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La grande fuga di Ernesto

“Non voglio sembrare un vecchio che si arrende...”. Dopo La Resistencia sta ancora scrivendo. Fra qualche mese gli anni saranno 92. E' l'ultimo patriarca della grande stagione argentina. Borges, Cortazar, Bioy asares ormai appartengono a una memora che l'angoscia immalinconisce nella società alla deriva. La biblioteca municipale dedicata a Ernesto Sábato è dirimpetto ad un giardino dal verde profondo, luce d'acquario, quasi un rifugio attorno alla grande città. Lo scrittore sorride nella poltrona dove Matilde, la moglie perduta da poco, sfogliava pagine di poesia. Ascolta la televisione: ascolta, perché gli occhi sono stanchi. Televisione italiana della domenica pomeriggio: calcio e sagre di paese. Le telecamere raccontano Paola, città della Calabria dove i genitori di Ernesto si incontrano e scappano per cercare fortuna. “Mia madre ricordava quando ha conosciuto papà. Due ragazzi sul sagrato della chiesa, dopo la messa. Una volta sono andato a guardare ciò che loro avevano guardato dopo il primo sorriso: un mare infinito invitava a cambiare vita”.

I quadri e i ciechi

Cammina con passi sicuri. Stamattina non si è fatto la barba ma i pantaloni sono i pantaloni di un signore di campagna con la piega di un signore di campagna con la piega ben stirata di un signore di città. Attraversa nel buio i labirinti delle scale della piccola casa “che abbiamo comprato 57 anni fa quando è finita la vita clandestina. Sette nascosti fra le montagne di Cordoba. Tremavamo dal freddo, cambiavamo rifugio ogni notte. E appena la quiete è tornata non volevamo soffocare fra i palazzi della città. Qui ho scritto i libri ed ho cominciato a dipingere”. Quadri girati verso le pareti di una veranda nascosta: Kafka, Gertrude Stein, Dostoevskij sotto cieli bui. La malattia di Matilde ha invaso le tele col dolore ispirando l'astrattismo di corpi mostruosi.

“Suscitano ipotesi surreali in chi li guarda forse perché ho raccontato tante storie con protagonisti ciechi. Informe sobre los ciegos è del '61. C'è un cieco ne Il tunnel e la cecità come un'ossessione in Addio allo sterminatore, ultimo romanzo prima che Antes la fin, in Italia lo pubblica Einaudi. Intanto le ombre mi hanno raggiunto. Gli occhi si stanno spegnendo. I medici proibiscono di leggere e scrivere, ma a questa età, cosa si può proibire? Batto i tasti della mia piccola macchina con memoria digitale. Sono diventato ciò che aveva immaginato nel teatro dei racconti. Con una consolazione posso usare i colori e finisco la vita nella passione dell'infanzia. Volevo fare il pittore, adesso dipingo lasciandomi andare a ciò che affiora dall'inconscio. Mi piace chiamarlo “soprannuturalismo”. Lo diceva Apollinaire a proposito dell'arte del non ricordo. Ma la luce svanisce, sto per fermarmi”.

Buona parte della vita l'ha passata scappando: dallo stalinismo, dai regimi militari, dal laboratorio di madame Curie che indovinava nel ragazzo argentino il genio della ricerca scientifica. Ernesto scriveva e cancellava. Si laurea ed insegna fisica all'università, ma non ha mai smesso di inventare racconti per incantare gli amici, eppure li bruciava prima di consegnarli all'editore. “Sono un piromane ed ho sempre pensato che un vero scrittore deve incenerire gran parte delle opere. A volte pubblicavo qualcosa per amor di Matilde. “Ti prego”, ripeteva, “lascia che le porti a qualcuno”. Nasce la fama che ancora lo accompagna. Un rivoluzionario del silenzio innamorato di Camus.

La sua adolescenza è inquieta. Viene battezzato col nome di un fratello morto bambino quando nasce nel 1911. “Quel nome, quella tomba hanno sempre evocato qualcosa di notturno e forse sono stati la causa della mia esistenza segnata dalla tragedia”

Gli anni delle dittatura

Nel 1930 la vita diventa difficile non solo per l'angoscia che lo tormenta. Col golpe del generale Uriburu comincia la stagione delle dittature militari, anni interminabili: finiscono nel 1981. Ernesto cresce fra i racconti dei libri sfogliati nella soffitta di casa (ancora ripete a memoria certe pagine di Tolstoj) e la passione per la politica che rivolta l'ingiustizia: “è la febbre di ogni generazione che pretende di ereditare la società”. Un amico arriva nella stanza di Buenos Aires dove vivono nascosto per combattere la dittatura, assieme a una ragazza: Matilde ha 19 anni ed ha lasciato la casa dove non mancava il benessere ma preferisce ribellarsi non più nei sussurri ma in clandestinità. Intanto il destino trascina Sábato dal padre-padrone ad un partito padrone.

E' il 1925. il partito lo manda a Mosca per rinsanguare una fede sgualcita dai dubbi. Stalin non gli piace: lo mandano a studiare fra i teologi di Stalin. Parte la notte, dalla Plata: di nascosto attraversa il fiume per Montevideo. Il passaporto è falso. Due anni di lontananza da Matilde sono uno strappa che non sa come sopportare: “Ma il partito lo voleva ed ho obbedito”. Matilde capiva. “E' un dovere. Devi andare”. Il viaggio gli cambia la vita. Prima tappa a Bruxelles ad un convegno contro fascismo e franchismo. Ascolta i racconti di chi è fuggito dagli stivali di Mussolini. Nell'albergo della gioventù il compagno di camera si chiama solo Pierre, senza cognome: responsabile della gioventù comunista francese. “Prima di addormentarmi gli confidavo i dubbi filosofici che mi perseguitavano. E le voci che uscivano da Mosca non mi piacevano: cominciavano strani processi. Poi non dormivo pentito dall'abbandono. Non portava in vero nome, poteva essere una spia. Senza Matilde il tempo sembrava inutile”. Scappa a Parigi. Scappa con l'indirizzo di un trotzkista argentino che dirige un foglio politico. Gli presenta il custode dell'Ena, scuola superiore dalla quale escono gran comis e ministri dell'economia. Dorme nel suo sgabuzzino, senza riscaldamento nel terribile inverno '35. si copre con una montagna di Humanitè, giornale del partito che il custode colleziona. E ruba un volume nella libreria Gilbert di Bouvelard Saint Germani: Analisi Matematica di Emile Borel: “Leggo le prime pagine col turbamento di un credente che torna in chiesa dopo un periodo di vizi e peccati”.

Dal surrealismo alla speranza

A Buenos Aires, lascia il partito, si laurea in scienze Fisico Matematiche con una tesi talmente bella da vincere la borsa di studio del laboratorio Curie. Ancora a Parigi, questa volta con Matilde. Si mescola ad Andrè Breton, Matta, Tristan Tzara, Oscar Dominguez: il surrealismo diventa più importante delle ricerche della signora Curie. Comincia la pittura ma continua a scrivere. Passano gli anni: scrive e brucia. E quando la dittatura militare del '70 fa sparire 30 mila ragazzi, Sábato e Matilde, anche se non sono ragazzi, finiscono nella lista dei ricercati. Ecco la vita clandestina nelle montagne di Cordoba. Il ritorno della democrazia coincide con la stagione felice dei suoi libri tradotti ovunque. Viene chiamato da Alfonsin a presiedere la commissione che raccoglie le testimonianze delle vittime. “Ogni mattina uscivo di casa per ascoltare racconti talmente orribili da precipitarmi in un'angoscia senza ritorno, eppure non mi sorprendevo. Storia ed esperienza mi avevano insegnato di cosa può essere capace l'uomo civile, educato e di buona cultura”. Alla commissione dà un nome che si augura profetico: Nunca Mas, mai più. “Adesso, sfogliando i giornali, capisco quanto ingenua fosse la mia utopia: ovunque nel mondo, tutto continua”. In quell'83 per mesi e mesi lo scrittore lascia il giardino di Santos Lugares e va qualche chilometro verso la città, nelle sale della Scuola Meccanica della Marina, lager segreto e di tortura dei militari. “Cerchiamo capire fra le pareti dove si sono consumati i delitti, perché e come è successo. In fondo solo un processo dove non dobbiamo prendere decisioni, solo passare le carte ai tribunali, eppure al mattino lascio Matilde con un sospiro: sto partendo per l'inferno e di quell'inferno non mi sono ancora liberato”. Sono invece liberi i colpevoli: la pacificazione delle leggi Punto Final e l'indulto del presidente Menem consentono, a non pochi, di continuare la carriera in divisa. Se il pessimismo è il segno che sempre accompagna Ernesto Sábato, nelle ultime sue pagine si respira la speranza. E' successo qualcosa: ha passato la vita a “cercare” e forse ha trovato. Una fede nascosta, che gli dà coraggio: “Una volta la morte era la prova della crudeltà dell'esistenza. Continuavo a ripetere: resisterò con tutta la forza pubblica, ma adesso che si avvicina, la prossimità dell'ora, mi avvolge non è alle spalle, ma davanti ai miei occhi: momenti difficili, momenti di pericolo e i volti di chi mi ha riscattato da malinconie e depressioni. Comincia un nuovo viaggio assieme a coloro che hanno letto le mie pagine e mi aiuteranno a morire.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 19/11/2002




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