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Circolo di poesia


LETTERA IN VERSI N 6

Aldo G.B. Rossi

editoriale

Profilo bio-bibliografico

Antologia poetica

Intervista

Antologia critica



ANTOLOGIA POETICA

(da La Luce di Émmaus, Torino, Editrice Genesi, 1999)

 

DEDICATE AL PADRE

L'ATTESA

Nelle sere d'inverno

non so quale perfido vento soffiava

sul ponte di Cornigliano,

da portarti a casa

così tardi,

così livido e sfatto.

E noi ad attenderti muti,

aggrappati ai ritti della ringhiera

- più alta di noi -, in agguato

del primo cigolio del portone

per dare la voce.

Ora sei tu che ci attendi

da dilatate sbarre di silenzio.

 

FU LA PRIMA MENZOGNA

Non mi moristi, babbo, il giorno estremo

ma allora quando,

non presagendo, seppi.

Tu mi guardasti con lo sguardo mesto

di un cerbiatto ferito

a morte

e a me chiedevi.

Fu forza

dissimulare col sorriso l'urlo

di pietra e il vuoto nelle vene,

e tacqui il vero.

Fu la prima menzogna, pietosa

e pur la più crudele.

Tu mi moristi allora.

 

 

LO SCHIOCCO DELLA PORTIERA

Verso un buio gorgo d'asfalto

scendesti lo scosceso sentiero

alto, fiero, solenne

come una statua antica.

Il male limitava il tuo passo

la contratta mascella

dissimulava il dolore, nascondeva il cilicio

che ti mordeva le carni.

Tuttavia rifiutasti il sostegno

del braccio amico.

Lento, ieratico

continuavi a scendere.

Sapevi che più non avresti

risalita quell'erta,

come gli altri anni

alla stagione delle primule

ascose nei fossi

e delle viole pallenti

sulle prode solari.

(E come

ti era caro coglierle e in mazzi gentili

offrirle alla compagna di sempre!)

Sapevi che più non avresti guardato

l'aia ove noi bimbi,

scarruffati i capelli

e le ginocchia sporche di terra

giocavamo ridenti,

ove adesso giocano ignari

i tuoi nipotini.

Frattanto

eri sceso, donando un ultimo sguardo all'intorno,

prima che lo schiocco

di una portiera

ti portasse lontano.

Il grido

delle rondini lacera il cielo.

Piangerò dopo,

silenziosamente,

solo.

 

 

ALTRO NON VI SO OFFRIRE - AFFETTI

L’ULTIMA VESTE

a mia madre

Ora che la pupilla dei giorni

salita è al vertice, allo zenith

dell'umana vicenda e quel che fosti,

sei stata e ora sei

si addensa in un sol punto

remoto ed invisibile, al di là

di ogni sensibile antenna,

un punto che soltanto

il laser di Dio può illuminare,

io che talvolta

ho lacerato il filo che ci unisce - e i due capi,

esili bave di ragno,

levitano nell'aria, uno

ondeggia verso l'alto

vince la gravità

cerca soltanto di saldarsi ancora

ricreare la trama

ritessere l'immagine

dei giochi e delle febbri,

di un grembo

maternamente aperto -

io nei momenti di mite confidenza

ti accarezzo e sfioro

i capelli leggeri, sottilissimi

come di bimba, e tu mi chiedi,

come di bimba, candida

l'ultima veste.

 

 

NATALE DI ADOLESCENTE

a mia figlia

Ancora rivesti

il tuo fresco Natale

della cometa sull'albero,

ancora intoni al tuo casto presepe

pastorali d'infanzia,

ancora inserti di nuova ghirlanda

il «vischio» dorato dei vergini anni

e ti sfiora

la fronte

la brezza gioiosa dei doni

avuti e donati.

Ma già io ti scorgo negli occhi le rondini

dei primi natali

che volano via.

Così si aggiunge

alla mia la tua melanconia

come neve che cada

più soffice

su neve caduta.

 

 

A MIA FIGLIA

e a Federica

Il tuo volo migrante - la «nuziale

per organo» di Bach -

fu il segno del Settembre

della dolce ferita dell'autunno,

- quella sera rinchiusi l'universo

nella tua stanza vuota, nelle note

di «Legata a un granello di sabbia»

tua acerba adolescenza.

Ora con Federica

con l'ammicco innocente

di vivide scaglie di cielo,

con zampilli di riso

nella piccola gola di neve,

il frullo dei passettini ondeggianti,

la malìa dei braccini protesi,

ecco torna il tuo volo.

Quietamente

canta e ride nel chiaro il mio Settembre.

 

 

ANNIVERSARIO DI MATURITÀ

Ci siamo rivisti.

Giunti uno ad uno

come

per un giorno di scuola.

Ci siamo guardati esitanti,

abbozzando un discorso, sentendoci

divenuti l'un l'altro un po' estranei

ravvisando a stento talvolta

le mutate sembianze.

Poi insensibilmente le api

di una dolce memoria

ricompongono, quasi in mosaico,

lineamenti e fattezze di un tempo

ed ecco affiorare di nuovo

(sortilegio) dalla nebbia degli anni

giovinetti volti.

Più puri

nel ricordo

ardono i visi di quelli

di cui già artiglia il rimpianto.

 

 

ALTRO NON VI SO OFFRIRE - ORIZZONTI SPIRITUALI

IL SASSO DELL'INFANZIA

Ancora cerco qui su questa spiaggia

il sasso tondo e piatto dell'infanzia.

Lanciato da mano sbarazzina

si librava sull'onda senza peso

in fuga di rimbalzi tra le spume.

E nella fiaba non scendeva al fondo.

 

 

IL GUADO

I ciottoli bianchi in mezzo al guado,

nitidi li contavi ad uno ad uno

nel mulinello argenteo dell'infanzia.

I calzoni a raddoppio su al ginocchio,

le scarpe unite a laccio cinte in vita,

sotto i sassi rimossi, nell'indugio

si catturava il gambero nascosto

- gioco crudele - preda e predatori

dentro e fuori del tempo

nell'immobile luce meridiana.

Le lunghissime estati, il lungo guado,

i muscoli di diaspro,

pirata e bucaniere

gettavo il cuore oltre la sponda

in fionda d'avventura.

Ora che il sole sfrangia obliquo

le cimase degli alberi e vi accende

estenuati pulviscoli di luce

ed io mi affretto

a passi un po' affannosi verso riva,

silente il bosco illividisce cupo.

 

 

ALTRO NON VI SO OFFRIRE - VERSI CIVILI

CRISTO DI SARJEVO

Da tre ferite sanguina il costato

del Cristo di Sarajevo trafitto

da una una perversa trinità di etnie.

Odio di religione, odio di razza,

odio di odio.

Si scagli allora l'anatema

contro l'infame girone dell'orrore.

Delirio di baionette

contro la vita ancora nascente,

follia di granate sugli inermi

alla coda del pane,

strazio di ogni sevizia,

spasimi della fame e del gelo.

Qui tre gauleiter

- lutto di tutti i lutti -

orchestrano sempre il massacro,

ma qui ancora l'uomo,

filo d'erba assetato,

attende la rugiada di Dio.

Inverno 93/94

 

 

ALTRO NON VI SO OFFRIRE - BAGLIORI D’ARTE

AUTORITRATTO DI VAN GOGH

Parigi 1887

Sotto un inerme cappelluccio stinto

vivida e cupa riluce la pupilla,

- riflette

i lunghi bui turni di miniera

e i miseri antri

de «Les mangeurs de pommes de terre»

ed è virgulto di fuoco

l'iride verde, ove già si svela

un bruno sillogismo di follia.

Luce-colore, luce-movimento,

con poche touches portasti sulla tela

campi di grano e corvi,

iris e girasoli, interni

del Restaurant de la Sirène,

e questo autoritratto, ricorrente

rivalsa, forse,

di una infantile gelosia.

Cercasti il sole al Sud, nella Provenza,

per un colore sempre più abbagliante.

Forse il rantolo estremo del suicida

fu luce-Dio, colore nella luce.

 

 

I COLLETTI BLU

VECCHIO SCALPELLINO

La bustina di carta a sghimbescio

sotto l'assillo del sole,

marmittone

senza libera uscita, né congedo.

Scheggia dopo scheggia, saggiandone la vena,

tu carpisci alla pietra i suoi segreti.

Balda squadra un tempo

tra i canti ed il berciare,

il minuetto di punte e di scalpelli

ed il tam-tam dei «mazzabecchi».

Ora sei solo, accosciato

in questo ritaglio di piazzetta.

E’ canuto il petto villoso

sotto la canottiera stinta.

Con lo scalpello che un poco ti trema

incidi sulla selce il tuo patire.

 

 

VECCHIO MURATORE

Mattone su mattone

appilando,

da quanti

anni non sai,

intessi muri per le case altrui,

o in silenzio

strolli calcina a scialbatura,

mentre il più giovane compagno alterna

sonori canti e lazzi

alle belle che passano.

Tu in silenzio.

Non sai

le refezioni consumate

nella gavetta sbilenca e affumicata

(fuoco di quattro stecchi!),

le brevi sieste

sul duro tavolato di un ponteggio.

(Troppo presto risuona la campana

e di nuovo

appilare mattone su mattone.

In silenzio.)

Il treno a sera.

Stilla dietro stilla

rimargini le forze.

Arrotoli mezza sigaretta

e con occhi arrossati

dai troppi sbruffi di calcina

tra spirali di fumo

sogni mattoni a pila su mattoni

e intessi i muri della casa tua.

 

 

GUARDIANO DEL CANTIERE

Spenzola inerte il gancio della gru.

Tu misuri il cantiere a lenti passi,

illudi solitario

l'estenuare del tempo che non scorre,

riacconciando una tavola schiodata,

ramazzando.

Con grinta simulata

un rimbrotto ai monelli sulla cinta.

Degli operai il francescano.

Solo.

Ti scodinzola grato il tuo bastardo

se gli porgi la ciotola. Compagno del tuo pasto.

Un sorso di calore.

Poi con un gesto impacciato tiri fuori

un foglio unto e aggricciato e leggi forse

la ventesima volta.

Ancora un sorso.

Approdi a miti lidi

ove la palizzata del cantiere

si cangia in siepe

di biancospino in fiore

ed un vento leggero la dilata

a verdi spazi

e le piantane del ponteggio

sono alti pioppi con foglie tremolanti;

la gru una scala verso il cielo

ove tu solo puoi salire

e intorno

un carosello garrulo di rondini

ed echi di campane e nuvole

ti sfiorano leggere.

Ti lambisce la mano

l'ansimante carezza del tuo cane.

 

 

PESCATORE

Al tramonto son d'oro scalmi e remi

e la tua nenia è canto di speranza.

Poi, calati i velari delle reti,

le lampare son lucciole sul mare

e inizia il lungo giuoco delle attese.

Nuota in cielo una luna di calcina,

il vento soffia nero

contro la prua sciabordan le anime dei morti,

passan nell'aria voli di agonie.

Nel silenzio salmastro

tu filtri le memorie;

prigione in breve chiglia

respiri ventate d'infinito.

L'albore madreperla

ti coglie intento a ripassar le reti

smagliando

rade

monete argentee a far scarsa mercede.

Ma non imprechi contro il mare avaro,

guardi lontano, fisso all'orizzonte

già nell'attesa della nuova sera

con remi e scalmi d'oro.

 

 

NEL CRUCIVERBA DEI «CARUGGI»

Nel cruciverba dei «caruggi»

la litania del limonaio.

«Cinque limoni cento lire»

rimbalza sul muschio dei muri

- spigoli in pietra squadra -

scivola sull'unta arenaria.

Nel volto giallo come i suoi limoni

- ogni grinza è un giorno di fame -

i carboni degli occhi saraceni.

Indifferenti. Insistono

su un ritaglio di cielo tra le ardesie.

«Cinque limoni cento lire»

il suo grido arrochito svicola nel vento.

 

 

LA VOCE DELLA TERRA

ULIVO DI LIGURIA

Questo tronco contorto ove si aggruma

in muschi verde-rame

una pazienza antica

- il maestrale inarca il suo vessillo

impallidente

sull'azzurra vertigine del mare

questo tronco rugoso

strinato dal salino, onde risboccia

un mite ramoscello

questo tronco che sugge dalla terra

petrigna

la linfa che fa ardere

le lucerne delle vergini savie

che nelle notti senza lume

protende le sue braccia verso un cielo

muto di astri:

figura disperatamente umana

che inutilmente fugge il suo Getsemani.

 

 

I FALO' DI SAN ROCCO

Lo stupore dei fuochi nella notte.

Accendevano una ad una le colline

di antichissimi riti: ecco il segnale

per noi mozzi-pirati di appiccare

il fuoco alle fascine

con le torce di carta.

Si scatena

nella fiamma crepitante

l'arrembaggio dei sogni adolescenti,

tra i trepidi richiami delle madri

e i mugugni dei vecchi.

Gli ultimi colpi di forcone

sopra le braci che si fanno cenere;

poi verso casa

con le palpebre pese e il bruciaticcio

nei capelli arruffati,

cavalcando il silenzio della notte.

 

 

DALLE DOLOMITI DEL BRENTA

QUANDO MUORE UNA GUIDA

a Fino Serafini

Quando muore una guida su al Crozzon

e l'elicottero singulta

e lacera il silenzio delle valli

con un rombo di lutto

- nel mattino beffardamente terso

gli edelweiss, le roride genziane

schiudono le stupite corolle, intensamente

le nigritelle odorano di incenso,

bramisce sgomento il camoscio

in bilico sul più alto spuntone -

un chiuso grumo di dolore scende

giù nel paese, si diffonde

da casa a casa, si scheggiano

i grani di un martoriato rosario, la mano

che forte teneva l'appiglio, la mano

a tutti amica e gentile

segna livida e inerte

corde e piccozza. Gli uomini di valle

si uniscono nel segno della Croce,

poi alla baita, insieme

bevono vino rosso, viatico e speranza

per chi va, per chi resta

nel perenne irrisolto di ogni uomo.

 

 

VIAGGIANDO L’INEFFABILE

MASCHERA DI AGAMENNONE

Quella possente maschera di Atrìde,

sbalzata in lamina d'oro

con il bulino,

dilatata a sovraumana misura

dai lobi delle orecchie e dalla barba,

con il naso sottile, i forti zigomi

e le labbra serrate

dopo l'estremo comando,

e una stretta fessura tra le palpebre,

appena aperte come valve

di un'arcana conchiglia,

- e pare un guizzo filtri ancora

di luce e vita, un ultimo spiraglio

di gloria, lutti e pianto -

quella maschera,

viva e vibrante nei riflessi d'oro,

ti conquista e soggioga

ti dà fede

che non omnis morietur

chi fu Re nella vita e Semidio.

 

 

POESIA COME PREGHIERA

SULLA STRADA DI ÉMMAUS

Per la morte immatura di Giancarlo

Ti avevo per fratello, compagno di brigata

nelle albe di caccia, ove il zirlo

del primo tordo incrina

il cristallo dell’aria

e annuncia il vanire delle stelle,

nella cerca dei funghi, quando zingari

del mistero del bosco

ci era era compagno il guizzo della lepre

tra erica e ginestra,

ti avevo per fratello

ne1 mite colloquiare di ogni giorno,

ne1 tuo lenire ogni ferita

nel pazzo amore

per quattro pietre colore dell'infanzia

e un sagrato di alberi parlanti.

Ora che la conchiglia del tempo

dilata la tua voce

a rive d'infinito

e il tuo sentiero si impollina d'eterno,

ora conosco quello che celava

il lampo azzurro dei tuoi occhi,

la fiamma del roveto

che ti bruciava dentro,

il «sì» di Abramo che è stata la tua vita.

Ora lo so

sulla strada di Émmaus polverosa

fiorisce ancora la luce tuo giorno.

 

 

PREGHIERA VESPERTINA

Ora che il vespro accende la lucerna

e ormai le ombre incalzano ogni luce,

ecco, Signore, ho speso un altro giorno.

Corrono brusii d'api nella sera

forse ho portato anch'io

una goccia di miele nei tuoi favi,

forse fu solo desiderio.

Così si appiombano

le elitre iridate del mio giorno,

così sfarina tra le dita,

non più colore,

lo spolverio di un'ala di farfalla.

Ho incespicato

ove scorgevo soffici tappeti

di erba prima, verde-smeraldina.

Ma ecco il colibrì volerà ancora

con ali di speranza. Io ti rinnovo

in questa ora,

mentre spettrale vaga il caprimulgo,

di Émmaus la parola:

Resta, Signore, pascola il tuo gregge,

ancora alimenta questo lume.

 

 

VERSI PER IRENE

RITROVARSI

Incontrarsi così all'improvviso

trasalendo. Di colpo il mondo attorno

uno schermo spento e fatto muto.

Soltanto la tua fronte

- una nuvola bianca - e nei tuoi occhi

un qualcosa che trema e non vien detto.

 

 

QUESTO SENSO…

a Irene

Questo senso di perderci,

che ci attanaglia con un cappio stretto,

a pensare domani uno di noi

solo,

e in questo struggimento si sdipana

nitido il film di tutto ciò che è stato,

i segni zodiacali dell'incontro,

solitudine, eclissi, arcobaleni,

la guerra e il tempo del riscatto,

le lunghe attese, gli anni incoronati,

i figli,

albe e tramonti nei natii profili,

il rarefarsi delle presenze care

e questo lento ingrigire di ogni giorno.

Questo senso di perderci... Ma ancora

lieve un sussurro c'è di brezza amica.

Vedo al risveglio nella prima luce

il tuo sorriso e sempre mi innamora.

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