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ROSALIA GARBO

“TRISTANO E ISOTTA …” ED ALTRE STORIE



Il ragazzo si avvicinò alla casa con circospezione. Il cancello, un po’ arrugginito, era aperto a metà, tanto che si poteva passare sfiorandolo appena. Nel fregio vagamente liberty che lo ornava, una data: 1900, e sul pilastrino in tufo, un po’ corroso dalla carie una iscrizione su marmo diceva: “Villa Costanza”. Al ragazzo venne fatto di chiedersi chi fosse Costanza: forse la moglie, o la figlia del primo proprietario della villa, che forse era stato colui che lo aveva fatta costruire. Quell’interrogativo gli passò di mente mentre oltrepassava il cancello con l’animo di chi sta varcando la soglia dell’Ade, dal quale non si sa se si avrà ritorno. Ma la curiosità d’una certa razza di uomini supera la paura dell’ignoto, e così il ragazzo entrò, aspettandosi, nel segreto della sua anima, chissà quale assalto di spiriti e folletti ed anime perse del più remoto inferno. Non accadde nulla di simile, e la cosa lo fece sorridere di se stesso.

Entrò dunque, e si avviò per il vialetto ghiaioso, costellato di ciuffetti d’erba imbiancati qua e là da qualche margherita selvatica. Giunto a metà del percorso, si voltò indietro a guardare con spavalderia i compagni che erano rimasti dall’altro lato della strada e che avevano mutato l’espressione beffarda di un attimo prima in quella, quasi implorante, di chi vorrebbe non aver mai istigato l’amico a compiere un atto sconsiderato. Quegli sguardi gli diedero una sensazione di immensa superiorità, sortendo l’effetto contrario a quello sperato, e così, con passo deciso, il ragazzo si avviò verso l’entrata.

Tutto attorno, il giardino mostrava la desolazione dell’abbandono: l’erbaccia cresceva rigogliosa e gli alberi spogli, dal tronco inscurito dall’umidità dell’inverno, avevano un non so che di spettrale. Il portoncino, in legno massiccio, mostrava anch’esso i segni del degrado: doveva essere stato piacevole trovarselo davanti, con quei suoi delicati tralci di fiori a tutto tondo e quelle sue cornici che facevano pensare ad una casa di bambole.

Per un attimo, il ragazzo ebbe la visione chiara e netta di come doveva essere stata quella casa nel suo tempo migliore e gli sembrò di sentire le risa gioiose di una bimba e lo scalpiccio veloce e ritmato delle sue corse lungo il vialetto, sentì il profumo dei fiori nelle aiuole ben curate e vide il leggero movimento delle tendine ricamate, candide di bucato, al soffio di una brezza primaverile.

La vista delle mura incancrenite dal muschio grigio e quasi completamente ricoperte dai rami aggrovigliati di un incolto rampicante, i vetri rotti di alcune finestre ed i brandelli delle tendine, lo riportarono alla realtà.

Spinse leggermente la porta con una mano e quella si aprì fra sinistri scricchiolii, una pioggia di spessa polvere ne annebbiò il vano per qualche istante, ricadendo pesantemente al suolo. Il pavimento di legno gemette sotto i suoi piedi, anche se il suo passo aveva tentato di essere leggero, quasi a non disturbare il sonno di quei luoghi.


E fu, piantato sui due piedi, sulla soglia, con lo sguardo di chi deve mostrare, non si sa bene a chi, di essere padrone di se stesso e delle proprie emozioni, come si addice ad un uomo. Quel primo momento di mascolina sicurezza cedette il passo al peso dell’assoluto silenzio della casa che gli mozzò il respiro e di nuovo lo costrinse a muoversi con cautela, anzi, a non muoversi affatto. Soltanto i suoi occhi poterono esplorare l’ambiente circostante, avvolto nella fioca luce della notte di luna piena che si proiettava dalle finestre fino alle pareri e al soffitto. Spesse tende di ragnatele, ingrigite dalla polvere e azzurrate dalla luna, pendevano da ogni parte. Il silenzio surreale era sottolineato dall’ininterrotto macinio dei tarli, che, senza ritegno, divoravano il legno pregiato dei mobili, disposti ancora in bell’ordine. I soprammobili e le suppellettili sembravano attendere, da un momen to all’altro, un piumino premuroso che li liberasse dal peso di tutta quella polvere.

Mentre era assorto in quelle considerazioni, si avvide che il respiro dell’aria attorno a lui era cambiato: non era più pesante e grave, ma leggero e profumato, come di viole e non era più immobile e senza respiro, ma attraversata da una brezza fresca e carezzevole. Una luce fioca si intravide in cima alle scale e scomparve prima ancora che il ragazzo avesse la possibilità di capire cosa fosse: una candela, o un lume, o l’immagine evanescente di un qualcosa di non terreno.


Uscì dalla casa in tutta fretta, ma, non volendo dar soddisfazione ai trepidanti spettatori, si fermò di scatto e, sfoderando un improbabile sorriso, ben sostenuto dalla complicità del chiarore notturno, alzò le braccia in segno di sufficienza: “Tutte stronzate – disse – messe in giro così, per spaventare gli imbecilli. Come vedete, sono vivo e vegeto e non ho visto niente, neppure uno straccio di ectoplasma.”

La risata che seguì fu un po’ forzata, ma quelle che lo raggiunsero in risposta non lo erano certo di meno.

Avviatosi a passo rapido per il vialetto, raggiunse i compagni e, fra urla e schiamazzi più vivaci del solito, si recarono al pub poco lontano. Questa volta il nome del posto non lasciò il ragazzo indifferente: “Alla dama bianca”. Per una buona parte della serata rimase pensieroso ed assorto, non sapendo se volersi convincere che il profumo e la brezza ed il bagliore nella casa fossero stati illusione o realtà, poi, come tutti i ragazzi, si lasciò prendere dall’euforia degli altri e non ci pensò più.


Il suo sonno fu agitato, interrotto da frequenti risvegli: lo tormentavano l’odore di muffa ed il macinio dei tarli, che diventava martellante sottofondo di risate di bimba, che si trasformavano in quelle sardoniche ed agghiaccianti di fluttuanti figure dall’aspetto demoniaco. Madido di sudore, si ritrovava seduto in mezzo al letto, ansimante. Soltanto all’alba i suoi incubi lo abbandonarono e gli permisero finalmente di riposare. Nel sogno, una voce suadente ed accattivante gli sussurrava all’orecchio: “Perché sei andato via così presto? Non mi hai neppure permesso di darti il benvenuto. Torna questa sera a trovarmi, ti aspetto …” e quel “ti aspetto” si ripeteva in mille echi lontani.


La giornata trascorse come sempre, con la stessa superficialità di sempre, passando il tempo nell’attesa della fine di un altro noioso giorno di vita non vissuta, progettando il domani, sempre desiderato, di un oggi da dimenticare.

Il sole calò dietro le case ed arrossò lo sbiadito cielo invernale e venne la sera e la notte. Senza neppure accorgersene, il ragazzo si ritrovò davanti la casa: ci si scoprì davanti a fissarla, senza neppure sapere come ci fosse arrivato. Non seppe mai quale forza, o quale istinto, o destino, ve lo attirasse dentro, certo è che, come in un sogno, varcò il cancello, si avviò lungo il viale e di nuovo sentì le risa della bimba e lo scalpiccio dei suoi piedini sul selcialo, spinse la porta che scricchiolò e varcò la soglia sentendo i gemiti del pavimento di legno sotto ai suoi piedi.

Qualcuno aveva spolverato e la legna friggeva nel camino, lanciando sulle pareti della la stanza bagliori di luce rossastra. Un odore dolciastro di viole e di biscotti al miele impregnava la stanza, confuso con quello acre della legna bruciata. Il vecchio grammofono suonava la nenia metallica e frusciante di una antica canzone che narrava di amori perduti e di cuori infranti. Davanti al camino una poltrona dondolava cigolando sommessamente, seguendo il ritmo lento della musica. In cima alle scale, la luce fioca di un lume a petrolio lanciava tremolanti bagliori giallastri sulle pareti e sulle porte delle stanze del piano di sopra. Tutto appariva incredibilmente reale come lo è il passato, fissato nell’eterno presente del ricordo.

Il ragazzo, immobile sulla porta, girava gli occhi intorno, impietrito dallo stupore. Quando riprese coscienza di sé, ebbe la netta sensazione di essere atteso. Si ricordò del sogno della notte precedente e della voce che gli sussurrava all’orecchio: “…ti aspetto…”. Un brivido gli percorse la schiena, ma si avviò egualmente, non senza qualche esitazione, verso la poltrona a dondolo, che aveva smesso di cigolare. La canzone era finita, lasciando al fruscio del disco sotto la testina metallica il compito di riempire la stanza.

Quando fu dietro la poltrona, non aveva ancora trovato il coraggio di sporgersi a guardare il suo occupante, vide soltanto una bianca veste da camera, ornata di nastri e merletti, di un tessuto morbido che aveva tutta l’apparenza delle nuvole e la punta di un piedino sottile che sembrava di opaline. Si decise, finalmente, e si avvide che la dama bianca delle leggende del paese era poco più che una bambina di quindici, o forse sedici anni. Era di una bellezza che mozzava il respiro, non per avvenenza, ma per grazia e perfezione dei lineamenti, come quelle figure di fanciulle che si vedono nei ritratti ottocenteschi. Era un po’ pallida e minuta, l’ovale perfetto del viso era circondato da una fluente chioma, a stento trattenuta sulla nuca, del colore del miele caramellato sui dolcetti fatti in casa, gli occhi grandi, tagliati a mandorla, erano sottolineati da lunghe e folte ciglia e le labbra, appena rosate e atteggiate al sorriso, lasciavano intravedere i bianchi dentini, che sembravano ancora di bimba.

Il ragazzo ricadde pesantemente sul divanetto accanto alla poltrona e quella, senza neppure dargli il tempo di riprendersi dallo stupore, gli porse il libro che aveva sul grembo dal quale sporgeva un segnalibro di pergamena, miniata con tenui colori pastello: “Sapevo che saresti tornato – esordi la ragazza, sempre sorridendo, - vedi, ho tenuto il segno.” Il ragazzo prese il libro e lo sguardo gli si posò sul titolo, “Tristano e Isotta ed altre istorie”, lo aprì e iniziò a leggere.

La sedia ricominciò a cigolare, mentre il disco continuava a frusciare impietosamente sul piatto del grammofono, una pendola da parete rintoccava ad ogni quarto.

Quando la pendola suonò le tre del mattino, la ragazza si sollevò dalla poltrona con la leggerezza di una piuma portata da un impercettibile movimento dell’aria: “per oggi basta! – sentenziò – tornerai domani, ti aspetto.”

Le assi di legno del pavimento non scricchiolarono sotto ai suoi piedi mentre ella raggiungeva le scale, né la veste si mosse o ondeggiò, come sempre accade quando si cammina. Quando fu arrivata ai piedi della scalinata, poggiò la sua mano quasi trasparente sol corrimano di legno, si volse verso il giovane, e lo congedò con un sorriso.


Quella scena si ripeté uguale anche la sera dopo e tutte le sere fino a che il ragazzo non lesse l’ultima storia del libro.

Quando il giovane giunse la sera successiva, sperando di ritrovare la sua muta ascoltatrice con un nuovo libro da leggere, rimase interdetto nel rivedere la casa nella desolazione in cui l’aveva vista il primo giorno. Invano si agirò per le stanze polverose alla ricerca di lei, o almeno del bagliore fioco di un lume, nulla: tutto era svanito e veniva fatto di chiedersi se mai fosse accaduto. Il ragazzo rimase a lungo immobile davanti al camino, deluso e rattristato, e finalmente si rese conto che la dama bianca non era più lì. Lo comprese dagli oggetti, dall’aria che respirava, dall’assenza di quella sensazione di sospensione che aveva provato quel primo giorno: la fanciulla era scomparsa per sempre. Si irritò con se stesso per tutte le domande che avrebbe potuto farle e che non le aveva fatto: non sapeva neppure chi fosse, quale fosse il suo nome. Chiuse gli occhi, e la rivide dondolarsi sulla poltrona con quel suo eterno sorriso, risentì la vecchia canzone e i rintocchi dell’orologio ed il frusciare del disco. Li riaprì e si guardò intorno per ritrovare gli oggetti ed i rumori: ritrovò gli oggetti, ma l’unico rumore che gli giunse alle orecchie fu il macinio dei tarli. Abbassò gli occhi sulla poltrona vuota, e si avvide che sul cuscino sbiadito dalla polvere era poggiato un libro. Lo riconobbe immediatamente. Lo prese fra le mani con delicatezza, come se si fosse trattato di una reliquia di famiglia, ne accarezzò la copertina rigida, rivestita in pelle scura ornata da fregi dorati, e si avvide che quello non era impolverato, come se fosse stato poggiato lì il giorno prima! Vi ritrovò il segnalibro di pergamena nell’ultima pagina, lo aprì e si rese conto che c’era dell’altro. Uscì fuori per poter vedere meglio alla luce del lampione: c’era una vecchia fotografia di un bel giovane in divisa dall’aspetto leale e generoso. Gli somigliava, e anche molto, si sarebbe potuto dire che fosse suo padre o suo nonno. Rigirò istintivamente la foto: “Alla mia cara Costanza in mio ricordo. Ritornerò! 18 maggio 1916” diceva la dedica. Il ragazzo rimase a guardare la foto senza pensieri, quando fece per riporla, si avvide di un vecchio ritaglio di giornale, un po’ logoro, della gazzetta del luogo. Era un necrologio: “Ieri, 24 settembre 1916, si è ricevuta notizia dallo Stato Maggiore della Marina Militare della scomparsa del capitano Giorgio…. – il giovane sollevò la testa di scatto: “Giorgio!” esclamò e tornò a leggere con gli occhi sbarrati deceduto, insieme a tutto l’equipaggio, nel naufragio della Fol…. Ne danno il triste annuncio la famiglia, annientata dal do… e l’inconsolabile fidanzata, Contes…. Costanza… della….”. Il ragazzo richiuse il libro lentamente e se lo mise sotto il braccio, diede ancora uno sguardo alla casa, e si avviò lungo il viale.


Era una magnifica giornata di primavera, un uomo stava seduto sotto il portico della casa e si dondolava sulla poltrona che non aveva mai smesso di cigolare. Il suo vecchio velluto aveva ripreso parte del suo colore grazie alle cure amorevoli di una mano pietosa che lo avevo liberato da una polvere quasi centenaria. La poltrona non era mai stata rimodernata, contrariamente a quanto era stato fatto per la casa, che aveva ritrovato il suo antico splendore. Le aiuole, ben coltivate, erano tutte fiorite in quella stagione e il caprifoglio che si arrampicava sui muri era talmente odoroso da dare quasi alla testa. Gli scuri delle finestre aperti lasciavano intravedere le tendine bianche ricamate ed il portoncino, riverniciato, faceva pensare ad una casa di bambole. L’uomo, con lo sguardo perso nel vuoto, teneva fra le mani un vecchio libro rilegato in pelle scura con i fregi in oro. Non sentiva i gridolini e le risa di bimba e lo scalpiccio dei piedini sul selciato. “Giorgio, Costanza.” chiamò una voce di donna dall’interno della casa. Era una voce allegra e musicale. “Si, mamma! - rispose la bimba e corse verso il portico – Papà, papà, la mamma ci chiama.” L’uomo bofonchiò un accenno di risposta, ma non si mosse. Aprì il libro e tirò fuori un vecchio ritaglio di giornale: “Oggi, 24 settembre 1917, si è spenta la Contessina Costanza Rossi Prati della Valle, consumata dal dolore per la scomparsa in mare del fidanzato, capitano Giorgio Frasca, Principe di Scalia di cui oggi ricorre il primo anniversario dalla morte. Ne danno il triste annuncio i genitori….”.

Il portoncino si richiuse alle sue spalle e le campane del vento disseminate per tutto il portico risuonarono con mille tintinnii metallici. Gli fecero eco il ciarlare dei passeri e lo stormire delle fronde al vento. Da dentro la casa, un frusciante disco suonava da un vecchio grammofono una vecchia canzone.

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