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I Balcani a New York – Alla ricerca della pace

Suo padre è per metà rom e per metà serbo, sua madre è una musulmana della Bosnia. Ma lei, pur essendo nata a Belgrado, ci tiene a chiarire subito che ora la sua città e New York. Natasha Radojcic dice di aver ereditato dal padre gli occhi e i capelli scuri, di un colore bruno intenso. Solo che oggi, forse a segnare proprio il nuovo capitolo, americano, della sua esistenza, i capelli di questa scrittrice quasi quarantenne riflettono di un biondo sfavillante il sole di un mezzogiorno romano. E' un primo segnale del fatto che con lei nulla è come appare. Guardarsi dalle definizioni sommarie o sbrigative è perciò in questo caso, più che una ovvia cautela, un autentico obbligo.

Stasera alla Basilica di Massenzio di Roma, ospite del festival Letterature insieme alla giapponese Hitomi Kanehara, Natasha Rajdoicic leggerà alcuni brani del suo prossimo romanzo, ancora inedito in Italia, che però, assicura, è una vera "comedy". Anche perché forse le sue peggiori tossine, la scrittrice le ha già tirate fuori con i due libri che l'hanno fatta conoscere negli Stati Uniti come in Europa: Ritorno a casa del 2002 e Domicilio sconosciuto del 2004, entrambi pubblicati nel nostro paese da Adelphi. Due storie che, a loro modo, descrivono, pur nella diversità degli scenari, una medesima discesa all'inferno: la prima in una Bosnia dilaniata dalla tormenta sanguinosa della guerra civile jugoslava, la seconda nel duro apprendistato alla metropoli compiuto da una giovane donna che per sopravvivere a New York si arrabatta con ogni sorta di occupazione. Cogliere in tutto ciò le tracce della biografia di Radojcic è fin troppo facile. Iniziare da questo punto il dialogo con l'autrice balcanico-newyorkese, è altrettanto immediato.

I suoi romanzi sembrano costruiti per raccontare dei brutti ricordi, per liberarsi, attraverso la scrittura, di una parte di sé con cui si fa fatica a fare i conti. Si tratta solo di un'impressione?

No, è così, scrivere mi aiuta molto, mi fa star bene. Quando ho scritto "Ritorno a casa", in particolare, pensavo a come immaginare una realtà senza la guerra. Potrebbe accadere se solo riuscissimo tutti a essere più ragionevoli, ma ciò non accade. E' per questo che scrivo. Non riesco a pensare a niente di più importante in questo senso.

Dopo la guerra lei è tornata a più riprese a Belgrado, collabora con i giornali e con la Radio nazionale della Serbia. Le sembra che le cose stiano cambiando, che le ferite che ha descritto in "Ritorno a casa" si stiano, o si possano, pian piano sanare?

Spero molto che ciò accada, anche se credo che sia davvero difficile. In ogni caso tutto ciò potrà accadere solo in futuro, perché per dimenticare una guerra e tutte le conseguenze che porta con sé, deve passare almeno un'intera generazione. Questo nei Balcani non è mai accaduto, nel senso che non c'è generazione che non abbia vissuto la sua guerra. Tra qualche decina di anni, se non accadranno altre tragedie nel frattempo, potremo forse dimenticare tutte le vittime e andare avanti. Per motivi di lavoro torno in Serbia ogni due o tre mesi e tutto ciò che resta della mia famiglia si trova ancora nei Balcani, per cui credo che, malgrado io mi senta per molti versi una newyorkese, ciò che dico rappresenti la situazione reale che si respira laggiù. Anche perché, più invecchio e più divento consapevole delle mie origini.

La ex Jugoslavia ha prodotto una vasta diaspora in tutto il mondo, l'emigrazione e la fuga prima e dopo la guerra civile. A partire dalla sua esperienza personale crede che chi vive lontano dal paese possa influenzare un'evoluzione positiva della situazione?

Credo si tratti di una condizione molto particolare, nel senso che malgrado io senta di conoscere ciò che accade oggi a Belgrado, la mia non è certo la vita di chi vive lì. Voglio farle un esempio: il mio ex marito apparteneva alla diaspora irlandese, nel senso che viveva a New York, e mi parlava sempre del suo paese. Solo che ogni volta che andavamo insieme in Irlanda, mi rendevo conto di quanta poca adesione ci fosse tra ciò che lui mi raccontava e il paese che avevo davanti. Penso a questo ogni volta che vado a Belgrado. Detto questo, io mi pongo il problema di contribuire al miglioramento delle condizioni di vita nel mio paese d'origine e di aiutare la crescita della tolleranza, ma lo faccio da "cittadina del mondo", non da serba o da bosniaca. Ho vissuto metà della mia vita di scrittrice nei Balcani e metà negli Stati Uniti e penso che ognuno possa contribuire a cambiare le cose lì dove si trova e non intervenendo da lontano o da fuori.

Le donne sono state tra le prime vittime della guerra nei Balcani, oggi quale ruolo possono avere perché la pace continui?

Non sono sicura che le donne siano state le vittime principali della guerra: tutti siamo stati vittime allo stesso modo. Del resto credo che la moglie di Milosevic sia stata responsabile di quanto è accaduto in Jugoslavia allo stesso modo del marito. Non vorrei che questo mettere l'accento sul fatto che le donne siano state più colpite di altri, alla fine contenesse anche un atteggiamento un po' sessista. La pace non dipende dalle donne più di quanto dipenda dagli uomini, l'importante è battersi per la pace, il genere è del tutto secondario da questo punto di vista.

Oggi l'Europa è al centro di tanti dibattiti e la guerra in Jugoslavia l'ha colpita direttamente, al cuore. Ma come cambia la prospettiva con la quale si guarda a questo spazio europeo, che lo si osservi dall'interno, cioè dai Balcani, piuttosto che dall'esterno, vale a dire da New York?

Diciamo che il futuro dell'Europa non mi interessa particolarmente. Piuttosto mi preoccupa il futuro del mondo. E da questo punto di vista credo che il ruolo e il profilo che l'Europa potrà assumere sul piano internazionale siano legati in modo molto stretto allo sviluppo di una più giusta distribuzione della ricchezza in questo continente. Se ciò accadrà, l'Europa potrà forse guidare una trasformazione globale, in modo che tutto il resto del mondo possa uscire dalla miseria più nera e che si sviluppi una vera tolleranza etnica e istruzione per tutti. Così forse l'Europa avrà un suo ruolo specifico.

Intervista di Guido Caldiron – LIBERAZIONE – 07/06/2005




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