BIBLIOTECA | | EDICOLA | | TEATRO | | CINEMA | | IL MUSEO | | Il BAR DI MOE | | LA CASA DELLA MUSICA | | LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | | | NOSTRI LUOGHI | | ARSENALE | | L'OSTERIA | | LA GATTERIA | | IL PORTO DEI RAGAZZI |

BIBLIOTECA

ROBERTO CAGLIERO
IL MANIFESTO !5-2-2002

Li chiamavano romanzi senza anima

L'incipit del più bel libro di Pynchon fornì l'etichetta per la generazione degli scrittori postmoderni, che mai si riconobbero tali: quelli delle "urla dal cielo", tutto cervello, il corpo assente e freddo il cuore. Tra loro, Donald Barthelme, Stanley Elkin, John Barth, Ron Sukenick, William Gass e Robert Coover, di cui esce da Fanucci "Il gioco di Henry"

Il romanzo postmoderno, che negli Stati Uniti sopravvive in alcuni corsi universitari ma ha silenziosamente abbandonato il mercato, sta tornando alla ribalta in Italia dopo anni passati a vivacchiare senza una vera gloria di pubblico, ammorbato da una critica che non lo capiva. Fanno eccezione alle fortune alterne di questo "genere" i picchi di notorietà cult del fantomatico Thomas Pynchon del quale molti, anche se non hanno mai avuto il coraggio di affrontarne la lettura, sanno che come Salinger si nega al pubblico e che, poco tempo fa, ha rischiato di essere stanato dal suo rifugio a prova di fama mondiale grazie a qualche mattacchione impadronitosi dei dati della sua carta di credito. Del suo capolavoro, Gravity's Rainbow, tutti conoscono il famoso attacco "A screaming comes across the sky": "un urlo arriva dal cielo" oppure, nella traduzione italiana di Giuseppe Natale, "Un grido s'avvicina, attraversando il cielo". Comunque sia, questa frase rappresenta per il romanzo postmoderno quello che "Aprile è il mese più crudele" di Eliot rappresentava per il modernismo. Una frase che, riletta e ridetta all'infinito, è diventata il mantra del postmoderno.

La generazione delle urla che arrivano dal cielo è quella di Robert Coover, Donald Barthelme, Stanley Elkin, John Barth, Ron Sukenick e William Gass; circa vent'anni fa quest'ultimo, forse uno degli scrittori più eleganti che gli Stati Uniti abbiano prodotto in questo secolo, ingaggiò una singolare battaglia letteraria con John Gardner, avversario del postmoderno e fautore di una narrativa più legata ai valori e al realismo: in una parola, più "etica". Era una battaglia importante ma non c'era molta gente disposta ad assistervi o a schierarsi. Quelli infatti erano anche gli anni in cui, nelle università americane, impazzava la moda di Derrida: lo studente ne leggeva qualche saggio, aggiungeva un po' di Lacan, evitava di perdere troppo tempo con Freud o con Saussure, e il gioco era fatto; ogni scrittore diventava miracolosamente postmoderno. Mi piace pensare che Don DeLillo, altro romanziere in qualche modo legato al gruppo appena citato, abbia inventato il protagonista di Rumore bianco pensando a quei mirabili eccessi: un personaggio che dirige il dipartimento di studi su Hitler, in un'università californiana, senza sapere il tedesco.
Si leggevano i capolavori e si credeva che tutti quegli scrittori avessero studiato La grammatologia, e che prima di iniziare la stesura di un capitolo del loro romanzo, riflettessero sui filosofi francesi della differenza. Nelle interviste si facevano domande ammiccanti sulla decostruzione, quasi si trattasse di un segreto gelosamente condiviso con l'intervistato, e quando questi sgranava tanto di occhi gli si faceva un sorrisino, come dire: mi hai capito benissimo ma non puoi parlarne, altrimenti diranno che sei uno snob. Nei dipartimenti americani di letteratura, in quegli anni, era un gran fiorire di "de" e di "post": si decostruiva, si postmodernizzava e si poststrutturalizzava tutto quel che capitava sottomano. Tanto che, a un certo punto, erano riusciti a far diventare postmoderna anche una scrittrice come Grace Paley.

In Italia, con mirabile ferocia, si inventarono i post-minimalisti, dotandoli di una missione segreta: insinuare tra gli amanti del realismo l'idea sovversiva che anche Raymond Carver, gratta gratta, fosse uno dei nostri, un autoriflessivo. Erano idiosincrasie, certo, ma di queste alcune si rivelarono fruttuose per riflettere sulla direzione che la letteratura stava prendendo. Ricordo la grandiosa frase di John Barth, quando lo intervistai a Bologna: scriveva - mi disse - come se il Finnegans Wake di Joyce fosse stato pubblicato; gli andava bene, insomma, credere che un libro con quel titolo fosse effettivamente stato stampato, mentre a molti scrittori contemporanei andava bene credere che non lo fosse mai stato. Barth stava percorrendo, con quella frase su Joyce, una delle idee centrali di quel gruppo postmoderno (gruppo in cui nessuno di loro si riconosceva): non esiste una realtà precedente o superiore alle apparenze; della realtà esistono soltanto versioni diverse o addirittura opposte, apparenze alle quali è meglio adeguarsi senza andare alla ricerca di improbabili origini.
In L'incanto del lotto 49 di Pynchon, a partire da quell'assunto, l'edipico detective scopre che di un certo libro esistono versioni leggermente diverse ma non una prima edizione. La critica al determinismo e alla causalità che regnavano nel romanzo americano tradizionale - il romanzo che faceva sociologia della middle class - produssero, tra l'altro, anche alcuni mostri: gli studiosi di letteratura tentavano di leggere René Thom e Ilya Prigogine, e citavano le strutture dissipative come fossero paragrafi in via di estinzione; si straparlava di quantistica, e nelle università spuntavano strani corsi di "physics and poetry"; tra gli studenti vigeva un godimento idiota per il relativismo assoluto che credevano di cogliere negli scritti di Popper sulle nuvole. Giocando al confine tra finzione e realtà, ed avendone - in quanto romanzieri - più diritto di altri, i postmoderni produssero grandiose parodie: così Robert Coover, che aveva fatto di Nixon un eroe del suo capolavoro Il rogo pubblico (mai tradotto in italiano), alla morte dell'ex presidente scrisse su un quotidiano il coccodrillo per quell'uomo che aveva preso il nome da uno dei suoi personaggi.
Altri postmoderni, meno inclini al lato comico dell'ironia, produssero testi più cerebrali. Cerebrale, ad esempio, è di nome e di fatto Plus di Joseph McElroy, pubblicato nell'ottobre scorso da Bollati Boringhieri nella versione di Salvatore Proietti. E' la storia di un cervello appartenente a un ingegnere giunto alla fase terminale della malattia; costui acconsente a che la massa di materia grigia venga staccata dal corpo, chiusa in una capsula spaziale e utilizzata per un esperimento scientifico. L'idea di un cervello separato dal corpo, dunque di una letteratura scissa dall'anima, è una delle critiche più frequenti che il postmoderno abbia incassato: vedete, si diceva, questi romanzi non hanno anima né corpo, sono masturbazioni cerebrali prive di un qualsiasi valore morale.
Era questa l'idea attorno a cui ruotava il pensiero di Gardner nella controversia con William Gass. I postmoderni, in genere, trattavano queste critiche alla stregua di tentate imposizioni di un'ala fondamentalista della letteratura votata al realismo. E le ignoravano, non degnandosi nella maggior parte dei casi di rispondere alle accuse. Il loro modo di replicare consisteva nel produrre testi che costringessero i lettori a sforzarsi, a faticare, a pensare all'atto della lettura come a un esercizio di ginnastica mentale. Ecco l'etica: mobilitare il cervello e dunque la capacità di discernere. Non era un discorso facile allora e lo sarebbe ancora di meno adesso, che il potere soporifero della televisione produce forme di profondo fastidio verso ogni costrutto mentale.

Il romanzo postmoderno è un genere alto: è vero che utilizza forme basse, ma lo fa dall'alto; se si prediligono le forme basse utilizzate dal basso ci sono sempre le flatulenze di Bukowski, infinitamente meno interessanti. Un esempio lampante di basso utilizzato dall'alto è il romanzo sul baseball di Robert Coover, che uscirà la prossima settimana per Fanucci con il titolo Il gioco di Henry, nella traduzione di Gino Scatasta (ne parliamo nell'altro articolo di questa pagina). Niente di più americano del baseball - ricordate, nella tradizione dei rapporti tra la letteratura americana e questo sport, l'inizio di Underworld di DeLillo? E sapete che il famoso scienziato Stephen Jay Gould scrive regolarmente di baseball?
Coover, da buon postmoderno, non si occupa propriamente di baseball ma delle regole del gioco, delle statistiche, di campionati immaginari. Se fosse stato francese, avrebbe potuto forse scrivere uno dei romanzi di Perec. Il gioco di Henry riassume tutti i meriti e poche delle idiosincrasie del postmoderno: nonostante qualche concessione allo sfoggio verbale è intelligente, perfettamente costruito e ossessionato dal desiderio di costringere il lettore a usare il cervello. Un recensore americano scrisse a suo tempo che questo romanzo ha con il baseball lo stesso rapporto che Moby Dick ha con la pesca. Leggendolo adesso, insieme a Plus di McElroy, si coglie meglio la dimensione etica del postmoderno; se solo avessero concesso qualcosa di più ai lettori, questi scrittori straordinari avrebbero ottenuto una meritatissima visibilità nel panorama letterario internazionale. Invece, nella sua volontaria invisibilità - e sprattutto grazie ad essa - soltanto Thomas Pynchon, di tutti loro, ha ottenuto le dovute attenzioni.



| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO |
LA POESIA DEL FARO|