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Sanguineti: “Non sono solo canzonette. La sinistra lo deve capire”

La lingua come espressione di una comunità viva. Che evolve. Nomade. Una lingua non pura, ma che fa della contaminazione la sua cifra principale. E' una realtà che continuamente (e necessariamente) confligge con la lingua del potere. Di chi la usa per costruire un'identità nazionale chiusa, esclusiva. Di chi si serve dell'italiano, dell'inglese, francese, per dire chi sta dentro e chi sta fuori. Chi è amico e chi è nemico.

Il supplemento libri di Liberazione è dedicato domani all'indagine dell'italiano: dell'uso che se ne fa. E' un viaggio per denunciare, svelare la lingua del potere. Ma anche registrare le aperture: tutte quelle aporie, quei processi, che da sempre scompongono l'idea di purezza, per dare vita a una lingua mutante. Come Virgilio di questo viaggio abbiamo scelto il grande poeta e intellettuale Edoardo Sanguineti: maestro di una parola che non si adegua al reale, che sempre si interroga, sposta il senso comune. Di una parola che criticamente deve, vuole, fare i conti con la realtà. Anche e soprattutto quella televisiva: là dove le comunicazioni di massa permeano le coscienze, costruiscono l'immaginario. Insomma, che piaccia o no, fanno politica. Prima di arrivare alle sorelle Lecciso, su cui Sanguineti non disdegna di soffermarsi come già aveva fatto circa un mese fa suscitando un acceso dibattito, partiamo dall'inizio: dalla comunità che una lingua parla.

E' un dibattito che esiste da tanto, da sempre. Che cosa rende una lingua aperta, capace di trasformarsi, e una lingua fissa, incapace di mutare?

Esistono comunità che, per ragioni storiche, sono rimaste molto spesso chiuse, a volte per secoli. Altre che a causa delle migrazioni hanno invece vissuto rapporti con altri gruppi linguistici: un fenomeno che oggi riceve una forte spinta dalle tecniche comunicative e dallo sviluppo tecnologico. La purezza della lingua in comunità molto evolute, che vivono rapporti intensi con le altre comunità, è un'idea caratteristica del conservatorismo nazionalistico. Di chi vede nel diverso qualcosa di insidioso: il pericolo di essere contaminati. In sostanza si tratta di un problema non di ordine linguistico, ma sociologico, al limite politico-ideologico. In Francia, per esempio, in cui esiste una affermata tradizione linguistica, c'è una forte resistenza a introdurre parole straniere. Da noi, invece, ci sono entrambe le tendenze.

Considerato storicamente il rapporto tra lingua ufficiale e dialetti, si può parlare di una specificità italiana?

Bisogna tener conto di un fatto che spesso, in queste discussioni, non viene messo in luce ma che è essenziale: l'italiano per secoli è stata una lingua puramente scritta. La borghesia, dopo l'unità d'Italia, ha spinto verso il passaggio alla lingua parlata. E' stata questa una rottura straordinaria: la borghesia ha fatto una rivoluzione progressiva unificando linguisticamente il paese. Man mano che è diventato parlato, l'italiano si è mescolato con altre lingue, incontrando però anche forti resistenze.

Oggi quale lingua si parla? Quale semplificazione produce la lingua del potere?

Si può partire da una vecchia opposizione, che in realtà però serve a semplificare le cose: quella tra plurilinguismo e monolinguismo. Cioè tra una lingua molto mescolata stilisticamente e una molto selezionata, chiusa. E' l'esempio consolidato che vede da una parte Dante, che introduce parole di linguaggi diversi, di vari stili, dall'altra Petrarca che si serve invece di una struttura selezionata, dove parola e forma poetica si distinguono nettamente da ciò che non avrebbe dignità e decoro. Oggi, se guardiamo al potere, è evidente che comunica in maniera semplificata, anche se con diverse contraddizioni. Si tratta di un linguaggio povero, schematico, impreciso che la televisione tende a convalidare, a diffondere. La tv, dopo aver italianizzato gli italiani, produce un progressivo degrado comunicativo, un impoverimento espressivo.

Ma così non si rischia di ricadere nel purismo?

Non è una questione di difendere l'italiano in sé, ma di difendere la consapevolezza storica della lingua, che si rischia di perdere in rapporto a questa generale perdita di consapevolezza storica. Il giovane, spinto verso la modernità, deve essere messo in grado di conoscere la lingua, non in astratto ma attraverso la capacità di leggere Boccaccio o Machiavelli.

E' più pericoloso Berlusconi o lo sono i suoi mezzi di comunicazione?

Se Berlusconi riesce a diffondere il proprio potere è perché dispone di mezzi di comunicazione di massa così potenti. Non c'è dubbio che, essendo un così abile impresario, gestisca bene il mondo della pubblicità. Penso però che le cose vadano rovesciate. Ci si deve domandare se non sia il messaggio politico esplicito, ma i modelli comportamentali, i piccoli problemi che vengono discussi in radio e in tv, nei talk show, nei reality, il vero messaggio politico di ordine berlusconiano. In questo contesto si può inserire il caso delle sorelle Lecciso che a prima vista non indica nulla. In realtà tutto lo scontro con Albano - concordato o vero che fosse - compone un quadro in cui si saldano vari elementi. Emerge un'ideologia secondo cui tutto è merce.

Lei ha detto: Gramsci non avrebbe snobbato questa vicenda. L'avrebbe studiata. Che cosa avrebbe detto il filosofo sardo? Che cosa dice Sanguineti?

Gramsci avrebbe meditato, così come ha fatto intorno alle forme della cultura popolare dei suoi tempi. Affrontava questi problemi domandandosi sempre quali messaggi ne scaturivano. Il problema di Lecciso non è se è brava o non è brava, quanto verificare se sia o no un modello di comportamento. Il mondo del capitalismo perfetto nell'epoca della globalizzazione ha un solo bersaglio: bisogna consumare e per farlo occorre avere soldi. Da qui nasce la sovrastruttura ideologica: come posso fare soldi? Come mi devo comportare per avere successo?

Approva chi dice: allora spegniamo la tv? Buio. Silenzio.

Non serve a niente dire non guardo la televisione. Si pensi solamente a tutte le persone che la settimana scorsa hanno visto Sanremo. Si è detto tanto, ci sono state tante discussioni. Ma non c'è stato un dibattito critico intorno al messaggio che questa organizzazione del festival ha comunicato. Anche quando c'è stata la partecipazione di Tyson si è commentato se era un bene o un male che partecipasse, senza però domandarsi quale tipo di immagine e quale ideologia venissero proposte attraverso la sua presenza.

La sinistra è ancora una volta in ritardo nel cogliere il valore politico delle comunicazioni di massa, la centralità che oggi ha assunto la tv nel costruire il senso comune? Dove è la Scuola di Francoforte, dove sono Barthes, Derrida, Virilio?

L'attenzione che, negli anni 50, 60, grazie a Benjamin o Adorno si rivolgeva a questi fenomeni, oggi è stata trascurata. Quando insisto sul nesso ideologia-linguaggio mi riferisco proprio a questo. Se il messaggio è semplice, è più facile verificarlo. Per esempio se Berlusconi dice: riduco le tasse. Potrò appurare se è vero o meno. Molto più complicato è analizzare i format televisivi, le forme della comunicazione oggi. Ma, se non si cerca di capire che cosa si vuol trasmettere attraverso i reality, è un guaio. Lo stesso vale per la letteratura. La domanda se un testo è innovativo, ben scritto, è quanto mai importante. Ma se non si tiene conto del significato ideologico che ha un libro di grande successo, il risultato della critica sarà sempre modesto dai punti di vista sociale e politico.

Intervista di Angela Azzaro – LIBERAZIONE – 12/03/2005

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