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Robbe-Grillet: “Oggi gli scrittori pensano solo a dati di vendita”

Non esiste intellettuale che come lui abbia scavalcato e ridisegnato, nell'ultimo mezzo secolo, il confine fra cinema e letteratura. O, per dirla con il sottotitolo scelto per il Festival Grinzane Cinema, altro autore che possa spiegare meglio di lui "quando le parole diventano immagine". Oggi Alain Robbe-Grillet, padre negli anni Cinquanta del nouveau roman francese, è uno splendido ottantaduenne con il viso segnato dalla vivacità del pensiero e dalla profondità della cultura. E' lui che Giuliano Soria, patron del festival di Stresa, ha chiamato a presiedere la giuria che ieri ha premiato Dai Sijie (miglior libro per "Balzac e la Piccola Sarta cinese"), Gianni Amelio (miglior film per "Le chiavi di casa") e il genovese Claudio G. Fava (per la critica cinematografica). Di Robbe-Grillet, l'autore di cui l'editore Gaston Gallimard diceva che "scriveva libri che non rispondevano alle esigenze di alcun pubblico", sono rimasti decine di romanzi e una serie di film che hanno segnato la storia del cinema come "Trans-Europ-Express" uscito nel 1966 o "Slittamenti progressivi del piacere" del '74. “Gallimard - può dire oggi con un sorriso Robbe-Grillet - si era sbagliato. Oggi i soli diritti d'autore del romanzo "La gelosia" (del 1957), valgono quanto lo stipendio di un operaio francese.

Come nasce l'avventura dell'école del noveau-roman?

Da un gruppo di scrittori e intellettuali che, negli anni Cinquanta a Parigi si mettono insieme con l'intenzione di porsi come alternativa ai due filoni di narrativa dominanti: quello di una letteratura all'insegna della leggerezza alla Sagan e quello dell'impegno politico militante. Noi propugnavamo una letteratura di ricerca e d'avventura stilistica; ognuno di noi ci aveva provato inutilmente da solo; come gruppo hanno iniziato ad accorgersi che esistevamo. Tutto qui. Nessuna "école" in senso stretto.

La critica si accorse di voi ma tacciò di incomprensibilità le vostre opere.

Ci accusavano di essere incomprensibili per il semplice fatto che ci rifiutavamo di continuare a descrivere il mondo secondo le regole di Balzac. Chi ci criticava, e lo facevano sia a destra sia a sinistra, si opponeva al fatto che il mondo era cambiato e che la letteratura non poteva che fare altrimenti. Tutto ciò era comico oltre che assurdo. Nessuno chiede alla scienza di non sperimentare nuove vie.

Il pubblico dei lettori stentò comunque a seguirvi.

E' vero ma noi ne eravamo consci. Non volevamo scrivere per il pubblico che c'era. Scrivevamo per formarne uno nuovo. Non a caso, oltre quello a Sartre, gli altri due Nobel francesi hanno le stigmate del nouveau-roman: Samuel Becket e Claude Simon.

Meno difficoltà ebbe invece la vostra esperienza nel cinema. Perché?

Qui sta una delle grandi differenze fra cinema e letteratura. In letteratura posso permettermi di scrivere prescindendo da quanto il pubblico si aspetta. I miei libri sono stati tutti dei long seller, mai dei best seller: "La gelosia", quando uscì, vendette 60 copie. I film che si girano, invece, devono essere visti se no vengono ritirati dalle sale e spariscono. Personalmente ho mantenuto lo stesso produttore per i primi cinque film. Il che vuol dire che incassavano quanto basta.

Non crede però che negli anni Sessanta ci fosse anche più curiosità intellettuale da parte del pubblico sia dei libri che del cinema?

Penso di sì. Penso che si stia assistendo a un generale abbattimento del livello di intelligenza e che tutto ciò abbia a che fare con un problema molto serio: quello dell'educazione dei giovani. All'obbligo di apprendere sottoponendo il cervello a sfide sempre più alte si è sostituito il concetto che non si deve sovraccaricare la mente. Il risultato è che, ad esempio, nessuno sa più fare un'operazione matematica a mano, nessuno impara più il greco o il latino e che si vive in una realtà in cui il presidente degli Stati Uniti è la persona più illetterata del mondo. Il messaggio alle giovani generazioni è terribile: potete mettere in cantina il cervello e ingrassare davanti alla tv mangiando pop-corn. Potrete comunque ambire a fare il calciatore, la rock star o persino, perché no, il presidente dello stato più potente del mondo.

C'è qualcosa di nuovo oggi in letteratura, qualcosa che vada nelle direzione indicata dal nouveau roman?

No. Noi eravamo più ambiziosi, volevamo cambiare il mondo. Oggi gli scrittori forse hanno meno orgoglio. Hanno obbiettivi più modesti: la loro maggior preoccupazione è quella di vendere libri.

E al cinema?

Beh, al cinema basta pensare a un film di Antonioni e paragonarlo a uno di Moretti.

Intervista di Andrea Casazza – IL SECOLO XIX – 17/10/2004



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