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Pennac: “La “legge sul velo” in Francia? E' la sconfitta della società e della cultura”

La sua scrittura è poesia al servizio del romanzo”. Così Daniel Pennac risponde a chi gli chiede l'equilibrismo di sintetizzare in una frase l'opera di Gabriel Garcia Márquez, uno dei quattro premi Nobel protagonisti del viaggio fra letteratura e teatro proposti nel cartellone 2004 dell'Archivolto. Per Pennac si tratta di un ritorno a Genova dopo il successo arriso a “Monsieur Malaussène”, spettacolo portato in scena da Claudio Bisio per la regia di Giorgio Gallione e ispirato al protagonista di quattro suoi romanzi. [...]

Da dove inizia il viaggio verso Macondo?

Dallo stupore. La prima cosa che colpisce di Márquez è che, leggendo i suoi libri, ciascuno è portato a credere che siano stati scritti nella sua lingua: in francese per i francesi, in italiano per gli italiani e via dicendo. Questo vuol dire che la voce e la poetica di Márquez sono così forti da riuscire a superare indenni la barriera della traduzione. I suoi libri vivono di un respiro naturale, che è poi l'essenza del realismo magico.

Da cosa trae spunto il “realismo magico”?

Il realismo magico non poteva che nascere in Latinoamerica. Basta ascoltare un cantastorie in un qualsiasi paesino sudamericano per rendersene conto. I protagonisti di quelle storie vivono la propria vita, quella delle loro famiglie, del loro villaggio come una metafora della storia dell'intera umanità. La radice di questo modo di sentire sta nel fatto che i sudamericani si sentono intimamente prigionieri di due infiniti: quello rappresentato dalla distesa degli oceani e quello, misterioso, immenso e terribile, delle regioni dell'interno.

Lei quando ha scoperto Márquez?

Ho letto Cent'anni di solitudine nel 1980, in Brasile, piuttosto tardi rispetto alla sua pubblicazione, e per me è stata come una folgorazione. E' stato Márquez ad aprirmi la strada verso autori come Carpenter, Amado e, più tardi, Mutis.

Che influenze ha avuto la lezione di Marquez nella sua scrittura?

Enorme, anche se non dal punto di vista tematico. Leggendo Márquez ho imparato che la voce può trasformarsi in scrittura e, soprattutto, che bisogna affidarsi ai propri ritmi narrativi. In Francia non era e non è così scontato. L'Accademia francese, per tradizione, è molto più legata a regole e vincoli.

Genova quest'anno è capitale europea della cultura. Ne conosce i programmi?

Non molto. So quello che sta programmando l'Archivolto e poco altro. Il resto lo scoprirò. Quello che giudico interessante è che quest'anno l'Europa abbia scelto due città così diverse e allo stesso tempo così vicine come Genova e Lille. Genova non è solo una finestra sul Mediterraneo ma è anche, come Lille, una città postindustriale. Accendere il faro della cultura su queste due realtà è di per sé un'operazione importante. Eppoi a Genova sono legato da un affetto particolare.

La messa in scena di “Monsieur Malaussène”?

Sì. Qui, grazie all'Archivolto, sono nato come autore teatrale ma ho scoperto che Genova è una città bellissima. Essere capitale europea della cultura le offre l'opportunità di farsi conoscere ed è l'occasione per voltare pagina: Genova era salita alla ribalto internazionale per le violenze del G8. E' un gran bel segno che, adesso, siano la letteratura, il teatro e le arti a riprendere la parola.

Si dice che i giovani non leggano. Secondo lei, che è anche autore di libri per ragazzi, di chi è la colpa?

In Francia c'è un proverbio: “Chi ha bevuto, berrà”. Vale anche per la lettura. “Chi ha letto”, magari attraverso la voce dei genitori, chi si è abituato sin da piccolo a considerare i libri come parte del paesaggio familiare, “leggerà”. Inizierà da giovane e proseguirà da adulto. In generale, comunque, contesto il fatto che oggi si legga meno di ieri. Si legge certamente più che nel XIX secolo e credo che i giovani, in particolare, leggano più che negli anni Sessanta.

Lei oltre che scrittore è anche insegnante. Che cosa pensa del divieto di portare il velo a scuola per le musulmane?

Tutte le volte che su un fatto culturale occorre intervenire con una legge significa che la società ha fallito, che si è rinunciato a risolvere il problema attraverso il confronto. Ciò detto e giunti a questo punto la legge è necessaria.

Le è accaduto di invocarne l'applicazione?

Non nel caso del velo ma nei confronti di alcuni studenti ebrei che, per ragioni religiose, non frequentavano le lezioni del sabato. Sono andato a parlare con i loro genitori, ho spiegato che senza quelle frequenze non avrei potuto ammetterli agli esami, insinuato che non credevo che quello fosse il volere di Dio, discusso con loro. Non è stato facile, ma alla fine quei ragazzi sono venuti a scuola anche il sabato.

Intervista di Andrea Casazza – IL SECOLO XIX – 06/02/2004

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