BIBLIOTECA | | EDICOLA | | TEATRO | | CINEMA | | IL MUSEO | | Il BAR DI MOE | | LA CASA DELLA MUSICA | | LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | | | NOSTRI LUOGHI | | ARSENALE | | L'OSTERIA | | LA GATTERIA | | IL PORTO DEI RAGAZZI |

BIBLIOTECA

Sanguineti: io do il cattivo esempio

Recita, la poesia 25 del ciclo Cose, “l'imperativo categorico dice:/ mangiare, bere, e, soprattutto, fottere:/ (fottere il più possibile, per certo): (e al meglio, se ci riesci, se ci puoi):/(io ci ho speso una vita, a farti questo):(e adesso me lo so, l'ho spesa bene):/ dilettissima complice, mia sposa: sono un gatto lupesco, e laido, e lieto:”. Ma cos'è un gatto lupesco? Chiediamo a Edoardo Sanguineti. Lui ci spiega che questo essere vive in un poemetto del Duecento noto solo agli specialisti: il Detto del gatto lupesco, appunto. E che questo animale fantastico, quando lo incontrò, lo colpì per la sua valenza ossimorica: una figura che convoglia in sé due animali antitetici, il gatto e il lupo. Racconta anche che quando nel giugno '98 scrisse questa poesia, pensò che il nome della strana creatura sarebbe stato un buon titolo, ma non sapeva ancora per cosa.

Quattro anni dopo, in quell'artigianato che è il lavoro di poeta, eccogli trovata la destinazione: Il gatto lupesco è il titolo del volume da poco uscito (Feltrinelli, pp. 467 € 25), che offre i versi che Sanguineti ha prodotto negli ultimi vent'anni. E' una “raccolta di raccolte”: ci sono i versi di più piccoli libri precedenti, Bisbidis, Sentatitolo, Corollario, Cose. Rimati nella versione originale, perché Sanguineti dice che la poesia, una volta stampata, non va riletta né corretta: “Una poesia si corregge scrivendo un'altra poesia” è la sua massima.

La sessualità, Sanguineti, una sessualità molto aderente agli organi, genitale e onomatopeica, è un tema centrale in questi suoi versi degli ultimi vent'anni. Perché?

E' un aspetto tematico che mi è sempre stato a cuore: l'elemento erotico è molto frequente, da sempre, nella mia poesia. Ma non è anche un tratto, in generale, di tutto il lavoro della poesia, per non dire dell'arte?

Lei è stato studioso, tra gli altri, di Pascoli. Le piace o le dispiace se vedo un nesso tra questa sua poesia sessuale e il Pascoli più notturno, più morboso?

Sarei tentato di dire no, mi dispiace. C'è piuttosto, in questa raccolta, un omaggio esplicito a Pascoli, nelle otto poesie che si rifanno alla sua Ultima passeggiata...

E la prima di queste otto, dedicate a sua moglie, è una delle sue più belle. Riportiamola: “ti esploro, mia carne, mio oro, corpo mio, che ti spio, mia cruda carta nuda/, che ti seguo, che ti sogno, con i mie seri, severi semi neri, con i miei teoremi/, i miei emblemi, che ti batto e ti sbatto, e ti ribatto, denso e duro, tra le tue fratte,/ con il mio oscuro, puro latte, con le mie lente vacche, tritamente, che ti accendo,/ se ti prendo, con i miei pampani di ruggine, mia fuliggine, che ti spiro, ti respiro,/ con le tue nebbie e trebbie, che ti timbro con tutti i miei timpani, con le mie dita/ che ti amano, che ti arano, con la mia matita che ti colora, ti perfora, che ti adora,/ mia vita, mio avaro amore amaro:/ io sono qui così, la zampa del mio uccello, di quello/ che ti gode e ti vigila, sono la papilla giusta che ti degusta, la papilla che ti vibra/ e ti brilla, che ti tintinna e titilla: sono un irto, un erto, un ermo ramo, io che/ ti pungo, mio fungo, io che ti bramo: sono pallida pelle che si spella, mia bella, io/ passero e pettirosso del tuo fosso: io la piuma, io l'osso, che ti scrivo: io, che ti vivo:”. Ma torniamo a Pascoli. Lei diceva che...

Che non è tra i poeti che prediligo, anche se è carico di significati. Da critico, ne ho sottolineato l'elemento onirico e visionario, un visionarismo che non è di necessità legato all'eros, ed è, piuttosto, un visionarismo funerario. Certo, anche in Pascoli c'è una forte connotazione sessuale, ma stravolta, cammuffata, e perciò tanto più prepotente. L'omaggio a lui nacque in modo casuale. Ero invitato a un convegno a San Mauro Pascoli, mi avevano chiesto una prolusione, e io feci una controproposta: di portare delle poesie scritte sulla sua falsariga. Ne venne fuori una ripresa del suo stile estremamente libera e spregiudicata. Lì qualcuno protestò. Ricordo che c'era Gianfranco Contini che, invece, fu divertito e interessato. Ma lui era in grado di apprezzare la perversione in senso letterale. Erano testi iperpascoliani e, così, cessavano di essere pascoliani. Insistevo su certi voli formali suoi, ma in modo grottesco, ironico, come piace a me.

Pensavo a qualcosa che ha scritto Piervincenzo Mengaldo a proposito di due filoni importanti della poesia nostra del Novecento: quello, chiamiamolo così, agreste, che va da Pascoli a Zanzotto, e quello che fonda una sua religione laica della morte e dei morti, e per questo filone Montale è il nome per tutti. Lavorano su ciò che non c'è più: la civiltà contadina, da un lato, la sacralità della morte, dall'altro. Lei pensa che la poesia sia sempre un'arte del rifiuto, del rimosso, più di ciò che, come nella sua, fa scandalo?

Alla poesia è concessa una sorta di licenza poetica, con molte controversie di censura. A lei è concesso un certo spazio per ciò che è altrimenti proibito: c'è un Carnevale, nell'arte. L'arte è carnevalesca perché le è consentito un discorso aperto, libero, che nella vita quotidiana è interdetto. Ma non vorrei che ci fosse scambio tra causa ed effetto: non è che il rimosso produce l'arte. E tutto questo fa sì che si producano certi atteggiamenti maledetti. E' quasi un simbolo, che la modernità si apra processando Baudelaire e processando Flaubert. Io ho cercato di utilizzare gli spazi che sono concessi. Parlavamo, prima, dell'elemento erotico: in effetti era problematico, ricorrervi, quando ho cominciato a scrivere, cinquant'anni fa. Spesso, allora, la critica portata all'avanguardia era legata a dei tabù sessuali.

Oggi, invece, i suoi versi escono in una società che di tabù sessuali in apparenza non ne ha. Però la sessualità di cui parla lei non è patinata né commerciale né voyeuristica, è anche, ogni tanto, laida.

Il gatto lupesco è appunto laido e lieto. C'è anche la tematica coniugale: il personaggio più rilevante è una moglie. Ora, per tradizione, questo è un luogo non poetico. Tanto più se si investe il terreno erotico e sessuale. La mia corporeità, poi, evidenzia elementi di degrado, di disagio, di malessere, la tematica della vecchiaia. Sì, è vero, che malgrado l'allargarsi delle concessioni, c'è un terreno che rimane escluso, quello che non ha a che fare con la merce. Non sono in sintonia, però, con l'altro rimosso novecentesco. Quello di Pascoli e Zanzotto: io non ho nessuna simpatia per il mondo rurale. Io dico che un vigneto è artificiale quanto un grattacielo, è comunque un prodotto dell'agire umano. Mi interessa la natura quando è veramente natura, che so, le cascate...La civiltà contadina invece la sento davvero morta, moribonda. E la nostalgia non è uno dei miei temi: credo che sia un grosso peso per la poesia italiana averla coltivata. E questo non significa apologia, significa accettazione, del mondo industriale. Oggi si direbbe la globalizzazione.

Lei ha così definito i poeti: “noi, les objects a réation poétique”. Cosa intendeva?

Penso che la frase originaria sia di Le Corbusier e suppongo che lui parlasse di forme “à réation poétique”. Non senza ironia, l'applicavo al poeta, che reagisce alla realtà con la poesia. Io penso molto alla poesia come a una forma del lavoro umano.

Della sessualità, che è un dato biologico, eccoci allora al rapporto del poeta col suo tempo?

Io credo che anche quello che noi chiamiamo biologico, naturale, lo viviamo comunque culturalmente. Non c'è niente di più storicamente sintomatico del modo in cui gli uomini guardano al sesso, alla morte, alla fanciullezza.

Nel '76 lei scrisse una “ricetta della poesia” in versi. Ce ne ricorda gli ingredienti?

L'idea è ripresa da alcune notazioni di Stendhal, ma la poesia è piena di ironia, benché molto seria. L'ingrediente principale è “un piccolo fatto vero, se possibile fresco di giornata”: elementi della realtà, per lo più impoetici, banali, marginali da portare a una dimensione allegorica. Mi sembra, questa, una strategia tipica di una possibile modernità. Il poeta della modernità fa un lavoro individuale, l'unico strumento che gli rimane è la lirica. Allora, cosa può fare? Proporsi come testimone. Testimone del “fatto vero”. E' quello che io chiamo volentieri realismo allegorico. Un realismo, cioè, non mimetico. E' la mia vecchia, cara coppia: ideologica e linguaggio. Un fatto diventa un sintomo degno di essere raccolto, raccontato, lavorato. Molto della forza della poesia deriva dal fatto che essa insinua una visione del mondo, non la declama. Una natura morta o un paesaggio possono sembrare estranei al mondo. Invece le scarpe di Van Gogh, un paesaggio di Cézanne comunicano una visione del mondo. Ma in una apparente innocenza, che ne aumenta la seduzione.

Anche in questo libro ecco il suo logo: l'uso delle parentesi, e i due punti che chiudono, o meglio non chiudono, l'ultimo verso.

C'è un gusto di non finito. Continua...Come non cominciano: cominciano tutte con la minuscola. I due punti, le parentesi e le virgole sono i tre strumenti più semplici con cui si può organizzare un testo. All'inizio, con Laborintus, non avevo usato affatto punteggiatura: avevo lasciato il lettore completamente libero. Anche questo mi sembra appartenere fortemente alla modernità. Le parentesi, anche, ha qualcosa di vicino a questo: il discorso è carico di innesti, cresce attraverso delle sorte di microtumori, che si innestano su un discorso ancora elementare, semplice. E' un controcanto.

Per arrivare a un verso che è...

Un liberissimo esametro, nel desiderio delle origini. Poi, però, di volta in volta , ha preso le forme più diverse.

Crede, Sanguineti, di avere dei figli tra i poeti più giovani?

Quando capita di avere l'impressione di essere stato utile a qualcuno, l'impressione è ambivalente: fa piacere, ma se la cosa è evidente, mimetica, allora si prova anche un certo fastidio. Piuttosto, questo sì, vorrei aver incitato a un più largo senso di libertà nella scrittura e aver iniettato pulsioni anarchiche. In una mia poesia ho scritto “uno scrive poesie perché altri possano scrivere poesia dopo”. Significa indicare ad altri che questo è possibile. Si dà il cattivo esempio. Si usa la propria esperienza, testo, penna, ma l'importante è che si colleghino con altre esperienze umane. A me piace l'idea che l'umanità stia scrivendo le sue opere complete.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 22/11/2002

| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO |
LA POESIA DEL FARO|