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ROSALIA GARBO

CHORIKÈ


Quando si va per boschi, a sera, fra i pini marittimi e le macchie, fra le querce, l’agapanto e i rovi, si sente a volte un gorgoglio sommesso ed argentino che fa pensare ad una qualche polla che affiora fra le rocce, ad una sorgente che borbotta fra il capelvenere ed il muschio. Sarà così senz’altro, ma i giochi delle ombre, il fruscio delle frasche, lo sciabordare dell’acqua e i versi degli uccelli notturni, richiamano alla mente il chiacchiericcio di fanciulle, di quando in quando interrotto dal chiocciare di una risata. Fantasie, alimentate dall’eccitante misteriosità del buio, che attraversano le ossa come brividi di freddo.


Il principe amava queste emozioni e, d’abitudine, s’attardava nel bosco, di ritorno dalla caccia.

Le ninfe si divertivano con lui, come sempre facevano con chi, per avventura, si trovava a passare di notte: corrono di qua e di là fra gli alberi, calpestando il letto di aghi di pino e impigliandosi con le chiome fra i rami bassi, emettono strani suoni, simili a squittii, e ridacchiano ai sussulti dei mal capitati che, dal canto loro, non vedono l’ora di trovarsi fuori, fra i campi nudi e certamente più rassicuranti.

Ma il principe non aveva paura, o meglio, quell’ebbrezza che provava attraversando il bosco gli procurava un sottile piacere.


Chorikè si divertiva più di tutte. Ella era la più piccola e la più esuberante, non era bella come le sue sorelle, ma le superava in grazia e vivacità: era la personificazione dell’allegria. Curiosa e intraprendente, non si fermava dinanzi a nulla, neppure davanti alla grotta incantata, dove la regina della notte custodiva i suoi segreti e dove a tutti era proibito entrare.


Fu in una di queste sue scorribande notturne, mentre le ninfe cantavano alla sorgente, o si inseguivano per il bosco spaventando i viandanti, che Choriké entrò nella grotta e, frugando fra filtri magici e pozioni, trovò, aperto in bella mostra sul leggio, il libro magico degli incantesimi.

Gli occhi le brillarono di quell’espressione sorpresa e gioiosa dei bambini quando ricevono il dono da sempre desiderato, o trovano l’oggetto più bello che mai abbiano visto fino ad allora, prima di quello che prenderà il suo posto. Stette qualche momento a rimirarlo, immobilizzata dalla meravigliosa scoperta, poi si guardò intorno con aria circospetta e trattenne il respiro per tendere meglio l’orecchio e rassicurarsi del fatto che fosse completamente sola, quindi si lasciò catturare dal suo nuovo e incomparabile gioco. Sfiorò le pagine di pergamena come se avesse paura di sciuparle e lesse fra sé l’intestazione: “Incantesimo dei sogni”. Che sarà mai? Forse un sortilegio per far sognare? E cosa si sognerà? Come si sceglie il sogno ed il sognatore? Forse è un incantesimo che si fa su sé stessi e basta desiderare di sognare qualcosa perché quel sogno ci accompagni fino a quando lo si vorrà! Già, e come si fa a smettere di sognare quel sogno? Fare ogni notte lo stesso sogno viene a noia. Scorse velocemente il foglio e lesse in fondo: “per interrompere l’incantesimo, basta pronunziare la formula: cessi il sogno che ti diedi, sogna adesso quel che credi.” “Magnifico!” Esclamò quasi a voce alta, e di nuovo si guardò intorno preoccupata di essere stata udita. Nessuno. Nessun rumore, soltanto, in lontananza, le risate delle sue sorelle che si raccontavano degli scherzi fatti al principe.

Forse fu a causa di ciò che, nel pronunziare l’incantesimo, pensò a lui ed a come si era divertita a soffiargli sul collo così da presso che quegli, per poco, non la vide.


Durante il giorno, come si sa, le ninfe riposano: sarebbe troppo pericoloso per loro uscire per il bosco, ché potrebbero esser viste e scambiate per una cerva o una pernice. Così, mentre gli uomini faticano e si affannano sotto il sole, le ninfe scivolano nell’acqua di un lago per dormire sul fondo limaccioso e caldo. Se vi capita, infatti, guardando uno specchio d’acqua, di vedervi riflesso per un istante un volto che non vi sembra il vostro, potrebbe essere un gioco di luci, ma si potrebbe anche trattare delle sembianze di una ninfa che, muovendosi nel sonno, è risalita in superficie. Strano, infatti, come, in questi casi, l’acqua del lago si increspi improvvisamente e l’immagine scompaia, senza darci il tempo di osservarla bene, per tornare subito, calma, a riflettere la nostra immagine.


Chorikè aveva scelto per sé il laghetto ai piedi di una cascata dal salto breve, perché lo scosciare dell’acqua le teneva compagnia durante il sonno, un po’ come il lumino da notte per i bambini. Fra i suoi sogni di quella notte però non ci fu quello che aveva sperato: “L’incantesimo non ha funzionato”, pensò e diede la colpa alla sua inettitudine ed al fatto che, forse, soltanto la regina della notte poteva fare i sortilegi e che a lei non sarebbe mai riuscito di farne uno. Pazienza, si sarebbe accontentata dei sogni che le ispirava la cascata, che tanto erano belli egualmente.

Quella notte la ninfetta non fu allegra come al solito e le sue sorelle si preoccuparono, pensando che si fosse ammalata di malinconia. Cercarono di distrarla facendola giocare a far ghirlande ed a chi fa volteggiare il velo più rapidamente davanti al viso di qualcuno, in modo che si confonda con il soffio del vento. Non c’era verso, Chorikè era sempre un po’ distratta e pensierosa e sorrideva a mala pena. Anche la regina della notte si impensierì, vedendola in quello stato, ed un sospetto fugace le attraversò la mente, ma ella lo scacciò, scrollando il capo, come a dire fra sé: “No, è impossibile.”


Quella stessa notte, il principe passeggiava nervosamente in lungo e in largo nella sua stanza: non riusciva a dormire. Non era proprio così, il fatto era che il suo sonno era turbato dal sogno ricorrente di una fanciulla che correva a piedi nudi per il bosco veloce come il vento. Era la più bella fra tutte le creature che avesse mai visto. Ella lo tormentava volteggiandogli intorno e frastornandolo con una risata argentina e soffiandogli leggermente sul collo, procurandogli i brividi di un piacere sottile che lo svegliavano di soprassalto. Qualsiasi cosa facesse, non riusciva a togliersi dalla mente quella fantasia che prese a perseguitarlo anche durante il giorno. Gli sembrò quasi di impazzire ed un sentimento misto di rabbia, desiderio e disperazione gli prese il cuore: dove aveva già visto quella ragazza? Dove, prima che nelle sue tormentate notti?


Ormai rassegnato all’ennesima notte insonne, il principe si recò nel bosco all’imbrunire per cercare di divagarsi un po’. Appena lo videro, le ninfe si diedero la voce e subito presero ad escogitare scherzi e stratagemmi per divertirsi alle sue spalle. Il ragazzo era distratto e non sempre riusciva a cogliere i rumori del bosco. Le ninfe, un po’ deluse, chiamarono Chorikè: elle sì che, con la sua abilità, le avrebbe fatte divertire! Chorikè corse al richiamo delle sorelle, ma, quando vide il principe, rimase un attimo interdetta, come se qualcosa l’avesse bloccata di colpo. Quell’attimo di distrazione le fu fatale perché il giovane ne colse la presenza nell’oscurità e la riconobbe, abituato com’era a vederla nei suoi sogni. La ninfa fuggì via, ma il principe le fu dietro, cercando di afferrarla: una corsa affannosa fra i rami che sferzavano il viso, inciampando sui rovi e scivolando sugli aghi di pino, il tentativo di un richiamo, ma per quella notte il destino fu favorevole alla piccola Chorikè.

Il principe rimase a vagare per il bosco che era immerso in un silenzio irreale: il silenzio della paura, quel nulla senza respiro in cui cade la natura quando spera, nascondendosi, di sfuggire alla catastrofe.


Nei giorni che seguirono, Chorikè rimase nascosta nel suo laghetto per paura di incontrare di nuovo il principe ed il principe, dal canto suo, passò i giorni, e soprattutto le notti, fra il tentativo di convincersi che tutto quello che gli stava accadendo erano sue fantasie e quello di riconquistare il suo sonno.

Nel cuore della ninfetta, però, la paura, a poco a poco, cedette il passo ad una irresistibile attrazione verso quel giovane e cominciò a chiedersi quale forza l’avesse inchiodata al suolo quella notte, non permettendole di sfuggire alla vista di lui. Si ricordò pure dello sguardo, prima sorpreso e poi implorante, che aveva visto in quegli occhi: come erano belli quegli occhi!

E fu così che, una notte, decise di avventurarsi per la campagna, strisciando fra le spighe come un felino a caccia: le orecchie tese al più piccolo fruscio, il respiro leggero il procedere lento e circospetto. Si sentì tutt’uno con la terra e con l’aria, ancor di più di quando, nel bosco, si confondeva con il vento e con il verso degli uccelli notturni, o si appiattiva sui tronchi degli alberi per venir fuori, rapida come una freccia, alle spalle di qualcuno per soffiargli sul collo o far volteggiare il suo velo.

Si avvicinò al castello e si arrampicò veloce fra i rami di un olmo, verso un balcone illuminato dalla luce tremolante delle candele. Sbirciò dentro e vide il principe che passeggiava nervosamente in lungo e in largo per la stanza, consumando impietosamente il bel tappeto persiano che ne ricopriva quasi tutto il pavimento.

Un ramo scricchiolò sotto ai suoi piedi e Chorikè fuggì via prima che il giovane, voltatosi di scatto verso il balcone, potesse vederla. Corse con il cuore in gola fin nel più folto del bosco e si ripromise di non fare mai più quella follia.

Ma il richiamo di quell’emozione era più forte di qualsiasi ragionevolezza, e così, qualche notte dopo e notte dopo notte, ripeté l’esperimento, restando ogni volta un po’ più allungo.


Il principe era esausto: aveva rinunziato a combattere contro il sogno e si era lasciato prendere dal ricordo di quella figuretta eterea in fuga nel bosco, che era ormai certo di aver vista davvero. La rabbia, il tormento, la fatica di quei giorni lasciarono a poco a poco il posto ad uno stato di torpore nel quale prese a farsi strada la certezza che soltanto lei, quella sfuggente creatura del bosco, avrebbe potuto restituirgli i suoi sogni e le sue notti. Ma come trovarla? Come costringerla a liberarlo da quella stregoneria?


Una mattina, all’alba, quando il sole indugia ancora dall’altra parte del mondo, ma la sua luce comincia già a tingere di rosa e turchese il cielo notturno, il giovane si affacciò al balcone per respirare il fresco profumo dell’aurora. Quando i suoi occhi si posarono fra i rami dell’olmo, non curante dell’altezza, fu tra le sue fronde d’un balzo ed afferrò Chorikè per un braccio, mentre quella stava per cadere dal ramo sul quale si era addormentata. La ninfa urlò per la paura: tremante e con gli occhi sbarrati, guardava negli occhi il suo assalitore che, ancora incredulo, stringeva il polso sottile della sua ambita preda.

Per un lungo istante stettero immobili a guardarsi negli occhi, finalmente il principe esordì: “Ti ho presa, finalmente! Ridammi il mio sonno… - stava per dire “brutta strega”, ma lo splendore di quel volto e l’espressione dipinta su di esso facevano pensare più ad una bimba terrorizzata che ad una vecchia strega. Così quelle parole gli si gelarono in bocca per cedere il passo ad un implorante – …te ne prego!”

“Ma io non so nulla del tuo sonno, - ribatté Chorikè – davvero io non so nulla.” rispondendo all’espressione interrogativa dell’altro.

“Non può essere. Non può essere perché è te che sogno ogni notte, è per causa tua che non posso più dormire, sei tu che riempi la mia testa senza che io possa pensare ad altro. Sono stanco, non ne posso più, voglio i miei sogni.”

La ninfa scosse il capo a significare che non sapeva cosa fare ed il principe, indispettito, la trasse nella sua stanza, dicendo:

“Quando è così, rimarrai chiusa qui dentro finché non ti deciderai a liberarmi dai tuoi sortilegi.”

Uscì quindi fuori dalla stanza e sprangò la porta, deciso a non farla più uscire finché non avesse raggiunto il suo scopo.


Chorikè si rannicchiò sul letto ed esplose in un pianto dirotto. Fra lacrime e singhiozzi si addormentò, vinta dal sonno, dalla paura e dalla stanchezza.

Nel sonno si ricordò del libro degli incantesimi e si svegliò di soprassalto: era stata lei, sì, proprio lei a fare il sortilegio che perseguitava il principe. D’un tratto comprese come funzionava: aveva pensato al giovane e non a ciò che ella aveva desiderato sognare mentre pronunziava le parole magiche: aveva pensato al principe ed ai giochi nel bosco.

Prese a picchiare all’uscio ed a chiamare, sperando che il ragazzo fosse di fuori, ma non c’era nessuno, o forse nessuno la poteva udire. Disperata, si gettò sul letto della sua bella prigione e, piangendo si riaddormentò.

Quando si ridestò, a sera, il principe le stava seduto accanto in silenzio, rapito dalla bellezza del suo volto, chiedendosi in cuor suo com’era mai possibile che una creatura così fragile e bella potesse essere la causa dei suoi tormenti.

Chorikè fu seduta sul letto di scatto:

“ È colpa mia – disse, facendo ruzzolare fuori dalla bocca le parole come le perle di una collana rotta – sono stata io, ma non l’ho fatto di proposito. Ho trovato il libro degli incantesimi e volevo fare un incantesimo per me, ma ho sbagliato tutto, perdonami, combino sempre guai!”

“Libro degli incantesimi, ma chi sei tu? Sei davvero una strega?”

“Cos’è una strega? Io sono Choriké, una ninfa del bosco, figlia della regina della notte, non so cosa sia una strega!”

“Ninfe, fauni, sono esseri mitologici, non esistono. – replicò il principe - Una strega è una donna che serve il demonio e che affattura gli uomini per far perdere loro l’anima.”

Chorikè rise di cuore:

“Cosa c’è di più reale in una strega piuttosto che in una ninfa? Hai mai visto una strega?”

“No, non ho mai visto una strega, ma questo che c’entra? Tutti sanno che le streghe esistono!”

“Io sono una ninfa e non una strega. Sono qui davanti a te e mi vedi, mentre una strega non l’hai mai vista. Noi ninfe ci divertiamo a fare scherzi agli uomini, ma non facciamo loro del male. Forse li spaventiamo un po’, ma non facciamo perdere loro l’anima, qualunque cosa essa sia, nessun umano ha mai perso nulla nel bosco per causa nostra. E poi anche delle ninfe si parla, è accaduto che qualcuna di noi si sia invaghita di un uomo e che gli abbia raccontato le nostre storie. Perché dovresti credere in una cosa che non hai mai visto più che in una cosa che vedi?”

“Ninfa o strega – tagliò corto il principe – hai combinato un bel guaio e tocca a te tirarmene fuori. Conosci il modo di liberarmi da questo incantesimo?”

“Sì, o meglio, no, cioè non so, non ricordo. Ricordo di aver letto come si fa ad interrompere il sortilegio, ma non rammento più la formula. Però, se mi lascerai tornare nel bosco, andrò a leggere il libro e ti libererò.”

“Mi hai preso per uno sciocco? Se ti lascio andare chi mi assicura che farai quanto dici? Non se ne parla neppure, resterai qui e ti spremerai quella graziosa testolina fino a che non ti ricorderai.”

E così dicendo, senza prestare attenzione alle preghiere di Chorikè ed ai suoi insulti, uscì fuori dalla stanza, lasciando la fanciulla a disperarsi.

Passò qualche giorno e qualche notte, Chorikè, dopo aver sfogato la sua rabbia contro quello stupido giovane che credeva all’esistenza di ciò che non aveva mai visto, ma che non sapeva leggere nel cuore di chi gli stava davanti, si rassegnò all’idea di doversi concentrare sui suoi ricordi.


Ogni sera il principe andava a trovarla, dapprima per chiederle notizie della formula, poi per il piacere inconfessato di passare la notte in sua compagnia. La ninfa prese ad accoglierlo sempre più di buon grado e poi ad aspettare impaziente le sue visite, che si facevano sempre più frequenti e duravano sempre più allungo. Nessuno dei due pensava più all’incantesimo, tanto che il principe non si rese conto che il suo sonno si prolungava ogni giorno di più. Spesso si addormentavano insieme, all’alba, dopo aver passato l’intera notte a raccontarsi di loro e dei loro mondi ed aver riso di cuore degli scherzi che avevano inventato per diletto.

I pensieri del giovane erano sempre per Chorikè e forse era per questo motivo che non si rese conto del cambiamento.

Una notte la ninfa si svegliò di soprassalto:

“Cessa il sogno che ti diedi, sogna adesso quel che credi!” esclamò più volte, quasi urlando. Il principe, che dormiva accanto a lei, si svegliò, fissandola stupito.

“Me lo sono ricordato! - esclamò e ripeté il motto con l’austerità e la maestosità che si addice ad una regina delle fate – Sei libero, non capisci, l’incantesimo è cessato.”

Choriké abbracciò il giovane con trasporto e subito si ritrasse, sentendo un gran calore che le saliva su per le guance. Il principe abbassò lo sguardo, non sembrava per nulla soddisfatto di quel ritorno di memoria:

“Così adesso sei libera anche tu, come ti avevo promesso.”

“Grazie, tornerò nel mio bosco, le mie sorelle saranno ormai disperate.”

Il ragazzo uscì dalla stanza, lasciando la porta aperta alle sue spalle, senza voltarsi indietro. Choriké rimase seduta in mezzo al letto, fissando le lenzuola di seta. Quando non sentì più i passi del principe che si allontanavano ed il castello fu immerso nel silenzio, decise di uscire.

Fece per varcare la soglia, ma non poté farlo, di nuovo riprovò, nulla: era come se una parete invisibile ve la tenesse dentro. Tornò sul letto, per nulla spaventata, soltanto una profonda malinconia si impadronì di lei. All’alba, come sempre, si addormentò.


Certo di essere stato liberato dall’incantesimo, il principe si stupì del fatto che i suoi pensieri erano tutti ancora per Choriké, come pure i suoi sogni. Fu allora che si rese conto che non era più il sortilegio a tenerlo legato alla piccola ninfa, ma qualcos’altro, e già da tanto tempo. Si chiese se l’avrebbe più rivista, se ella avrebbe perdonato il suo carceriere. Corse nella sua stanza, sperando di trovarla ancora lì, ma la stanza era vuota. Si distese sul letto ancora caldo e fu pervaso da una profonda malinconia: “Chorikè, piccola Chorikè!” Pensò che non sarebbe dovuta andar via in pieno giorno: se l’avessero vista per i compi l’avrebbero certo scambiata per un cerva o una pernice e comunque il sole le avrebbe bruciato la pelle, troppo bianca e delicata e non abituata al calore del giorno. “Choriké, mia piccola Choriké!” Con gli occhi umidi di pianto, si addormentò e sognò di lei: ne risentì la voce e le risate, ne percepì il calore, come quando si addormentava, rannicchiata fra le sue braccia. Sognò delle sue carezze e del suo respiro leggero e della sua pelle fresca come l’acqua della sorgente, delle sue piccole dita sottili e della sua chioma dai riflessi azzurri che brillava alla fredda luce della luna.

“Sono tua prigioniera per sempre – le sentì dire nel sonno – non posso più uscire dai tuoi sogni, ma non mi dispiace: con te sto bene. Ora conosco tutti i tuoi più segreti pensieri, tutto ciò che senti dentro di te e so che mi appartieni quanto io appartengo a te.”

Strano sogno, strani pensieri, pensieri non suoi. Il principe si alzò e si guardò allo specchio. Per un attimo, vide riflesso il volto sorridente di Chorikè. Si voltò di scatto, non c’era. Si guardò di nuovo e vide se stesso. Notò come fosse pallido ed un riflesso azzurrognolo sui suoi capelli.


Tornò nel bosco quella notte e la attese, certo che ella si sarebbe fatta rivedere. Ma non fu così. Riconobbe i giochi delle ninfe di cui aveva udito il racconto, ma nessuna era la sua Chorikè, ne era certo, l’avrebbe riconosciuta sicuramente, glielo avrebbe detto il suo cuore. Afflitto, ne invocò il nome, ed una voce interiore sembrò rispondergli: “Sono qui.” Era lei, era lei senz’altro, ma dove? Girò intorno lo sguardo, ma non vide nessuno. Chiamò ancora: “Sono con te.” Comprese allora che la voce che sentiva era nella sua mente, ma non era una sua fantasia, piuttosto una presenza. “ChoriKè?” domandò con voce incerta, “Sì!” si sentì rispondere, e questa volta la vide anche, nei suoi pensieri.

Il giovane si sedette accanto al laghetto della ninfa e lasciò che ella gli parlasse in un dialogo intimo e silenzioso che soltanto lui poteva udire.

All’alba, Choriké sbadigliò assonnata:

“Sono stanca adesso, fammi riposare accanto a te.” Il principe assentì con un cenno del capo e si avviò lentamente verso il centro del lago, si adagiò sul fondo limaccioso e caldo e si addormentò, cullato dallo scrosciare dell’acqua che precipitava giù dalla cascata.


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