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ROSALIA GARBO

FARFALLE



Quel giorno, stanco dalla lunga cavalcata, un giovane principe andò a dissetarsi ad una sorgente.

Non c’era nulla di speciale in ciò: lo faceva ogni giorno.

Ogni giorno, stanco dalla lunga cavalcata, il giovane principe andava a dissetarsi alla stessa sorgente che conosceva in ogni dettaglio, come in ogni dettaglio conosceva il percorso che faceva il cavallo. Conosceva gli alberi che crescevano lungo il sentiero sterrato, le rocce e perfino i sassi, così come li aveva visti ogni giorno, per tanto tempo, fino a quell’ultimo giorno in cui un velo spesso e impenetrabile era calato sui suoi occhi, rendendolo cieco.

Nessun medico sapeva dire cosa gli fosse accaduto, anzi, nessun medico si poteva capacitare del fatto che fosse cieco, poiché nulla di fisiologico si poteva riscontrare. Il principe, però, era indiscutibilmente cieco.


Ma quel giorno accadde qualcosa, qualcosa di inusuale: alla fonte c’era qualcuno.

Il principe ne percepì la presenza perché un odore nuovo aleggiava nell’aria: un profumo di zagara e rosmarino, di mimosa e salvia, uno strano e insolito odore. Prestando più attenzione, anche un respiro. Sottile, leggero, come di animale a caccia, non poteva sfuggire al giovane principe, troppo avvezzo ai suoni ed ai rumori del suo bosco per non saper riconoscere ciò che di nuovo si presentava.

Stette in attesa, la mano sull’elsa della spada, pronto a sguainarla e colpire là dove il suo udito lo avesse guidato.

Non un fiato, non un gemito, soltanto, ad un tratto, lo sciabordare cupo dell’acqua come dentro ad un vaso, no, ad un’anfora che si riempiva. Una donna. Certamente una donna che era alla fonte per prendere l’acqua.

Il principe si rassicurò.

“ Perché non mi avete avvertito della vostra presenza”, disse con asprezza.

Una voce morbida come il velluto gli rispose: “Mi stavate di fronte, mi vedevate. Vi ho anche salutato con un cenno del capo, mio Signore, ma voi non vi siete degnato di rispondermi”.

“Perdonate, chiunque voi siate, ma non vi ho veduta: io sono cieco”, si affrettò a giustificarsi lui.

“Perdonate voi, Signore, avrei dovuto accorgermene e farmi riconoscere per non spaventarvi”.

“Chi siete?” domandò il principe.

“Sono balia al castello. Ho allattato anche voi, ma non potete ricordare, eravate troppo piccolo quando vostra madre vi portò con sé. Però forse ricordate la nenia che vi cantavo per addormentarvi, vi piaceva tanto. Posso cantarvela, se lo desiderate. Il buon Dio non mi fece bella, ma in cambio mi diede la voce, dono prezioso per una balia.”

“Io non vedo, – ribatté il principe – così voi per me siete bella quanto ciò che sento.”

La donna allora intonò un canto arcaico, primordiale, più antico ancora del tempo. La sua voce da usignolo, ora pervasa da una tristezza infinita, ora sfiorata da una sottile allegria, ora morbida e calda, poi tintinnante come di perle in un bicchiere di finissimo cristallo, si arrampicava sulle note con agilità da felino, senza sforzo o incertezza.

Il principe, ascoltandola, si assopì.


Al suo risveglio, non v’era più traccia dell’odore di salvia e rosmarino, s’era dissolto per lasciar posto agli usuali profumi del bosco. Invano il principe respirò profondamente per poter catturare ciò che di esso era rimasto nell’aria: era svanito, non c’era più.


Il giorno appresso, alla stessa ora, il principe galoppò a rotta di collo per i sentieri del bosco con la segreta speranza di ritrovare la donna che attingeva l’acqua con l’anfora alla fonte. Ve la trovò, infatti, e quella lo cullò con la sua voce da usignolo e gli narrò le sue storie di cavalieri e di eroi antichi ch’ella sembrava aver conosciuti in un passato ormai remoto.


E passavano i giorni e le settimane ed il principe si recava al tacito appuntamento, sicuro di trovarvi la balia che attingeva alla fonte e che lo guidava attraverso i sentieri del ricordo.

Ed il giovane prese a ricordare, ma non fatti, bensì un groviglio di sentimenti impossibili da decifrare, poiché forse erano tutti i sentimenti insieme, finché, per la confusione, tutti i sentimenti si dissolsero per lasciar posto al nulla.

Fu allora che, dal nulla, il principe iniziò a vestire la voce di un’immagine a lui grata, cesellandovi ogni giorno un nuovo particolare: un sorriso, una piega della bocca, un ciuffo scomposto di capelli. La voce guidava la sua immaginazione, unica compagna nella cecità, nel dar corpo al suo sogno, quella voce che cantava e narrava storie di cui il principe non seguiva più il senso, ma il suono.

E così, ora crogiolandosi nel suo sogno, ora accarezzandolo tenera-mente , egli si innamorò.


“Posso toccarti?” le chiese un giorno,

“No mio Signore – rispose la donna – mi uccidereste.”

“Come può ucciderti una carezza?” controbatté il principe,

“Così come può uccidere l’amore. L’amore è egoista, pensa soltanto a sé, non ascolta perché è preceduto dalla passione. Se si confessa, distrug-ge; se non si confessa, dilania. Se è corrisposto, prima o poi si consuma; se non è corrisposto, prima o poi spegne la speranza e invoca vendetta. E’ un cane senza padrone, va dove vuole e ovunque vada lascia dietro di sé il deserto. Non toccatemi, ve ne prego!”

Ma il principe non ascoltava, non sentiva il suo pianto, tutto ciò che percepiva era la musica della voce, non il senso delle parole. Perciò la strinse fra le braccia e la baciò.


Quando si riebbe, non era più cieco. Una donna sottile, i lineamenti scavati, gli occhi scuri e penetranti, lo sguardo di una tristezza profonda ed antica, gli stava davanti muta ed immobile. Nulla a che vedere con l’idea di una vecchia balia, pesante e rugosa, quanto piuttosto con una giovane dama. Tutto di lei tradiva le nobili origini: la fierezza dello sguardo, l’eleganza del gesto, la morbidezza dei lineamenti, pure così asciutti e scavati.

Il principe decise di sposarla.


La cerimonia fu sfarzosa, le pietanze raffinate, preparate dai migliori cuochi del paese, i musici accompagnavano le spensierate danze dei giovani, troppo giovani per aver gravi pensieri, i commensali, deferenti, conversavano piacevolmente, chiedendosi fra loro chi fosse la bella stra-niera che aveva rapito il cuore del principe e lo aveva guarito dalla cecità, le campane suonavano a distesa.

I suoni giungevano all’orecchio del principe ovattati, come quando il primo chiarore di un’alba nebbiosa socchiude gli occhi sulle case ancora addormentate, appoggiate l’una all’altra come se si sostenessero a vicenda, e il mattutino sembra suonare al paese vicino e nessun rumore sembra reale e si rimane con il dubbio se lo si sia sentito davvero, quando tutto rimane in bilico fra il sogno e la realtà e in fondo non importa cosa sia, perché, in quell’avvolgente e impalpabile lanugine, tutto appare rassicurante come il grembo materno.

Rapito dalla sua bella e silenziosa Signora, il principe non si curava di ciò che udiva.


Quella notte fu la più felice per il principe.

Quella notte i cigni cantarono nello stagno e le rondini di mare gridarono il loro dolore, volando in circolo attorno ai nidi come se non li riconoscessero più. I cani latrarono alla luna dal giardino e la luna, rossa come un sole dopo il tramonto, turgida e piena, si immerse nel mare che rabbrividì e infranse i suoi flutti contro gli scogli per accarezzarli poi nella risacca.


Ai primi albori, i cigni avevano cessato di starnazzare nello stagno e le rondini di mare avevano smesso di volare in circolo attorno ai nidi, fingendo di non riconoscerli, i cani dormivano all’ombra dei cipressi argentati e la luna aveva lasciato il posto al sole, il mare s’era chetato e gli scogli avevano ripreso la loro eterna fissità.


Dal balcone della stanza del principe, silenzioso, senza un canto, un grido o un frinito, uno sciame di farfalle si levò verso il cielo.

Erano talmente tante da oscurare la luce, sia pur fioca, dell’alba, tante, da muovere una brezza fresca e leggera che si insinuò nelle stanze del principe per carezzargli il volto e le membra con tanta voluttà da compia-cerlo nel sonno.

Le farfalle si dispersero ai quattro venti e la brezza cessò.


Il principe si destò allora e trovò il suo bel giardino immerso nel silenzio: non più passeri, né cicale, né usignoli, non più guaiti di cani a fargli festa al suo rientro dalle lunghe galoppate. Tutto sembrava fissato per sempre in un unico, lungo istante al di fuori del tempo, in uno spazio surreale di cui non si riusciva a percepire l’estensione. Soltanto le farfalle, qualunque fosse la stagione, davano vita al giardino con i loro magnifici colori.

Il principe era diventato sordo.



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