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ROSALIA GARBO

STORIA DI UN GUERRIERO

E DEL FRUTTO CHE PER POCO NON LO UCCISE


Il guerriero era lì, sull’orlo del precipizio e danzava. Era lì e danzava, leggero come il vento, una danza indiavolata sulle note di una musica che soltanto lui conosceva. Sembrava che stesse lì da sempre, dal principio del tempo, e che dovesse rimanerci per sempre, fino alla fine del tempo.

Ogni volta che si librava nell’aria ci si aspettava che spiccasse il volo, o che si lanciasse nel vuoto, o che la terra decidesse, una buona volta, di aprirsi sotto di lui per inghiottirlo. Invece egli danzava sull’orlo del baratro senza mai perdere l’equilibrio.


Nel fondo del precipizio verdeggiava un albero frondoso dai piccoli frutti dall’apparenza acerbi. Il guerriero lo vide e si fermò di colpo. Allungò la mano per afferrare un frutto e si stupì che fossero così lontani.

Lo riconobbe, era l’albero che cresceva nel giardino della casa paterna, quello all'ombra dei cui rami rigogliosi si sedeva, stanco dai giochi con i compagni, quello che, compiacente, gli offriva i suoi frutti per ristorarlo.

Li aveva mangiati con noncuranza quei frutti, senza chiedersi perché l’albero glieli offriva, e li offriva con noncuranza, senza chiedersi chi li riceveva.

Era giovane a quel tempo e bello come il sole. Nessuno poteva sottrarsi dall’ammirare e invidiare quello splendido corpo che trasudava agilità, forza e fierezza. Era veloce come la gazzella, forte come l’orso, leale come il lupo, elegante come la pantera, ma non aveva coscienza di sé e della sua bellezza e ciò lo rendeva ancora più grato all’albero che gli elargiva i suoi frutti senza chiedere nulla in cambio.


Quando i tempi furono maturi, il guerriero lasciò la casa di suo padre ed andò incontro al suo destino di guerriero e combatté molte battaglie. Molte furono vinte e molte perse. Fece molti voti, prese importanti decisioni e credette di non aver bisogno dei frutti dell’albero del giardino di suo padre, tanto da non accorgersi che quello, che aveva messo radici anche nel suo, era morto per non essere stato curato.

L’albero allora si vendicò per essere stato trascurato ed andò a cantare la sua antica canzone nel fondo del baratro.



Il guerriero, però, non sentì il suo richiamo fin quando un giovane principe, attratto dalla sua fama, non gli chiese di diventare il suo campione.


Per la prima volta, il guerriero esitò di fronte all’offerta. Forse per la giovane età del principe, troppo fanciullo per aver già bisogno di un campione, forse perché l’immagine di sé che vedeva riflessa nei suoi occhi, mal si accoppiava con quella che ogni giorno vedeva, senza curarsene, riflessa nello specchio, o forse perché, d’un tratto, sentì le forze venirgli meno, come se il peso dei suoi anni gli fosse piombato addosso in un sol colpo.


Fu allora che il richiamo dell’albero si fece sentire e lo attrasse sull’orlo del precipizio, fu allora che il ricordo del sapore di quei frutti lo inebriò a tal punto da fargli perdere il senno.


I ricordi gli snebbiarono la mente. Il guerriero si sedette sull’orlo del precipizio e trasse fuori il liuto che gli aveva lasciato in eredità il suo maestro d’arme, dicendogli che i guerrieri più valorosi devono avere un cuore per piangere. Adesso che il maestro stava per morire, lasciava a lui il suo cuore affinché lo consolasse nei momenti più tristi.


Così il liuto pianse e confuse la sua voce con quella dell’albero ed il guerriero sentì allentarsi la morsa che gli stringeva il ventre, si sentì trasportare in un tiepido abbraccio che lo strappò al dolore lancinante delle sue ferite.


Scese allora nel limbo, il luogo dove i guerrieri riposano dopo aver sostenuto le loro più dure battaglie, lavò il sangue alle tiepide acque della consolazione e bendò gli squarci provocati dalle rocce taglienti, sicuro comunque che non si sarebbero mai più rimarginati, come, per altro, tutte le sue vecchie ferite.

Comprese così che i frutti dell’albero sono buoni soltanto per i giovani che possono mangiarne a volontà senza morirne. Si poté quindi guardare allo specchio e si accorse che del bel giovane di un tempo non era rimasta che una pallida parvenza e che, se non aveva saputo apprezzare a suo tempo il gusto di quei frutti, ormai era troppo tardi per assaggiarli.


“Ho combattuto ed ho perso la mia battaglia contro me stesso e non intendo combattere più battaglie che so già perdute. – disse alla sua immagine riflessa nello specchio - Vedi, so d’aver perso eppure non riesco a non sentirmi inebriare dal profumo di quel frutto che non può più appartenermi.”

Rivolse allora i suoi pensieri al principe fanciullo:

“Ti sono grato per l’offerta: mi è così grata che non riesco a distogliere da essa la mente ed il cuore, ma il tempo dei frutti è finito per me e non si può far finta che non sia così.

Perdonami quindi, mio giovane principe, ma non è giusto che io ti segua. Ricordi la storia che mi raccontasti? La volpe addomesticata pianse perché il suo padrone sarebbe partito, ma non lo seguì: si accontentò di rivedere, nel colore del grano, quello dei suoi capelli e si crogiolò nella vana attesa del rumore dei suoi passi. Il giovane principe deve invece cercare il giardino dove cresce l’albero dai frutti acerbi, eppure così dolci, che porge le sue fronde senza chiedere nulla in cambio.

La volpe, vecchia e stanca, può soltanto vivere per mantenere le promesse fatte, perché una promessa è per un guerriero un debito che va onorato. Con il pianto nel cuore, dunque, è bene che la volpe inviti il suo Signore a partire. Grazie comunque dell’offerta, non mi aspettavo di apparire ancora un guerriero tanto forte da vincere tornei.”.


Il guerriero si distese sull’orlo del precipizio, chiuse gli occhi, si assopì e lasciò che il Tempo, pietoso giudice, stendesse un velo sulle sue ferite, affinché nessun occhio indiscreto le potesse vedere.



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