settanta a rappresentare questa tappa decisiva, sia per la sua biografia che per la storia della Gran Bretagna?

Dietro ogni romanzo c'è sempre anche un determinato stato emotivo dell'autore, per questo penso che Ellroy si sia concentrato sulla sua infanzia nella metropoli californiana alla fine degli anni Cinquanta, mentre io ho pensato alla mia infanzia nel nord dell'Inghilterra nel corso degli anni Settanta. E visto che io ho vissuto in quel posto posso raccontarlo anche attraverso il mio stato emotivo, a pensarci bene forse questo è il maggior motivo di ispirazione che ho tratto da Ellroy.

Ma quel particolare periodo della storia inglese, la Thatcher, la rivolta di Brixton, il punk, l'inizio di un'emarginazione sociale e urbana sempre più forte, non hanno segnato profondamente il paese?

Sì, assolutamente. Come lo squartatore dello Yorkshire poteva compiere i suoi omicidi solo nel nord dell'Inghilterra in quel determinato periodo, tra il 1975 e il 1981, allo stesso modo non è un caso che i Joy Division siano apparsi a Manchester in quella stessa epoca. Voglio dire che credo che in quella fase fosse un po' tutto collegato e io ho cercato di documentare tutto questo: le divisioni sociali, i crimini del serial killer e la musica che si ascoltava allora. Quando scrivo cerco sempre di ricreare il periodo e il luogo di cui parlo. Per esempio lo faccio seguendo il filo della musica, nel senso che mentre scrivevo Millenovecent080 ho ascoltato esclusivamente la musica di quel periodo.

Lei aveva poco più di dieci anni all'epoca, ma guardando indietro cosa le incute più paura, l'ombra dello squartatore dello Yorkshire o quella della Lady di ferro?

Sì, io sono nato nel 1967, e ero effettivamente molto piccolo, ma credo di poter dire che si può fare un parallelo tra i due personaggi. Nel senso che nei miei libri ho cercato di dimostrare come mentre lo squartatore dello Yorkshire uccideva le sue vittime in modo brutale, a colpi di cacciavite e martello, la Thatcher con le sue politiche brutalizzava quelle stesse zone operaie e minerarie del nord dell'Inghilterra. E ancora oggi stiamo subendo le conseguenze delle politiche inaugurate all'ora dalla Ledy di ferro.

Quell'epoca, dominata dall'immagine cupa della Thatcher e dalle sue politiche repressive, pesa dunque ancora così tanto sull'Inghilterra di oggi?

Io ho lasciato l'Inghilterra oltre una decina di anni fa per andare a vivere a Tokio con la mia famiglia, ma per ciò che posso dire oggi, guardando dall'esterno il paese dove sono nato e cresciuto, mi sembra che malgrado la Gran Bretagna sia guidata da un governo laburista, Tony Blair non ha fatto un granché per mutare le politiche antisociali e in favore delle privatizzazioni che erano state inaugurate proprio dalla Thatcher. Penso perciò che l'Inghilterra subisca ancora oggi pesantemente l'eredità del thatcherimo. Lo slogan della Lady di ferro era "Nessuna società", il suo obiettivo quello di rompere ogni vincolo di solidarietà nel paese per concentrare invece attenzione e risorse solo sulla famiglia: ebbene, ancora oggi in Inghilterra le cose vanno così, nessuno prova compassione o empatia verso persone che non sono amici o familiari.

Nei suoi libri la musica punk emerge sia come citazione diretta, ad esempio nei titoli di alcuni capitoli che si rifanno a canzoni del genere, sia nella forma e nel ritmo narrativo, come nel linguaggio, utilizzati. Quando, data la sua giovane età alla fine degli anni Settanta, e come ha incontrato il punk?

All'epoca dell'esplosione del movimento punk, quando sono emersi gruppi come i Sex Pistols e i Clash io ero molto giovane, anche se ho già dei ricordi personali di quel periodo. Poi, verso i tredici anni, quando ho cominciato a comprare i primi dischi, il punk stava già subendo un'evoluzione, erano apparsi nuovi gruppi più legati al circuito anarchico o alla lotta contro il nucleare. In ogni caso, per entrare nell'atmosfera di una determinata epoca la musica mi serve molto, mi sembra una chiave determinante per restituire le sensazioni del momento di cui si parla.

Lei usa il punk come uno dei riferimenti base dei suoi romanzi, ma è più in generale gran parte della letteratura britannica delle ultime generazioni che paga un debito evidente ai linguaggi delle sottoculture giovanili. Si ha quasi l'impressione che in Inghilterra tutte queste sottoculture, non soltanto il punk, occupino un spazio abbandonato dalla politica, come se la ribellione individuale fosse la forma migliore per sottrarsi a un sistema violento e ingiusto. E' così?

Credo effettivamente che sia così. Per quanto riguarda in particolare il punk, la seconda ondata del movimento, quella legata a bands come i Crass e al resto del circuito anarco-punk, ha contribuito a creare delle comunità proprio in reazione alla mancanza di comunità, al deserto sociale che le politiche del periodo stavano costruendo. Anche se poi molti dei vecchi punk sono entrati a far parte dell'establishment dei media e dell'industria dello spettacolo, quindi alla fine il movimento è fallito e questa credo che sia una vera tragedia. Pensando all'Europa, forse qualcosa della stagione del punk è poi riemerso con il movimento dei verdi, con quell'intreccio tra politica e comunità.

Intervista di Guido Caldiron – LIBERAZIONE – 24/11/2004




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