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Beat, la prima esplosione nell'immaginario

A due anni di distanza dalla Banda Bellini, e a sette da Costretti a sanguinare, esce il nuovo romanzo di Marco Philopat I viaggi di Mel, sempre edito dalla ShaKe. Il terzo libro scritto da uno dei primi punk italiani che continua negli anni ad essere un vero e proprio "agitatore culturale"; con quest'opera Philopat si avventura nei primi anni Sessanta, quando il fermento e la contestazione dovevano ancora esplodere e stavano assumendo, per il momento, la forma della "rivolta beat".


Marco, cosa ha significato l'esperienza di "Mondo Beat" e di "Barbonia City" in una città come la Milano del 1967?

Nel volume intitolato Il '68 a Milano di Leonardo Arte, una pubblicazione ad album, uscita in occasione di una mostra nel 1998 alla Triennale, dove erano esposti straordinari scatti di alcuni tra i migliori fotografi dell'epoca, Mulas, Bonasia, Cesare Colombo e molti altri, c'era anche un'autorevole cronologia dei fatti di quegli anni, che iniziava così: “27 gennaio 1967 - Provos, Onda Verde e Mondo Beat presentano i loro programmi a centinaia di persone nel corso di un dibattito-fiume alla Casa delle Culture”. "Mondo Beat" nella Milano dei quartieri ebbe lo stesso effetto che suscitò qualche mese prima il giornaletto del liceo Parini, "La Zanzara", tra i figli della buona borghesia. I giovani di allora capirono che la rivolta era arrivata fino a Quarto Oggiaro e Sesto San Giovanni e dopo aver invaso provocatoriamente piazza del Duomo inneggiando al pacifismo e all'amore libero, tentarono di costruire un'altra idea di città in una tendopoli in fondo a via Ripamonti. I benpensanti ne ottennero lo sgombero immediato, ma ormai la situazione gli era sfuggita di mano: poco dopo fu occupato l'Hotel Commercio, e finalmente gli studenti si diedero una mossa.

Il tuo primo libro "Costretti a sanguinare. Romanzo sul punk" ha rotto i classici schemi della scrittura; una storia interna al movimento italiano raccontata non in forma di saggio, ma narrata in prima persona con emozioni e sensazioni che arrivano immediate al lettore - diretto come un racconto orale, senza che le parole possano essere in qualche modo bloccate, frenate o mediate dalla punteggiatura. Uno stile che continua anche nelle tue pubblicazioni successive...

Vorrei allontanare da me ogni spettro "autoriale", nei miei racconti mi limito a tirare dei fili, tessere una tela che è già abbozzata nella sua forma orale. La strana punteggiatura la sperimentai ai tempi delle grintose punkzine e la affinai utilizzando le Bbs, le pionieristiche mailing list nella seconda metà degli anni Ottanta. Le letture di Nanni Balestrini e Cesare Bermani mi hanno aiutato notevolmente a intrecciare il racconto orale e la ricerca storica alla narrazione. Inoltre sono allievo di Primo Moroni, fu lui a farmi conoscere sia Andrea Bellini sia Melchiorre Gerbino. Quando sostengo che questo libro è l'episodio conclusivo della mia trilogia, intendo dire che d'ora in poi dovrò cavarmela da solo, senza i suoi consigli.

"I viaggi di Mel" si distingue dai due libri precedenti per essere una vera e propria narrazione a più voci. Personaggi diversi tra loro per provenienza sociale e geografica, ognuno con il proprio modo di raccontare. Una scelta stilistica interessante e sicuramente più complessa delle precedenti.

Era l'unico sistema per scalfire la corazza egotica di un personaggio che millanta di essere una delle personalità più famose del XX secolo, l'inventore della contestazione, colui che accese il fuoco della rivolta, eccetera, eccetera. In realtà mi sarebbe piaciuto incontrare tutte le persone che ho estrapolato dai racconti del Gerbino, e ti dico, considerata la vastità delle sue esperienze, ne avrei potuti creare molti altri. Purtroppo la ricerca storico/teppistica/letteraria non riceve alcun sovvenzionamento, perciò ho dovuto limitarmi. Peccato! Perché in quel caso avrei potuto viaggiare un bel po' per cercare i più sbroccati avventurieri del mondo.

Nella fase discendente delle sue storie d'amore importanti, Gerbino sembra diventare più spietato ed egoista che mai. Rispedisce mogli e fidanzate nei paesi d'origine con i figli a carico, vecchi amori a cui arriverà magari qualche cartolina negli anni, mentre lui continua i suoi viaggi. Eppure sostiene di averle amate con passione, una passione a cui alla fine rinuncerà per "convertirsi" all'erotismo. Le storie d'amore sono sempre presenti nei tuoi libri, quasi a segnare l'importanza che ha avuto l'affettività nelle vicende storiche che narri. E' così?

Come si può prescindere dalle affettività se si segue un percorso analitico della memoria storica? Ognuno di noi sedimenta i ricordi sulla base dei propri rapporti d'amore. Per scrivere "Costretti a sanguinare", partii dalle mie "love stories" di ragazzino. L'amica Claudiona, che strappò il velo delle mie vergogne di stampo cattolico, la timida Annalisa, suicida con un colpo alla tempia dalla pistola del padre carabiniere, che mi tatuò, non solo sulla pelle, il disperato slogan del "No future", e infine Cristina, con la quale trovammo la forza per sfuggire all'eroina e fondare il centro sociale "Virus". Insomma, partendo da ciò si trovano i collegamenti per inserire gli episodi di formazione individuale nel contesto sociale e storico. La lotta tra "il personale e il politico" che coinvolge Andrea Bellini in tutta la sua epica, e poi Gerbino che spinge al paradosso l'assenza di proprietà del libero amore facendosi alla fine travolgere. Con questo libro ho tentato di immedesimarmi nelle due donne che sopportarono per così tanto tempo un tipo come Mel, non è stato facile, perché lui per certi aspetti è un testimone assai reticente. Ho dovuto farmi aiutare dalla mia compagna, dalle amiche, e dallo staff femminile della Shake, donne con le quali il Gerbino è entrato via via sempre più in conflitto. Determinante è stata la testimonianza di suo figlio Nino, con cui mi sono trovato all'istante d'accordo nel voler capire le origini e le motivazioni di una tale megalomania, a volte persino saggia, concentrata nel testone pelato del padre.

Nel libro, così come nelle interviste, ti piace presentare Gerbino e Bellini come grandi affabulatori. Anche se sembri essere tu l'affabulatore per eccellenza. Ami raccontare le storie che con pazienza hai ascoltato e di cui hai scritto, probabilmente sei uno dei pochi scrittori che si diverte ad organizzare le presentazioni dei libri che ogni volta, somigliano a veri e propri happening.

Mi piacerebbe risponderti a lungo, raccontandoti come vorrei far esplodere nella quotidianità le pagine di un libro, ma forse non c'è abbastanza spazio, invito piuttosto i lettori a qualche presentazione. Ci tengo però a dire che sono parte di quel migliaio di altri attivisti italiani che da 10 o 20 anni si sforza di proporre, nei centri sociali e ormai anche fuori, sperimentazioni sulla comunicazione e iniziative multimediali a qualsiasi livello. Attivisti diventati una preziosa risorsa per un possibile rilancio dell'intera galassia culturale nel nostro paese. E mi chiedo come mai la sinistra ufficiale non sia ancora in grado di capirlo.

"Non c'è rivoluzione senza investimento libidinale", è una frase di Gilles Deleuze a te cara; è un capitolo del tuo primo libro, ma è anche un filo che attraversa i tuoi racconti, che si incarna nei personaggi scelti.

Massimiliano Guareschi ha scritto un libro su Gilles Deleuze, Il Pop Filosofo, e quelle sono le uniche pagine riguardo lo studioso francese che sono riuscito a leggere, quindi non so bene come si possano concatenare i protagonisti dei miei romanzi. Indubbiamente nessuno dei tre rientra nei canoni della tradizione della sinistra nostrana, ma la questione dell'investimento libidinale fu vissuta come provocazione punk, rispetto ai compagni che volevano portarci a volantinare alle sei del mattino davanti alla fabbrica del padrone, la Star, per coinvolgere gli operai nella nostra lotta contro lo sgombero del Virus. Oppure alla memorabile "commissione cultura" del Leoncavallo che ci chiedeva spiegazioni ideologiche sui concerti alla Einsturzende Neubauten che proponevamo... L'ondata di individualismo che dominò negli anni Ottanta non si è ancora conclusa, anche se ora ci sono centinaia di migliaia di lavoratori precari che cominciano a domandarsi il significato di una lotta collettiva. Il problema rimane quello dell'organizzazione, che non può più basarsi su una struttura verticistica tipica della forma partito. La sua risoluzione sta forse nella scommessa lanciata dal movimento nato a Seattle cinque anni fa che, però, non riesce ancora a esprimere tutte le proprie potenzialità. Qualche segnale è già presente sulle strade delle città, per esempio San Precario, leader disindividuante e antiautoritario, che guida il corteo del 1° maggio. Per me, chiusa l'esperienza del Virus, uno degli incontri più importanti è sicuramente stato quello con la Calusca e Primo Moroni.

L'attitudine a «socializzare i saperi senza fondare poteri», unita ad una forte propensione a manipolare, smontare, decodificare - propria della filosofia hacker - hanno sicuramente lasciato una traccia fondamentale nella vita della ShaKe e della rivista "Decoder". Che influenza hanno avuto nel tuo lavoro di narratore di storie, nella scelta delle situazioni e dei personaggi da ascoltare?

Praticamente mi hai chiesto quale sarà il mio prossimo libro! Infatti da qualche anno, insieme a Paola Mezza, presidente della cooperativa ShaKe, che gestisce un fornito archivio di documenti e fotografie del periodo 1984-89, stiamo progettando un lavoro che in sintesi si potrebbe rintracciare nella frase che appare in ogni nostro catalogo: “Socializzare i saperi senza fondare poteri”.
Ci sembra importante analizzare il momento in cui la ristrutturazione si trovava nella sua fase aurorale, come ci diceva spesso Moroni, e dove le prime risposte del movimento, appena uscito da una durissima repressione andarono poi a riconfigurare le strategie della lotta di classe, a partire dallo studio sulle nuove tecnologie.

La Shake si è sempre distinta per il tipo di pubblicazioni che propone, così come per la capacità di resistenza nei confronti di un mercato sempre più spietato con i piccoli, mantenendo però intatta la sua proposta culturale. E' sicuramente ancora importante continuare a diffondere pillole di memoria e di controcultura, ma quanto è difficile?

Non solo quello, ci auguriamo che con "I viaggi di Mel", si riesca a fare riflettere tutti coloro che si ritrovano quarantenni a dover fare i conti con un passato da protagonisti nelle scelte anticonformiste e di insubordinazione, a partire dalla critica alla famiglia. Come comportarsi con il passare del tempo? Quali scelte? Quali rotture? La ShaKe ormai da 20 anni cerca di decodificare il presente, l'attuale crisi del movimento coinvolge inesorabilmente anche la nostra cooperativa, d'altronde anche il libro è una merce e purtroppo il mercato ha le sue esigenze, anche se a nostro parere rimangono in qualche modo secondarie.

Con "I Viaggi di Mel" dichiari chiusa la trilogia sulla controcultura italiana, eppure hai sempre sostenuto che, anche se il punk è morto, ha lasciato i germi da cui sarebbe nata la cybercultura, l'esperienza della Helter Skelter, i techno rave, la ricerca del desiderio nelle pratiche quotidiane, la diffusione dell'hacking inteso come filosofia di vita. E' un pezzo di storia che hai vissuto anche tu, non sei morto con il punk nell'84?

Da quando è crollato il muro di Berlino il mondo è in continua trasformazione ed è a mio parere difficile comprendere la modernità con gli attuali strumenti a disposizione. Le controculture hanno assunto caratteristiche indecifrabili, forse proprio per sfuggire alla società dello spettacolo che diede un nome ai punk, agli autonomi e ai capelloni, per criminalizzarli meglio. Ma non possiamo sottovalutare quali terremoti interiori riuscirono a far esplodere nell'immaginario queste forme di ricomposizione nei bassifondi del dissenso. Il protagonista del mio ultimo romanzo afferma nel film-intervista "Mondo Mel" di Francesco Galli, realizzato appositamente per le presentazioni, che nel 1960 a Stoccolma i primi viaggiatori ribelli d'Europa si vergognavano della propria nazionalità perché la consideravano frutto di una cultura settaria. Il viaggio diventa metafora per conoscere se stessi fino a mettere in discussione le appartenenze più radicate. E allora ascoltiamo almeno una volta i suoi assurdi consigli: “Toglietevi la cravatta dal collo e il sacrificio dallo zuccone... E partite... Partite subito!.. Parola di Melchiorre Gerbino”.

Intervista di Emanuela Del Frate - LIBERAZIONE – 01/02/2005

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