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Pepetela, dalla guerriglia alla letteratura

“La Nazione portoghese ha il diritto di possedere territori fuori dal continente europeo, per un imperativo categorico della Storia, per le sue azioni di scoperta e conquista e per gli sforzi di civilizzazione della razza” (António de Oliveira Salazar). E gli scolari portoghesi, invece di recitare poesie di Pessoa, imparavano la cantilena di geografia coloniale: “Portugal não è um país pequeno, Portugal é Cabo Verde, Guiné, São Tomé, Angola, Moçambique, Goa, Macau e Timor”. Non sorprende, quindi, se nel 1961, quando inizia la guerra coloniale in Angola, qualche allievo troppo attento alle lezioni di regime consideri gli angolani traditori della patria pluricontinentale e plurirazziale. Uno di questi è Artur Carlos Maurício Pestana dos Santos, traditore due volte, perché angolano, figlio di portoghesi e bianco come i confratelli d'oltreoceano. La sua idea di geografia è un'altra, studia le cartine per altri motivi, scompare dall'Angola e racconta che non sa per quale motivo il fratello lo va a cercare in Germania. Lui è in Algeria, tappa necessaria per poi entrare in azione nelle fila dell'Mpla (Movimento popolare di liberazione dell'Angola). Sceglie il nome di Pepetela - in kimbundu "ciglia" -, oggi per molti è solo Pepe, ma ha deciso di continuare a firmare i suoi romanzi con il nome di battaglia. In Italia, invitato recentemente dal Salone del libro di Torino, risponde con una calma serafica ai pochi esperti occidentali che, col pensiero rivolto ai regimi marxisti-leninisti, lo contraddicono sullo stato dell'educazione, la tutela dei molti idiomi angolani, la miseria che continua nelle campagne. Spiega che la guerra civile è finita solo da pochi anni, bisogna ricostruire le scuole, non ci sono biblioteche e il prezzo di un libro equivale a metà del salario minimo di un angolano. Le difficoltà continuano e sembra chiedere comprensione del fatto che i tempi dell'Africa non corrispondono ai ritmi occidentali, ma sicuramente pensa all'Angolagate, al Sudafrica dell'apartheid che appoggiava l'Unita, agli esiliati in Congo, agli intenti famelici "neocoloniali", mascherati da compassione filantropica. Non lo dice, annuncia solo che ha consegnato all'editore il suo nuovo libro. In italiano suonerebbe I predatori e narra di una nuova borghesia dominante in Angola che si è arricchita con i fondi di Stato. Un titolo che forse rimarrà sconosciuto in Italia - solo Mayombe (Edizioni Lavoro) e La parabola della vecchia tartaruga (Besa editrice), più il testo teatrale La rivolta della casa degli idoli (Bulzoni) sono stati tradotti - e che rende ancor più gradita la disponibilità che Pepe ci ha concesso.


Dal 4 aprile sono cominciate le commemorazioni per il trentesimo anniversario dell'indipendenza dell'Angola (11 novembre 1975). Quale bilancio possiamo fare?

Penso che non siamo riusciti a realizzare interamente la nostra idea di creare una società più giusta in Angola. Certo, conquistare l'indipendenza è stato un passo importantissimo, ma ancora non è la società che volevamo. Con la pace si comincia a notare qualcosa e può essere che la nuove generazioni riescano a compiere quello che noi non siamo riusciti a fare.

Gran parte della letteratura africana postcoloniale, dopo una fase celebrativa, ha cominciato a scrivere in modo critico nei confronti dei governi che non hanno realizzato le promesse iniziali. Come considera il suo ruolo d'intellettuale nei confronti del governo?

Io penso che l'intellettuale fa quello che può. Appoggia o si oppone al governo. In generale, uno scrittore, un'intellettuale, deve soprattutto richiamare l'attenzione sui problemi, non dare soluzioni. Chi deve fare questo sono i politici.

Ma una delle caratteristiche degli scrittori africani di lingua europea è la funzione di guida che hanno svolto anche in campo politico. Basti pensare a Agostinho Neto e a Senghor che hanno ricoperto le cariche di Presidenti in Angola e Senegal. Un suo libro tradotto in Italia - "Parabola della vecchia tartaruga" - fa pensare a una scrittura che tende anche all'insegnamento morale. Lei invece sembra negare che i suoi romanzi abbiano una funzione pedagogica.

E' vero, molte volte non c'è negli scrittori africani una distinzione fra pubblico e privato e quando lo scrittore parla e scrive è visto come qualcuno che interviene nella vita politica. Io voglio intervenire nella vita sociale e civile, non solamente nella vita politica, questo deve essere un ruolo dei partiti politici. Io penso che bisogna cominciare a cambiare questo modo di vedere. Certo, lo scrittore è un attore sociale e non può negarlo, altrimenti perché dovrebbe scrivere?

Nei suoi scritti si ripete una ricerca storica che sembra aver come obiettivo la costruzione dell'identità e dell'unità nazionale. E' così?

In tutta la letteratura angolana questo tema è ricorrente. La letteratura sta accompagnando la nascita e la formazione della nazione, il consolidamento della nazione e dell'identità nazionale. Deve accompagnare questo processo, il pensarlo gli viene naturale. Oggi quando ci sono problemi, questioni importanti, la letteratura ne parla immediatamente.

In "A geração da utopia" parlava della necessità di creare un ponte tra Lunda e Luanda (due Angole), la tradizione rurale e la modernità urbana, scisse in qualche modo dall'élite bianca. Quel ponte nella realtà si è realizzato?

Penso che continua a esistere una separazione. Forse adesso geograficamente non c'è più l'impossibilità di un legame tra città e campagna. Le persone possono andare liberamente da un posto all'altro, ma la mentalità è ancora quella di una separazione mitica, di un'élite urbana che ha una sua cultura e che è l'unica cultura valida.

Dell'Angola i giornali italiani si occupano raramente e per lo più in occasione di eventi negativi. Ci vuol dire qualcosa del suo paese o dell'Africa che le agenzie di stampa non riporterebbero mai?

Sì, i temi sono sempre quelli. E' soprattutto la stampa portoghese, che fra gli europei è quella che s'interessa di più dell'Angola, che potrebbe fare un'informazione migliore. Parlando, per esempio, dei quattro milioni di contadini che stavano rifugiati nei paesi vicini e che adesso sono tornati nella loro terra. E' un dato molto positivo e in molti paesi africani succedono cose del genere, ma le notizie, purtroppo, sono le epidemie, le guerre.

Intervista di Marco Peretti – LIBERAZIONE – 20/05/2005




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