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Salman Rushdie, paura e libertà

A Salman Rushdie è toccato in sorte di incarnare un doppio destino da antesignano.
È stato il capofila della nuova narrativa indiana, cioè della letteratura che meglio e prima di altre ha saputo raggiungere, negli anni Ottanta, la maturità post-coloniale e globalizzata (di lui Arundhati Roy ha detto: “È grazie all’autore dei Figli della mezzanotte che all’India non viene più chiesto di essere una caricatura di se stessa e della sua cultura millenaria”). Ma al musulmano laico e cosmopolita Rushdie, cresciuto tra Bombay e Londra.

Nipote di un poeta Urdu e figlio di un uomo d’affari educato a Cambridge ed espatriato di forza negli anni Sessanta con la famiglia in Pakistan, è toccato, poi, anche di essere, con la fatwa lanciatagli nel 1989 dall’ayotallah Khomeini per i Versi satanici, la prima vittima di quello “scontro di civiltà” che Samuel Huntington avrebbe preconizzato solo quattro anni dopo (e che, come ha detto qualcuno, sarebbe meglio chiamare “clash” di ignoranze). Oggi Rushdie, dopo la revoca di fatto della fatwa annunciata dal governo iraniano nel 1998, è un uomo che apprezza probabilmente più di altri suoi colleghi esibirsi senza esercito di body-guard in quel nuovo tipo di show che sono i festival letterari. Reduce dal festival di New York (città dove vive dal 2000), una settimana che in aprile ha portato a Manhattan scrittori dai cinque continenti, stasera inaugura a Roma quello di Massenzio. Lo inaugura in doppia veste: di scrittore dalla fama stellare, una celebrità rinverdita anche, in fasi di stanca della sua ispirazione, dalla coincidenza tra il suo personale destino e gli avvenimenti del pianeta; e di presidente del Pen club americano e vicepresidente del Parlamento internazionale degli scrittori, l’organismo nato nel 1993 dopo l’ennesimo assassinio, per mano del Fis, di poeti e romanzieri in Algeria. E infatti a Massenzio - il cui tema quest’anno è “Paura/Speranza” - leggerà, cucendoli insieme, tre brani dal suo libro ancora non tradotto in Italia, Step across the line, dei saggi che intendono dire qualcosa sul mondo, rispettivamente su Islam, terrorismo e attacchi all’America. Rushdie, 58 anni, un look molto inglese e poco adatto al caldo di Roma - pantaloni di velluto a coste, giacca a quadretti - è accompagnato dalla quarta moglie (i matrimoni precedenti sono stati travolti dagli anni disperanti della fatwa), la tamil Padma Lakshi, modella già nota in Italia per la sua partecipazione a un’edizione di “Domenica In”, un giunco bellissimo e delicato abbigliato in rosa.


“Il festival di New York è stato importante per riprendere il dialogo tra l’America e il resto del mondo che, negli ultimi tempi, si era arenato” spiega Rushdie. “Questo, a Roma, in un certo senso è l’altra faccia di quello newyorchese: viviamo in tempi travagliati, di paura, gli scrittori possono fare qualcosa per ridare speranza? e cosa? Però quando un tema è troppo grande rischia di indurci ad affermazioni altisonanti. Per questo io mi limiterò a un elenco di fatti che sono successi negli ultimi anni” aggiunge.


Quali fatti intende elencare, e con quale tesi?


La tesi è frutto della mia esperienza personale. Il fine del terrorismo è incutere paura. Dunque, se ci si spaventa, il terrorismo vince. Personalmente, se avessi ceduto alla paura avrei visto paralizzata la mia vena creativa. In quegli anni, mentre disperavo che la tempesta finisse, ho dovuto dirmi che è l’ottimismo il carburante della letteratura: non è un gesto di ottimismo lavorare per anni su una storia e poi lasciarla andare in giro per il mondo? Nella mia esperienza, poi, alla fine ho visto la tempesta allontanarsi. I fatti sono quelli su cui mi sono già espresso altre volte: la guerra in Afghanistan, alla quale sono stato favorevole perché pensavo fosse necessario limitare il potere di Al Qaeda, e la guerra in Iraq che, invece, è tutt’un altro paio di maniche. So che una parte della sinistra europea è stata contraria anche a quella in Afghanistan, ma vi assicuro, anche se sono il più recente dei newyorchesi, abitare a New York e ogni mattina, aprendo le finestre, vedere quel buco nel cielo, fa pensare diversamente. C’è un fatto inoppugnabile, gli Stati Uniti sono il bersaglio di molti che, nel mondo, vogliono ferirli, e hanno diritto di difendersi. Il problema nasce quando per difendersi un Paese cessa di essere quello che è sempre stato. E molti in America pensano che, oggi, per difendersi gli Usa stiano cancellando il proprio codice morale.


Lei è stato accusato dagli ayatollah di aver vilipeso il Corano e perciò condannato a morte. Cosa pensa del caso Newsweek: della notizia del Corano buttato da un soldato americano in una latrina a Guantanamo, poi ritrattata dal settimanale?


Non sappiamo come siano andati davvero i fatti. Ma sappiamo che a Guantanamo, come nelle prigioni irachene, vengono inflitti abusi tremendi ai detenuti. E il discorso che mi preoccupa, in più, è quello sullo stato dell’informazione negli Stati Uniti. Nel paese del primo emendamento, il novero di argomenti che la stampa può trattare va restringendosi sempre di più. Il putiferio che si è scatenato su Newsweek è un evidente diversivo per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dal fatto che i militari americani, nel mondo, arrivano a comportamenti terribili.


Parliamo del suo mestiere: i festival sono uno degli aspetti del nuovo fenomeno dello scrittore-rockstar. Vi si chiede sempre più di esibirvi e farvi applaudire in pubblico. Fa bene o male, questo, alla letteratura?


Bene o male che sia, è un fatto. Se si eccede può interferire col tempo della creazione che, ogni buono scrittore lo sa, è diverso. E poi, certo, ci sono quelli di noi che non sono per natura esibizionisti e soffrono.


La critica americana ha accolto in parte in modo tiepido il suo ultimo romanzo, “Furia”, ambientato a New York anziché come i precedenti in India. Sta facendo ammenda? Ora è al lavoro su una storia ambientata, di nuovo, nel subcontinente?


Sospettavo che Furia avrebbe suscitato reazioni territoriali. Alla fine, comunque, anche negli Stati Uniti ha trovato un suo posto. La storia cui lavoro inizia e finisce negli Stati Uniti, ma si svolge in India. Da più di vent’anni sono convinto che le storie di tutti, America, Europa, Asia, sono ormai interconnesse.


Quali sono i libri che hanno contato di più nella sua formazione? E quali sono gli attuali autori americani, da un lato, e indiani, dall’altro, che stima di più?


Nella vita ci si innamora di cinque o sei libri. Io mi sono innamorato nell’adolescenza delle Mille e una notte, poi dell’Ulisse, poi delle Anime morte di Gogol, e della Trilogia di Calvino. Ma ho molto amato molti libri: se me lo chiede domani l’elenco sarà diverso... Nella vera esplosione della narrativa indiana seleziono cinque nomi: Robinson Mistry, Amitav Ghosh, Anita Desai, Vikram Chandra e Vikram Seth. Tra gli americani mi piacciono DeLillo e Auster. Ma bisogna sottolineare la straordinaria esperienza creativa di uno scrittore dell’altra generazione, quella dei Bellow, Mailer, Malamud, Mailer: è Philip Roth. Capita di rado a uno scrittore il miracolo di arrivare allo zenit, avere una seconda fioritura alla sua età.


La sua raccolta di racconti “Est Ovest” correva su questo filo: la nuova civiltà che stava nascendo dall’incontro tra Oriente e Occidente. Il libro è del ‘94. Oggi, dopo tutto quello che è successo, lei è ancora di quell’idea? E, se la nuova civiltà ibrida sta nascendo, su cosa si fonda: sul cinema, sui soldi, sulla letteratura?


Non c’è dubbio che sia nata. Piaccia o no. Basta guardare nelle strade di qualunque grande città, negli Stati Uniti, in Europa, anche in India. La nostra è l’epoca dei trasporti veloci, della globalizzazione economica e, soprattutto degli strepitosi flussi migratori. Masse di migranti si spostano, come mai prima. Anche qui, possiamo essere pessimisti o ottimisti. Per me la miscela tra Est e Ovest è un dato biografico: nascere e crescere a Bombay ha significato ascoltare musica americana, guardare film americani, vedere per strada turisti americani. Oltre che leggere letteratura inglese. È il mix che ho sempre cercato di celebrare nella mia scrittura. Per altri, lo so, questa mutazione è motivo di paura. Ed è qui che la scrittura può avere un ruolo: può spalancare altri mondi e renderli amici invece che inquietanti.


Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 24/05/2005




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