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Nel mio Afghanistan nasce una nazione

Sta nascendo in Afghanistan quello che non è mai esistito sinora: una nazione. Dalla semplice convivenza fra etnie germoglia un senso di identità che va oltre la semplice condivisione dello stesso suolo”. E' questo il giudizio che il buon esito del processo elettorale ispira ad Atiq Rahimi, scrittore e cineasta quarantenne, originario di Kabul, che solo nel 2002 ha rimesso piede in patria dopo quasi vent'anni di esilio in Francia. Rahimi è a Roma per presentare il suo ultimo libro (“L'immagine del ritorno” edito da Einaudi) ed il film “Terra e cenere”, candidato all'Oscar 2005, che sarà proiettato stasera nell'abito del festival AsiaticaFilmMediale.

Signor Rahimi, la ricerca di identità è un tema ricorrente nelle sue opere. Probabilmente lo è anche per milioni di profughi ed esuli dal suo paese...

Certo, non è un problema personale. Direi che non è nemmeno un problema afghano, è un problema umano. Ma certo si pone con più forte urgenza a coloro che sono stati strappati dalle circostanze alla loro terra ed alle loro case. Mi chiede però se esista un'identità afghana o piuttosto una molteplicità di nature, persiana, indiana, cinese, turca, greca, pashtun, che nel loro insieme costituiscono piuttosto una anti-identità.

Si sta cercando però di costruire uno Stato. Il mese scorso si sono svolte elezioni con una notevole partecipazione. Che giudizio ne dà?

Ecco, possiamo definirle un nuovo tentativo di cercare questa identità afghana. Non un'identità culturale, ma nazionale. In questo senso sono state un grande passo in avanti. Perché l'Afghanistan non è mai esistito come nazione. Il mio paese è un crocevia di di civiltà, un agglomerato di etnie, tenute insieme dalla necessità di aggrapparsi ad una terra su cui vivere. Ora invece, per la prima volta, da un popolo così diversificato si è levato un unico grido, l'atto di fede in un obiettivo comune. Otto milioni di persone, un terzo di tutta la popolazione, per andare alle urne ha sfidato le distanze geografiche, le intemperie atmosferiche, e le minacce di chi voleva sabotare il voto. Con un entusiasmo che dimostra una sola cosa: la gente non ne può più sia dei signori della guerra sia degli estremisti islamici. Dalle elezioni non mi importa tanto il risultato, ma il gesto e il modo in cui è stato compiuto.

Mi sembra più ottimista di quanto non traspaia dal suo ultimo libro, o sbaglio?

Un momento. Non so cosa uscirà poi fuori da tutto questo. So che il mio paese è al centro di una serie di giochi e interesse geo-politici. Bisognerà vedere quale sblocco gli americani e gli occidentali daranno a questi sviluppi.

Dipenderà in parte anche da dirigenti afghani, non pensa?

Sì, ed è vero che una parte della classe dirigente è la stessa che è stata protagonista di due decenni di sopraffazioni e violenze di vario tipo. E alcuni gruppi che tuttora continuano su quella strade ricevono denaro e armi dall'esterno.

Molti si finanziano con il traffico della droga. Non è paradossale che la produzione di oppio, proibita dai Telebani, sia ripresa con tanto slancio?

All'inizio i Talebani distrussero le coltivazioni, è vero. Ma i grandi quantitativi d'oppio nel frattempo accumulati alla frontiera con il Pakistan continuavano ad essere commerciati, e a prezzi più alti di prima. E negli ultimi tempi del loro regime, le culture erano già riprese, espandendosi proprio nel sud, cioè nelle aree dove i Talebani erano più radicati.

Nell'Afghanistan liberato l'economia dipende largamente dal narcotraffico. Non le pare un grosso e pericoloso fallimento?

E' difficile rinascere dopo 23 anni di guerra. Con le infrastrutture demolite. I campi di grano e di riso devastati. Il territorio cosparso di mine inesplose. Le centrali elettriche fuori uso. I serbatoi d'acqua distrutti.

Hamid Karzai dunque sta facendo un buon lavoro?

In generale non ho fiducia nei politici, che vedo inclini al compromesso, al negoziato, all'ipocrisia. Ma Karzai ha tutte le qualità di un valido uomo politico. Credo sia la persona più adatta, forse l'unica che possa gestire con successo i rapporti che è necessario intessere sia all'interno che dall'esterno del paese per trascinare l'Afghanistan in questa fase così delicata.

Nelle sue ormai frequenti visite in Afghanistan, quale atteggiamento vede prevalere fra i suoi concittadini: fiducia nel futuro, timore di ricadere nei vizi del passato?

Tra i miei coetanei non trovo grande vivacità intellettuale. E' una generazione fallita, stritolata fra il dogmatismo ideologico e l'estremismo religioso. Ma i giovani sono la grande speranza. Hanno grande voglia di vivere. Le tv satellitari e Internet li proiettano sul mondo esterno. Si rendono conto che la vita può essere diversa da quella che hanno sperimentato sinora e dai vecchi schemi che qualcuno ancora vorrebbe prospettare loro. Quello che dico vale soprattutto per le aree urbane, ma anche nei villaggi ho notato un clima nuovo. Quando giravo il mio film, tanti ragazzi venivano da me. Mi dicevano che la loro grande aspirazione era quella di emanciparsi dal ricatto economico e sociale che spesso si annida nei vincoli tribali.

Intervista di Gabriel Bertinetto – L'UNITA' 20/11/2004

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