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Giovanni Rebora
– IL SECOLO XIX – 02/10/2001

Il conflitto, i folli, le carestie e gli sciacalli


“A bello, peste et fame libera nos Domine”. Egli dalla peste ci ha liberato, dalla fame in parte, anche. Resta la guerra, la lezione della storia che gli uomini non impareranno mai. Purtroppo è una lezione della storia che gli storici non hanno quasi mai raccontato come si deve. Se si vince si celebrano gli eroi vincitori (quelli che hanno ammazzato più gente di quanta ne abbiano ammazzato i nemici), se si perde si accusano i traditori (un tempo si ricorreva al “traditore corso”, quello col nome italiano, ma infido) oppure ci si appella a circostanze giustificatorie inattendibili ma evidentemente efficaci. Insomma, si sono pentiti i sedicenti comunisti sovietici ed hanno dichiarato fallimento, il Papa gira il mondo a chiedere scusa per le efferatezze perpetrate in nome della Croce, ma i fautori della guerra non si pentono mai.

Nei libri di storia la guerra e raramente considerata la madre della miseria e quando si accenna timidamente a queste cose c'è chi insorge e protesta ad alta voce. Eppure ora si può leggere anche ciò che grazie ai Patti Lateranensi era un tempo proibito (perché all'indice), un solo esempio: il Dizionario Filosofico di Voltaire, leggetevi la voce Guerra e fatela leggere al Signor Storace.

Ma ci sono popoli che queste cose le sanno e sanno che l'emigrazione verso le Americhe fu conseguenza delle continue guerre piuttosto che di una “industrializzazione” a dir poco immaginaria, eppur tale da poter assorbire più gente di quanto si possa pensare, ma la gente partiva per andare il luoghi sicuri, ove si potesse faticare e vivere senza l'incubo delle espropriazioni e dove i figli non sarebbero stati portati via per andare a morire alla Beresina o in Crimea o a Custoza o in Africa o sull'Adamello. C'è una lettera della fine del Cinquecento, scritta da un mercante savonese, che racconta come sia bello vivere in Spagna, dove si può andare in giro per un paese enorme senza incontrare truppe che si combattono, dove la pace gli permette di fare il suo mestiere e di guadagnare tanti soldi, mentre l'Appennino savonese è sempre percorso da soldati che si affrontano e, quel che è peggio, rubano, stuprano le donne e uccidono il bestiame.

A parte i giovani cretini, sempiterni propagatori del seme di Caino, la guerra è rimasta nella memoria collettiva come portatrice di “carestia” che significava ( e significa) “beni a caro prezzo”, questo per la gente comune, povera o sprovveduta, ma per la gente meno povera e non sprovveduta la prevedibile carestia poteva essere portatrice di cospicui guadagni. Durante l'ultima esplosione di follia, che chiamiamo Seconda Guerra Mondiale, gli accaparratori dovevano essere perseguiti, almeno stando alle grida diffuse sui giornali ed alla radio (per chi l'aveva), la “borsa nera” avrebbe dovuto spiegare, almeno ai cittadini, che in tempi di ristrettezze l'abitante della campagna aveva qualcosa da mangiare, ma la retorica ha vinto anche sui fatti palesi: il contadino deve essere affamato e basta.

Gli accaparratori li troviamo in ogni occasione della storia: nel Settecento, quand'era in vista una epizoozia c'era chi comperava vacche e vitelli e li teneva nelle stalle intorno alla città allo scopo di venderli “a caro prezzo” qualora si fosse presentata l'occasione. Insomma, guerra e conseguente carestia sono rimaste nella memoria collettiva e non mi meraviglierei che anche ora, che tira un cattivo vento, qualcuno si mettesse ad accaparrare beni di consumo in vista di un rialzo dei prezzi.

La vecchia Repubblica aveva istituito il Magistrato dell'Abbondanza per far fronte ad evenienze simili e per mezzo di quell'istituzione cercava con successo, di provvedere almeno all'alimentazione.

Ora l'America ha un nemico, diverso da quello che aveva immaginato e combattuto fino a poche ore dal disastro, diverso dal mostro comunista di Grenada e di Cuba, diverso anche dal mostro comunista Kabul, tutti con tanto di territorio.

Questo nuovo nemico è nel mondo intero. Ora si tratta di ripensare al petrolio, di ripensare alla spensierata politica degli interessi particolari di questa o quella società per azioni, diversi perfino dagli interessi delle lobbies, che hanno finora condizionato i governi.

Si tratta di congelare immense fortune e per questo di trattare con le banche del mondo, si tratta di ripensare al “nucleare”, ma si tratta anche di smetterla con la politica della prevaricazione arrogante. Grazie alla mondializzazione potremo avere beni da tutto il mondo, potremo chiedere ai tanti Paesi amici di rifornirci di ciò che non abbiamo, a costi relativamente bassi e senza troppo tempo di attesa. Visto che non mi riesce di fare il profeta mi contento di una speranza: siccome la politica dovrebbe essere anche improntata all'etica (o almeno alla morale) spero che gli eventuali accaparratori non riescano a realizzare le speculazioni immaginate. Spero che ciò venga impedito anche dall'intervento della politica e spero anche che la politica riesca a difendere i produttori di cose buone rinunciando ad accogliere sempre e “globalmente” (nel senso della sfera) tutte le norme che ci vengono dai “foresti”, se gli americani non amano il gorgonzola vuol dire che lo mangeremo noi, pazienza.

Ciò che mi rende pessimista, invece, è il fatto che migliaia di persone ignare di ogni problema grande o piccolo dell'economia mondiale e dell'assetto ideologico del mondo, siano ancora una volta morte per la decisione di alcuni folli “ideologisti”. Forse si tratta anche di ripensare alla “tolleranza”, si tratta di una parola quasi offensiva, non voglio tollerare qualcosa o qualcuno, voglio che si stabiliscano regole di reciprocità, nella società civile e fra stati, norme che tutti debbano rispettare, desidero che si stabilisca infine che si devono rispettare le persone e che si possano sbeffeggiare le idee. Non esiste religione che possa giustificare il sacrificio di vite umane, e non esiste potere che abbia il diritto di uccidere. Speriamo di arrivarci, e speriamo anche che gli eventuali sciacalli non riescano a realizzare profitti, ma se si dovessero verificare tentativi di rialzo dei prezzi, sarebbe anche opportuno evitare di comperare quei prodotti e di resistere.

Giovanni Rebora – IL SECOLO XIX – 02/10/2001

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