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Giovanni Rebora


IL SECOLO XIX – 03/01/2002

Quando Genova aveva lo scudo

E' cominciata l'era dell'euro. E che l'Europa abbia ora una moneta unica, speranza di unità, non mi dispiace affatto. Lo so che questa moneta creerà problemi soprattutto ai meno ricchi e ai più sprovveduti, va sempre così, ma almeno con gli altri Stati dell'euro, si andrà a discutere, non più a fare la guerra. Ma è una grande novità. Mai vista una moneta che non sia coniata da uno Stato, soprattutto inteso come regno, eppure Genova, Venezia e Firenze coniarono, alla metà del Milleduecento, monete di grande prestigio, erano Repubbliche che si chiamavano comuni. Il prestigio deriva dalla forza della loro economia.

Quando, alla fine del Cinquecento, le fiere dei cambi furono trasferite da Bisenzone a Piacenza e poi a Novi, i grandi finanzieri genovesi (ma non solo essi) facevano riferimento, per le loro transazioni, allo Scudo delle Cinque Stampe. Una sorta di moneta di valore uguale coniata da cinque zecche, tre delle quali italiane.

Tanto per ribadire che la decadenza era di là da venire, ben tre zecche più cinque, tra le quali la zecca di Genova potevano spendere la loro moneta in Europa, con lo stesso prestigio di Francia e Spagna. Chi usava lo scudo delle cinque stampe era di solito un “operatore della finanza”, un banchiere ricco sfondato, e i ricchi, si sa, si fanno le loro comodità.

Vennero tempi peggiori, la finanza internazionale ebbe un tracollo con le guerre napoleoniche e venne l'età della miseria, e venne l'unità d'Italia con un'unica moneta. Ma la gente continuò a contare con la vecchia moneta, a Napoli la spingula francesa era proposta a misura di tornesi, a Novi Ligure, nel 1945 si misurava in soldi come ai tempi della Repubblica di Genova e non si diceva una lira o mezza lira bensì “vinti sodi” oppure “dese sodi”. A Genova cinque centesimi erano una palanca e si diceva due franchi per dire due lire oppure “in cavourin”; cinque lire erano uno scudo. Si usava la mutta piemontese per misurare i quaranta centesimi, e venti erano mezza mutta. Questo fenomeno che Vilfredo Pareto chiamerebbe “persistenza della memoria”, venne spazzato via dall'arrivo degli americani, dalle Am lire, dal nuovo modo di pensare e di lavorare per la ricostruzione, dall'Unrra, dalla necessità di parlare italiano e di intendersi con le ondate di immigrati.

Ora anche i bambini, ovunque essi siano, sono in grado di ricevere opportune comunicazioni ed anche i bambini (lo dico con qualche rammarico) dispongono di capacità di spesa. Perciò mi meraviglierei se non fossero i bambini o i vecchi a provare disagio con la nuova moneta, ma gli adulti incapaci di ricordare cosa succede loro quando si trovano all'estero o troppo legati all'idea di cambio. So bene che in tutti i casi a rimetterci saranno i più deboli, cioè i “misci”, quando mai è accaduto il contrario? Assisteremo a discussioni sugli arrotondamenti, vedremo lievitare qualche prezzo, sbaglieremo moneta e dovremo guardare bene ciò che spenderemo, magari inforcando gli occhiali, ma non pensiamo che a sbagliare sia la tradizionale “vecchietta”, quella forse ricorda le monete divisionali dei suoi tempi, temo invece che a farsi ingarbugliare siano piuttosto i giovani, abituati a spendere il reddito dei genitori senza troppa attenzione. Ma credo anche che si possa misurare subito il proprio reddito in euro: se lo so che dispongo di 1.000 euro al mese mi regolerò di conseguenza e conterrò le mie spese all'interno di quella somma. Può darsi che commetta qualche errore, ma dovrei essere così accorto da non eccedere in folli spese all'interno di quella somma, almeno sino a quando tutti non ci saremo abituati alla novità. Sarei contento se il timore di sbagliare o di essere raggirati ci spingesse alla parsimonia, anche passeggera, per mettersi in carreggiata, se ci spingesse a valutare meglio i nostri redditi e a spendere, almeno per un po', solo il reddito effettivamente prodotto, evitando cioè l'indebitamento. Sarà una novità e ho registrato voci di fastidio, male.

Ho assistito al Carlo Felice, alla rappresentazione del Balletto Excelsior, quello musicato da Romualdo Marenco. Il Balletto Excelsior è stato “oscurato” per oltre cent'anni. Se si trattasse di birra inviterei i lettori a meditare. Vi si balla e vi si suona della lotta tra il “progresso” e “l'oscurantismo”, quest'ultimo, nel balletto, viene sconfitto. Purtroppo l'oscurantismo si prese la rivincita in Europa: dall'inutile strage del 1915-18 alle dittature, alle seguenti guerre, fino al 1945, in Europa. Ora qualcuno ha capito che la guerra è cosa brutta, speriamo che duri. Intanto lasciamo stare la paura del dollaro e soprattutto non parliamo di prestigio dell'euro, il prestigio se lo guadagnerà, alcune sacche di minore sviluppo in Europa ci sono, quando avranno raggiunto un potere economico migliore anche la moneta salirà, ora intanto godiamoci la possibilità di esportare e, se possiamo, costituiamo un po' di riserva con quegli utili che derivano appunto dalla differenza fra le monete.

Questa moneta senza Stato (non è proprio così, ma passi l'espressione) è una novità grande, come tutte le novità, a qualcuno fa paura, altri fa il profeta di sventure, questa volta spero proprio che abbia ragione il balletto del Carlo Felice: Excelsior!

Giovanni Rebora – IL SECOLO XIX – 03/01/2002

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