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ROSALIA GARBO

CHI HA PAURA DELL’UOMO NERO...


Era appena entrata la primavera al paese di Rosaspina. Sulle montagne la neve era quasi completamente sciolta, cedendo il passo ai prati, fioriti di crochi, bucaneve e giunchiglie e le rocce di basalto sembravano appena passate di ramazza, le colline sfoggiavano il verde, più brillante, dei germogli ed il mare non mugghiava più, agitato dal vento e dalle tempeste. La marea si era abbassata e gli scogli erano incrostati di alghe e mitili, non ancora essiccati dal sole dell’estate.

Era il momento più bello dell’anno per i bambini: le giornate erano più lunghe e sulla spiaggia si trovavano le più belle conchiglie, lasciate lì dal mare che si era ritirato. Il porticciolo era quasi sempre vuoto e si poteva andare a pescare senza paura che la lenza si impigliasse in qualche ancora o boa.

Di lì a poco, la bella stagione avrebbe fatto il suo ingresso trionfale, prorompendo con i suoi colori accesi, il suo sole impietoso, la sua afa appiccicosa, appena stemperata dal vento del mare. Ma il principio, il momento del passaggio dall’inverno all’estate, è certamente il più suggestivo: è come il passaggio del mar Rosso, la manna dal cielo, in un momento in cui non si spera più che il tempo possa mutare. Quasi all’improvviso, un giorno ti svegli e ti accorgi delle strida delle rondini di mare, che sono venute a fare il nido nello stesso posto dell’anno prima, senti lo starnazzare delle oche selvatiche che faranno tappa allo stagnone, fra i giunchi e le canne, per riposare durante la loro migrazione verso il nord. Gli storni tornano a popolare gli orti, con grande disappunto dei contadini, e le gru e gli aironi rosa calano a frotte sugli stagni, come gli unni dalle alpi.


L’allegria serpeggia per le strade, portata dalle grida dei bambini, dalle risa delle donne, dal canticchiare dei giovani che si avviano, con passo svelto, verso la piazza, giacca in spalla e paglia in bocca, le camice candide di bucato e la pelle scura, irrimediabilmente cotta dal sole e dal mare. La si tocca l’allegria, la si sente penetrare nelle ossa come un brivido sottile, che ti gonfia il cuore e ti annebbia il cervello.


C’era un solo ed unico problema: con la bella stagione, dalle montagne e dalle colline scendevano i contadini per i loro commerci con la gente di marina. Non per i contadini, per carità, che a cambiar pesci con prosciutti e formaggi stagionati c’era sempre un gran vantaggio per entrambi, ma il fatto era che, fra i tanti, faceva il suo ingresso nel villaggio “Il Selvatico”.

Nessuno si era mai preoccupato di conoscere il suo vero nome, nessuno, per la verità, aveva mai osato chiederglielo, a causa del suo carattere scontroso e del suo aspetto, poco raccomandabile. La barba incolta, il capo rasato, gli abiti scuri ed abbondanti, che forse erano stati neri, era un omaccione alto e robusto, che tale appariva, non ostante la sua abitudine di camminare leggermente ricurvo, come se si vergognasse di qualcosa. Dialogava a monosillabi, se di diologar si può parlare, rispondendo a stento alle domande e facendo seccamente le sue, e sembrava non veder l’ora di partire, per tornare nel suo mondo.

Tutti pensavano che vivesse fra le montagne, in una grotta, o in un anfratto, isolato dal resto dell’umanità con la quale, per altro, era evidente che non avesse nulla a che spartire.

Dicevano di lui che mangiasse i bambini e questa favola veniva ad arte usata dalle madri per convincere i figli ad obbedire: “Guarda che, se non mangi la minestra, ti do al Selvatico, che ti porta sulle montagne e ti mangia!” “Se non vai a letto, chiamo il Selvatico!” Così, bella per quanto fosse la prima stagione, i bambini non erano mai perfettamente a loro agio, paventando, in un momento di distrazione, di essere sorpresi dal Selvatico che li avrebbe catturati e portati con sé sulle montagne, dalle quali non avrebbero più fatto ritorno.



Rosaspina era l’annuncio della primavera. Prima d’ogni altro, quando la prima rondine, che faceva il nido sotto il tetto della sua casa, approdava al villaggio, smetteva l’abito invernale per indossare la variopinta sottana della bella stagione e lo scialle con le rose dorate di Danimarca, che aveva ereditato da sua madre, e da sua nonna prima di lei.

Era la più bella ragazza del villaggio. Bella come sua madre e come sua nonna, che su tutta la sua progenie aveva impresso il marchio di fabbrica. Come avesse potuto, un fiore così gentile, nascere da quello sgorbio, mal disegnato da Dio, di suo padre, tutti se lo chiedevano. Ma prima ancora, si chiedevano come quella meraviglia di sua madre lo avesse potuto sposare, quel Cerbero.

Era bella, bella come mai se ne erano viste nel villaggio, come se venisse da un altro mondo.


Rosaspina non era il suo vero nome, la chiamavano così perché era bella quanto scontrosa. Tutti i giovani le avevano fatta la corte, mettendo in atto le più raffinate astuzie della seduzione. Qualcuno si era addirittura procurato, in città, i più famosi testi che trattavano l’argomento, tale era la smania di possederla, ma non c’era verso di ottenere le sue grazie.

Le altre ragazze, vuoi per invidia, vuoi per gelosia, ne dicevano su di lei di cotte e di crude, che era una strega e che quella chioma fulva, che ardeva sotto il sole come le fiamme dell’inferno, gliel’aveva regalata il diavolo in persona, per far uscir di senno gli uomini. Dicevano anche che non si concedeva a nessuno perché altrimenti il diavolo, che l’aveva scelta per sé, l’avrebbe fatta morire.

Ma erano eccessi di breve durata, che cadevano nel nulla non appena la scontrosa Rosaspina dava il ben servito all’innamorato di turno, il quale, dal canto suo, ritornava fra le braccia della fidanzata, o della moglie, scornato e pentito.

Non potevano durare: tutte sapevano che mai nessun giovane assennato l’avrebbe presa in moglie. La sola bellezza non dà da mangiare e Rosaspina non aveva nulla da portare in dote. Nessuno, al villaggio, era così ricco da potersi permettere di maritare la bellezza senza la cassa con la biancheria, un’asina o un mulo ed un quadrato di terra in cui impiantare un orto.

La casa dove abitava la ragazza, se di casa si può parlare, era un pagliaio cadente, alla periferia del villaggio, con una specie di serraglio per cortile, dove crescevano soltanto erbacce. Così, tutti i maschi, che avessero ancora fantasie, l’avrebbero voluta nel loro letto, ma nessuno davanti al focolare a sfaccendare.


Rosaspina non si curava di nulla, non le importava dei pettegolezzi e delle dicerie delle donne, non era interessata a nessuno di quegli uomini smaniosi, i quali, in fondo agli occhi, avevano il nulla più assoluto, un silenzio abissale, che ispirava soltanto sgomento.

Ella preferiva la sua ricchezza, quella che nessuno le avrebbe mai potuto togliere, perché nessuno la considerava tale. Amava giocare con i bambini in strada e andar con loro a pesca e per conchiglie, o arrampicarsi su per la montagna, facendo attenzione a non fare brutti incontri. Raccattava ogni sorta di animale randagio, che fosse ferito, o bisognoso di cure, e lo rimetteva in sesto, alimentando così la convinzione che ella fosse una strega.

Tutto ciò non dava però pensiero alle madri, le quali le lasciavano volentieri i propri figli, mentre loro si dedicavano alle faccende domestiche: faceva comodo sapere dove trovare i bambini in qualunque momento del giorno e che c’era qualcuno che li teneva buoni, raccontando fiabe e giocando con loro e facendo innocue scorribande in giro per le campagne ed in riva al mare.

I bambini, dal canto loro, si sentivano sicuri in compagnia di Rosaspina, che li avrebbe protetti se Il Selvatico si fosse avvicinato. E poi, le storie che ella raccontava erano bellissime e le cose che sapeva fare con ogni sorta di oggetto che raccattava, avevano il fascino della suggestione.



Un giorno, mentre Rosaspina giocava con i bambini nel cortile di casa sua, un mormorio sommesso e concitato annunciò l’avvicinarsi del Selvatico. In un batter d’occhio, i bambini si dileguarono, prima che, in fondo alla strada, apparisse l’imponente figura dell’uomo, il quale si avviava, con passo deciso, verso la piazza del villaggio.


Rosaspina era troppo assorta nel suo gioco per seguire il succedersi degli eventi e, quando si ritrovò sola nel cortile, corse in mezzo alla strada, chiamando i suoi piccoli amici, i quali sembravano essere stati inghiottiti dal nulla.

La ragazza rimase interdetta, lo sguardo perso per le strade vuote. Non ebbe il tempo di chiedersi cosa fosse accaduto, che la sua ombra venne fagocitata da quella, ben più grande, del Selvatico.

Rosaspina si girò di scatto, tirò su il capo, nel tentativo d’incontrare lo sguardo dell’uomo: “E tu da dove salti fuori? – gli domandò – grande e grosso come sei hai il passo leggero come quello del gatto!”

Un sorriso le illuminò il volto nello stesso attimo in cui Il Selvatico le dava un’occhiata fugace, forse domandandosi come mai qualcuno gli stesse rivolgendo la parola, senza che fosse strettamente necessario.

Senza profferire verbo, la aggirò per riprendere la sua strada.

“Scusami, - gli gridò dietro Rosaspina - scusa se ti ho offeso. Mi hai colta di sorpresa e non ho saputo frenare la lingua.”

Il Selvatico si fermò, si girò con la lentezza della mucca al pascolo che sente il richiamo del mandriano, “Scusami tu, - le rispose – non sono abituato a trattare con la gente.”

Le donne, che stavano a spiare da dietro le tende, con i figli nascosti dietro le sottane, rimasero esterrefatte. Per molte di loro era la prima volta che sentivano la voce del Selvatico, da quel che sapevano, quello era il discorso più lungo che avesse mai rivolto ad anima viva.

E qualcuna pensò che Rosaspina fosse veramente una strega, dal momento che parlava con il diavolo in persona.

Nessuna fece caso alla dolcezza della voce dell’uomo, una voce da ragazzo, limpida e musicale, come l’acqua di un torrente di montagna.


Rosaspina lo raggiunse trotterellando, come fanno i bambini per raggiungere le madri, quando sono rimasti indietro, distratti da qualche loro curiosità:

“Posso fare qualcosa per te?” gli chiese.

“No. – rispose seccamente l’uomo, ma poi, con evidente tono di sfida, - O forse sì. Ho fatto molta strada e sono stanco. Vorrei riposare un po’, ma qui nessuno mi offre una minestra, o un pagliericcio per dormire, come si fa con i viandanti.” La guardò negli occhi e l’espressione rattristata e pensierosa di lei lo fece sorridere.

La ragazza gli sorrise a sua volta e, presolo per mano, lo invitò a seguirla:

“Non ho molto da offrirti, ma è sempre meglio di niente.”

Il Selvatico ebbe uno scatto, non era abituato ad essere toccato e questa circostanza, lì per lì, lo aveva turbato, ma non ritrasse la mano. L’espressione sorridente di Rosaspina, la sua ingenua serenità, quegli occhi del colore delle castagne, resi lucenti da un’energia incontenibile, dalla quale ci si sentiva riscaldare fin dentro le ossa, lo rassicurarono. E così, la seguì docilmente, con gli occhi incollati sulla mano nella sua, come se avesse paura di perderla.


Lì, a pochi passi, lo accolse un cortile pieno di strani oggetti, dall’apparenza composti a caso, fatti di radici e rami secchi, lavorati dal mare, da stracci, conchiglie, sassi colorati, pezzi di mattonelle ed ogni sorta di inutile scarto, abbandonato dall’uomo.

Il Selvatico rimase stregato da quel mondo fantastico, fatto di cose strane ed assolutamente inutili, girò intorno lo sguardo, incuriosito da ogni più piccolo gingillo e lasciò, senza accorgersene, la mano della sua bella ospite.

“Ti piacciono i miei giocattoli?”

la voce di lei lo richiamò alla realtà, bruscamente:

“Sì, sono bellissimi. Li fai tu?”

“Sì, io ed i bambini del villaggio. Raccogliamo, ovunque capiti, cose che ci piacciono e poi costruiamo oggetti, inventando storie che diano loro la vita.”

“Come fai a dar loro la vita?” le chiese Il Selvatico, evidentemente divertito ed affascinato da quella attività.

“Vedi, io penso che, quando qualcosa non appartiene ad alcuno, é come se fosse morta, inanimata. Non ha storia, non serve e perciò è stata costruita senza scopo. Noi, allora, ogni volta che costruiamo un giocattolo, gli regaliamo una storia che dica a chi è appartenuto, a cosa serviva e quanto bene abbia svolto il suo compito. Ogni oggetto qui non è una cosa qualsiasi, è vivo, racconta la sua storia a chi la vuole ascoltare.”

Mentre parlava, la ragazza porgeva all’uomo una scodella con una minestra calda, dal profumo invitante, poggiava su di un tavolino sgangherato una brocca d’acqua ed un bicchiere e si sedeva accanto a lui.

“Mi racconterai le storie dei tuoi giocattoli? – chiese Il Selvatico, con lo sguardo carico di attese, con un sorriso da ragazzo che sta chiedendo il regalo più ambito – Lo farai per me?” e lo sguardo divenne implorante, come se quella fosse l’ultima occasione della sua vita.

Rosaspina rimase intrappolata in quegli occhi: era la prima volta che gli occhi di qualcuno le parlavano con tanta trasparenza, era la prima volta che qualcuno apprezzava i suoi tesori.

“Certo che lo farò, tutte le volte che vorrai. – E, nel rispondergli, gli accarezzò il volto con tanta tenerezza, che quello trasalì. – qual è il tuo nome?”

“Tutti mi chiamano Il Selvatico...”

“Questo lo so...”

“Sai chi sono e non ti faccio paura?”

“Perché dovresti farmi paura? Io non ho paura di nulla e di nessuno. E poi, se ti consola, neppure io mi chiamo come mi chiamano e su di me circola la favola che io sia una strega. Colpa della mia chioma rossa!” E ciò dicendo, la ragazza scoppiò in una fragorosa risata, così prorompente e irresistibile, che Il Selvatico non poté fare a meno di imitarla.

Rise, rise di cuore come mai aveva fatto in tutta la sua vita, rise finché non ne poté più per il dolore al diaframma. Era una risata nervosa, liberatoria, una risata che aveva dentro tutto il peso della sua solitudine, tutta la sua tristezza ed il suo dolore.

“Mangia, che si fredda.” Gli disse Rosaspina con un sorriso ed Il Selvatico divorò la minestra d’un fiato, tanto che la ragazza gli chiese se avesse ancora fame.

“Per come mangio? Mangio sempre così – rispose lui – qualsiasi cosa mi metti davanti, senza lasciar neppure una briciola, anche se non ho fame.”

La ragazza gli accarezzò di nuovo il volto e quello, questa volta, le prese la mano e ne baciò il palmo, mormorando “Mia Signora!”

“Vuoi riposare adesso? A quest’ora non c’è nessuno per il villaggio.”

“Non vorrei arrecarti altro disturbo.”

Rosaspina lo guardò quasi con rimprovero: come poteva pensare di averle arrecato disturbo? Lo sguardo canzonatore ed il sorriso di lui la rassicurarono: voleva soltanto sentirle dire che le faceva piacere averlo come ospite. Con la stessa espressione negli occhi, Rosaspina lo invitò a seguirla con un cenno del capo, lo condusse nella sua casa e gli accomodò, alla meglio, un giaciglio di paglia, ricoperto da vecchie lenzuola rattoppate che, a furia di toppe, erano più variopinte del vestito di Arlecchino, e da una coperta, tessuta a telaio, utilizzando vecchi abiti, tagliati a strisce.


L’uomo si distese e la ragazza gli rimboccò le coperte e gli diede un bacio sul capo rasato, come si fa con i bambini.

Mentre quella usciva, Il Selvatico le disse: “Ruggero, mi chiamo Ruggero. Non è un gran che, vero?”

“Ti sta bene, invece. Grande e grosso come sei e da come mangi, poi, sembri un orso. Ruggero è un nome da orso. – gli rispose Rosaspina – Il mio nome è da mucca, o da oca: mi chiamo Guendalina!” E corse via ridendo, inseguita da una risata.


Fuori del cortile, evidentemente preoccupati, c’erano ad attenderla i bambini, i quali non osavano varcare la staccionata per paura di ritrovarsi, faccia a faccia, con Il Selvatico.

C’era voluto un bel coraggio per arrivare fin là e poi c’era il rischio che le madri si accorgessero della loro assenza. Ma, il fatto che Rosaspina potesse essere in pericolo, faceva loro sfidare qualunque sfuriata.

“Come stai?”, “Ti ha fatto del male?”, “Dov’è ora?”, “È andato via?”...

Le domande si inseguivano e si accavallavano l’una all’altra:

“Sto benissimo, non mi ha fatto nulla di male, non è andato via e sta riposando.

È un uomo buono e gentile, non è affatto quel mostro di cui si favoleggia. E poi, se ci pensate un po’, vi sembro una strega io?”

“La mia mamma dice che lo sei e che lui è il diavolo che è venuto a prenderti.”

“La mia dice che, se mi ripesca a gironzolare con te, o nel tuo cortile, fra la tua immondizia, me ne dà tante che non mi potrò sedere per una settimana.”

“Se ci scoprono siamo belli e che spacciati!”

“Ma non è bruttissimo, con gli occhi di fuoco, le unghia lunghe e la pelle come quella dei pesci?”

“Sì ed ha gli zoccoli da caprone al posto dei piedi e porta i pantaloni larghi per nasconderci dentro la coda. Ma che sciocchezze!” – esclamò Rosaspina – È bellissimo, invece, come un cavaliere, o il principe delle fiabe, ed ha un sorriso meraviglioso. Le sue mani, poi, sono lisce e morbide, come quelle di un ragazzo e nei suoi occhi c’è una tenerezza infinita.”

“Tu non ci hai mai detto bugie. Se tu dici che è così, ti crediamo.”

“Lo possiamo vedere?”

“Se promettete di fare piano e di non svegliarlo. Sapete, è molto stanco.”

I bambini sgattaiolarono dentro casa, camminando in punta di piedi, rannicchiati come se, facendosi più piccoli, facessero anche meno rumore e si avvicinarono al Selvatico.

“Ma non è bellissimo come hai detto tu!” esclamò sottovoce uno di loro,

“Neanche brutto come dicono gli altri, però.” fece notare un altro,

“Già, è uno normale, come tutti gli altri, soltanto un po’ più alto ed un po’ più robusto.”

“Molto più alto e robusto.”

“Sì. Di tuo padre, che gli ci vuole una spanna per fare un metro!”

“Non parlare male di mio padre...”

“Fate silenzio, silenzio che lo svegliate, per carità!”

Il Selvatico si rigirò nel sonno e fece un profondo respiro. Una bimba lo guardò con tenerezza:

“Sembra un ragazzo! – e guardò Rosaspina con un sorriso – Come si chiama?”

“Ruggero – rispose lei – ed io mi chiamo Guendalina.”

“Guendalina, come l’asina di mio zio!” esclamò un ragazzino e subito si morse il labbro, temendo di averla offesa.

“Non ci avevo pensato. – disse lei – Mi ricordavo di una Guendalina oca, di una mucca, ma dell’asina di tuo zio proprio non mi ricordavo.” E rise sommessa.

Anche così, la sua risata era irresistibile e tutti i bambini, uno alla volta, si misero a ridere sommessamente con lei.

Ma il rumore inconsueto, svegliò Il Selvatico che si mise a sedere di scatto, spaventando i piccoli. Quelli si ritrassero d’istinto, ma poi, rassicurati dalla serenità dell’uomo e della ragazza, si riavvicinarono, seppure con prudenza, e si misero a sedere tutt’intorno al pagliericcio.

Uno di loro ruppe il silenzio: “È vero che mangi i bambini?”

“Ma che stupido! – esclamò un altro – Ancora non hai capito che sono tutte frottole?”

“No, non mangio i bambini – rispose Ruggero, divertito da tanta ingenuità – troppo piccoli ed ossuti. Mangio le ragazze bene in carne!”

E così dicendo, afferrò Guendalina e se l’accomodò sulle ginocchia, facendo le viste di addentarla: “Aiuto!” urlò lei, ridendo

“All’attacco, salviamo Rosaspina!” urlò il più intraprendente, il quale, messosi al comando dell’imberbe ed improvvisato battaglione, diede l’assalto all’uomo nero, senza pietà.

“Mi arrendo, mi arrendo! Prometto che, da oggi in poi, mangerò soltanto verza e rape.”


Qualcuno si ricordò che le madri avevano proibito loro di avvicinarsi alla casa di Rosaspina ed il gioco cessò. Mogi, mogi, i bambini si avviarono, in fila indiana, verso l’uscita, dopo aver salutato il loro nuovo e simpatico amico, il quale, a sua volta, ricambiò il saluto con un cenno della mano. Quella che aveva chiesto il suo nome, uscì dalla fila, corse ad abbracciarlo, gli diede un bacio, con gran trasporto, e gli sussurrò all’orecchio: “Ha ragione Guendalina, sei bellissimo!” e scappò via.


“Cos’è questa storia che i bambini non possono venire più a trovarti?”

domandò Ruggero, quando quelli furono andati via,

“Sciocchezze! – rispose Guendalina – vedrai, tutto tornerà come prima, passata la buriana della novità.”

“Vorrei che tu avessi ragione, ma non mi fido della gente. La gente è stupida e piena di pregiudizi. Prese singolarmente, le persone, magari riesci a farle ragionare, ma, tutte insieme, hanno l’intelligenza dello stolto e sono capaci di tutto.”

“Di me ti fidi?”

Ruggero la guardò negli occhi e vi rimase intrappolato per un po’, senza riuscire a profferir parola:

“Sei l’unico essere umano di cui mi fido.” le disse e la baciò sulla fronte.


Uscì dalla casa ed il sole gli sembrò più caldo, l’aria più profumata ed i fiori più belli e si avviò, con passo svelto, eretto come un cavaliere, verso la piazza, seguito dallo sguardo di Guendalina, rimasta dietro la staccionata del cortile.


In piazza, colse gli sguardi, certi maliziosi, altri gelosi, molti diffidenti, della gente, che sembrava essersi data appuntamento lì con l’ovvio scopo di discutere la faccenda.

Ruggero cercò di far finta di nulla e si recò dal solito fornitore per i suoi baratti. Un giovane galletto, l’ultimo a cui Rosaspina aveva rifiutato le sue grazie, lo dileggiò:

“Vuoi vedere che adesso Il Selvatico vuol prender moglie ed è sceso dalle montagne per molestare le nostre donne?”

“Nessuna donna onesta lo vorrebbe uno così!” gli fece eco quella che gli aveva messo gli occhi addosso e che si rodeva perché quello aveva messo i suoi su Rosaspina.

“Già, la verginella ha tirato fuori gli artigli. Bella coppia, il diavolo e la sua strega!” disse una vecchia, che era l’anima nera del villaggio e si trovava sempre al posto giusto e nel momento giusto per piantar zizzania ed attizzare il fuoco.

Ruggero fece orecchio da mercante, anche se il sangue gli ribolliva, per timore che una sua reazione incontrollata potesse nuocere a Guendalina. Sbrigò le sue faccende rapidamente ed andò via, senza neppure passare a salutare la sua dolce ospite.


Guendalina non capiva perché il suo Ruggero non si era fermato da lei per salutarla e passò tutto il pomeriggio a giocherellare con i suoi oggetti, senza aver voglia di far nulla.

I bambini le indirizzavano lunghe e tristi occhiate da lontano, senza avere il coraggio di avvicinarsi, per paura dei rimproveri delle madri. Avrebbero voluto andare a consolarla, ma non ne avevano l’animo.



In piena notte, la ragazza fu svegliata da una carezza affettuosa. Riconobbe la mano che aveva stretta fra le sue quella mattina e poi il profumo della sua pelle, delicato e dolciastro:

“Perdonami se non sono passato a salutarti, ma, vedi, avevo paura per te.”

E Ruggero le raccontò di ciò che aveva udito in piazza.

“Non voglio che ti accada nulla per causa mia, non potrei perdonarmelo. Se questo significa che non devo vederti più, va anche bene così.”

“Ma questa è pura follia! – esclamò Guendalina, appena ebbe fiato per rispondere – Cosa importa loro di ciò che facciamo noi? Cosa gli togliamo, cosa c’è di male?”

“Togliamo loro le certezze. Il fatto che tu sia la bella del villaggio che tutti desiderano, ma che nessuno ha, li rende tutti uguali, non c’è competizione e dà alle donne la certezza di conservarsi i loro uomini. E poi, ci sarà sempre chi si occuperà dei bambini. Se non ci pensi tu, ci sono io, l’uomo nero, a tenerli buoni con un po’ di sana paura.

Noi siamo il loro parafulmine, quello su cui se scarica la paura dell’ignoto, del domani, quello che raccoglie ed incarna un modello di vita troppo difficile da affrontare, perché fondato sulla libertà. La libertà implica la scelta, le regole, invece, ti tracciano la strada, ti sollevano da ogni responsabilità.

Qualsiasi sprazzo di indipendenza va ingabbiato dentro uno schema, va esorcizzato dentro un cerchio magico dal quale non possa uscire. Noi siamo la follia, le schegge impazzite.”


“Non ci sto! Sei l’unico essere umano per il quale valga la pena di esistere. Tu ed i bambini siete la mia unica ragione di esistere.”

Ruggero la prese fra le braccia e la cullò. L’accarezzò, la baciò, la prese delicatamente, come si fa con un fiore che non si vuole sciupare e rimase con lei fino all’alba.

“Verrò da te ogni notte.” Le promise.



Passò del tempo e, credendo che Il Selvatico non sarebbe più venuto a disturbare la pace del villaggio, la gente riprese le abitudini di sempre e le madri accolsero di nuovo di buon grado che i figli andassero a giocare con Rosaspina.

Ma i bambini non dimenticano e, appena ne ebbero l’opportunità, chiesero a Guendalina di Ruggero, se fosse possibile vederlo e se fosse possibile giocare con lui. Presero a costruire giocattoli per il loro amico e la ragazza, ogni notte, puntualmente, le dava al suo uomo, raccontandogli la storia di cui gli oggetti facevano parte.

Ruggero si divertiva come mai gli era accaduto e prese ad avere nostalgia dei suoi piccoli amici.


Un giorno, pensando che, nell'ora del riposo, non ci sarebbe stato nessuno in giro per il villaggio, l’uomo si recò a casa della sua donna, sicuro di trovarvi anche i bambini.

Fu accolto da urla e schiamazzi che, a stento, si riuscì a calmare e quell’ora trascorse felicemente, fra giochi e racconti fantastici.


Il tempo, si sa, vola, quando si sta bene, e, in men che non si dica, giunse il momento per Ruggero di lasciar la compagnia. Ma, per quanto si fosse avviato, prudentemente, dal retro della casa, verso le montagne, non poté accorgersi del fatto che la vecchia del villaggio, incuriosita dall’inconsueta assenza dei bambini dal cortile, stesse spiando da dietro le tendine delle finestre della sua casa.


La vecchia si affrettò a comunicare, con dovizia di particolari, ciò che aveva visto: che Il Selvatico era uscito come un ladro dalla casa di Rosaspina, che chi non ha nulla da nascondere non si comporta certo così e che fa le cose alla luce del sole ed insinuò il sospetto di chissà quali sordide passioni si consumassero in quella casa, sotto gli occhi di povere creature innocenti.



Ci volle tutto il pomeriggio perché il villaggio prendesse una decisione, così, quando, a sera, Ruggero fu in vista della casa di Guendalina per trascorrere con lei la notte, vide, in lontananza, le torce fuori dal cortile e sentì lo schiamazzare esacerbato della gente.

Intuita la situazione, si precipitò verso la casa, inciampando e rotolando fra le macchie. Ma non fece in tempo: la folla scalmanata entrò nel cortile, devastando tutti i giocattoli, urlando che il diavolo e la sua strega venissero fuori a mostrare i loro brutti musi. Qualcuno, più intraprendente, entrò in casa e diede fuoco alla paglia, provocando un incendio, che divorò tutto in un istante.


Appena la gente, appagata dal rogò, se ne fu andata, Ruggero prese, in silenzio, il sentiero delle montagne per non far mai più ritorno al villaggio.


Il giorno dopo, nelle case, non si parlò d’altro e, anche se le madri avevano cercato di non farsi comprendere dai figli, si erano fatte i conti senza l’oste, ritenendo quelli più sprovveduti di quanto non fossero.


In men che non si dica, i piccoli abitanti del villaggio si diedero la voce e si riunirono in riva al mare per decidere il da farsi.

Il consiglio aveva deciso: quello stesso pomeriggio, durante l’ora del riposo, furtivi come i gatti i bambini presero il sentiero della montagna per non far mai più ritorno.

Da quel giorno, al villaggio non fu più primavera.


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