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Intervista a Ruth Rendell

Mettiamola così: tra Agatha Christie e P.D.James c'è lei Ruth Rendell, a completare una trinità femminile di pacate e molto very british orditrici di enigmi e delitti, seriali e non. Scorrendo gli oltre settantaquattro anni della biografia della Rendell, i quarant'anni esatti del primo dei venti romanzi con protagonista l'ispettore Wexford (Con la morte nel cuore) – ma i libri tra pseudonimi (Barbara Vine) e gialli non seriali sono oltre cinquanta – nonché alcuni film tratti dalle sue storie (su tutti l'almodovariano Carne Tremula o lo psicologico Chabrol de Il buio nella mente) si arriva all'ultima crime novel, La bottega dei delitti, appena pubblicata dall'editore Fanucci che ha deciso di dedicarle un'intera collana e per l'occasione, e per la prima volta, l'ha invitata in Italia.


Proprio leggendo quest'ultimo romanzo, non proprio un vero meccanismo a intrigo, anche perché a un terzo del libro è rivelata subito l'identità del serial killer che ha strangolato quattro giovani ragazze, è sempre più evidente la volontà della Rendell di essere considerata una scrittrice tout court, ben al di là dei generi. Così se per alcuni aspetti – una dimensione urbana quasi inesistente pur svolgendosi la storia oggi nei quartieri centrali di Londra, la coralità delle vicende di un gruppo di sette otto persone che gravitano intorno al negozio di antiquariato gestito da una vedova cinquantenne, un certo psicologismo insistito sia pure ben orchestrato – le vicende di La bottega dei delitti fanno venire in mente quelle dei libri di una scrittrice molto più colta e meno popolare come Penelope Fitzgerald (in particolare Voci umane e La casa sull'acqua) e di cui Rendell si dice “onorata del paragone”. Certo questa fuga verso la letteratura alta scopre il fianco alle regole del genere che qua e la un po' scricchiola ma l'umanità tratteggiata della Rendell nella storia è molto più completa.


Lei scrive da quarant'anni. Cos'è cambiato del suo sguardo sulla criminalità?


In realtà io non ho mai scritto del crimine alla maniera dello scrittore medio di gialli. Una certa forma di inganno è cambiata nel tempo, per esempio in un libro che ho scritto molti anni fa, non mi ricordo neanche più quale, parla di un uomo che froda una donna vendendole la casa mentre questa donna è assente e si tiene i soldi. Questo raggiro non è forse più possibile, oggi ci sono invece le frodi online. Quando io ho cominciato a scrivere si poteva identificare la macchina da scrivere su cui era stata scritta una lettera anonima, oggi col computer questo è impossibile.


Si considera più una scrittrice di gialli o di “noir”?


In inglese non esiste un'espressione precisa che traduca il concetto di giallo e quello di noir. Comunque credo che nessuna di queste due definizioni si sposi con i miei libri perché quando scrivo un romanzo non mi prefiggo di scrivere una storia con un crimine al suo centro. L'unica definizione che io riesco a dare della mia scrittura è quella di romanzi con un forte impatto emotivo, di suspense, e con un elemento di crimine che non è comunque un elemento fondamentale. Forse, ma solo in parte, la definizione di noir si potrebbe anche adattare ad alcune delle mie storie.

Le indagini dell'ispettore Wexford si svolgono perlopiù nella provincia inglese mentre da alcuni anni ambienta altre sue storie a Londra. Anche in “La bottega dei delitti” la vicenda è londinese ma lei tratta questa realtà urbana come un microcosmo da paese, da contea di provincia. Perché tiene così basso il lato urbano di questa metropoli?

Qualcuno dice che Londra non sia una grande metropoli ma un'insieme di villaggi, di piccoli paesi. Ne La bottega dei delitti, come già in altri romanzi precedenti, ho scelto di ambientare la storia in uno di questi piccoli paesi all'interno della grande città. Molti londinesi in effetti sono convinti di vivere non nella grande metropoli ma in una realtà locale, piccola.

Nel romanzo c'è una marcata presenza di caratteri femminili che soverchiano quelli maschili anche se poi lei ignora del tutto le donne uccise, quasi non le interessano...

La sua disamina è giusta, sono forse interessata più ai personaggi che vivono nel romanzo piuttosto che a quelli che vi muoiono. Non riesco a stare dietro a tutti i personaggi, alla fine ne scelgo alcuni invece di altri. Non sarei altrettanto convinta dell'impatto maggiore dei personaggi femminili rispetto a quelli maschili, un paio di personaggi come Freddie e Will sono per me molto interessanti, hanno qualcosa da dire.

Questo è un romanzo molto corale, con un forte dosaggio delle scene, dell'incastro tra le vicende oltre che delle psicologie. Come ha costruito la storia?

Sono partita da Inez, la vedova che gestisce il negozio, una donna che affitta le camere ad altre persone. Ho scritto qualcosa su di lei senza nessun particolare disegno poi ho inserito Jeremy Quick, l'inquilino dell'ultimo piano dalla doppi personalità e via via ho poi affidato una parte agli altri. Il tutto è accaduto come sempre in maniera abbastanza improvvisata. Non pianifico quasi niente quando scrivo, per me è un fatto inconscio per cui è strano scoprire tante cose sulla mia scrittura quando incontro i giornalisti o i miei lettori.

Cosa la spinge dopo quarant'anni a scrivere ogni giorno delle pagine di un nuovo libro?

Immagino che la risposta più sincera sia che scrivo tutte le mattine perché è quello che so fare. Quello che faccio appunto da quarant'anni, e se non lo facessi cos'altro potrei fare? A volte me lo chiedo, poi penso che ci sono anche i milioni di lettori che aspettano i miei libri e che in questi anni mi hanno fatto vivere bene con questo lavoro. Ma certo con la morte prima o poi sarò costretta a smettere.

Intervista di Michele De Mieri – L'UNITA' – 03/10/2004




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