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Morte civile

“In chiesa, in vicinanza dei Grandi e in tutti i luoghi in cui regna la pulizia (il decoro) bisogna nel proprio fazzoletto. E' una volgarità imperdonabile da parte dei fanciulli quella di sputare sulla faccia dei propri compagni...”. Belle e sante parole dettate appunto da un santo, Giovanni Battista de la Salle, scritte in epoca prerivoluzionaria, nei primi decenni del settecento, senza pensare ovviamente al nostro eroico Totti e neppure al ministro Tremaglia, che al contrario del giallorosso “sputa in faccia” per metafore e non si pente. La citazione (da Le regole della buona creanza e della civiltà cristiana) l'ho letta in un libro famoso, La civiltà delle buone memorie, libro vecchio che risale agli anni Trenta del secolo scorso, nel quale uno dei più originali sociologi di quei tempi, Norbert Elias, morto a novantacinque anni nel 1990, raccontandoci come poco alla volta l'uomo abbia fatto tesoro di buona educazione e riguardo per il prossimo, abbia imparato a soffiarsi il naso, a non sputare ovunque, a far pipì dove si deve, a non mangiare con le mani, a tenersi pulito, a moderarsi quindi (anche nell'uso della violenza: si parla di self control) ci spiega come queste regole (e cioè la correttezza e l'eleganza del comportamento) siano il fondamento delle società occidentali, non solo l'economia (e cioè la proprietà, i mercati, il denaro, eccetera eccetera). E come di conseguenza tra uno sputo (del calciatore) e una parola del ministro) ci si possa allontanare dalla civiltà, come accade noi con poco scandalo e senza dimissioni. Perché è ovvio che un ministro così dovrebbe dimettersi. Invece si giustifica e spiega: non gli è sfuggita la famosa parola, l'ha pensata traducendo, senza accorgersi lui che è uomo di sentimenti patriottici e tricolori di tradurre non in italiano ma in un dialettismo aspro, crudele, brutale. Che cosa si può pretendere da una camicia nera? Ultima citazione: “To change your language, you must change your life”. Traducendo: per cambiare la tua lingua, devi cambiare la tua vita (lo scrisse il nobel Derek Walcott). Si può chiedere tanto a un fascista ottantenne? Gli si può chiedere almeno di rispettare la sua lingua?


Domanda a Francesca Sanvitale, scrittrice di tanti romanzi, per capire a che punto stiamo con l'italiano e cioè con la cultura e quindi con la politica.


Stiamo sopportando il peso di strati su strati di orrori politici, sociali, culturali, a dimostrazione dell'inesistenza morale e intellettuale di chi ci governa, come nel caso del nostro ministro che ha scritto quella bella lettera all'aspirante commissario Buttiglione per dimostrargli la propria vicinanza. Sto attenta ai particolari e ho pensato a quella breve frase e soprattutto all'intestazione di un ministero della Repubblica italiana su quel foglio che la recava in giro per il mondo, tra i paesi dell'Europa rappresentata a Bruxelles, sui giornali, con ampia pubblicità. Il ministro era convintissimo di quello che ha fatto e la sua convinzione è testimoniata da quanto ha detto dopo a proposito della traduzione dall'inglese in italiano, una lingua di cui ha dimostrato nessuna conoscenza. La sua parola non esiste in italiano, ha usato un termine regionale volgare e aggressivo...Avrebbe, per tradurre correttamente, dovuto scrivere: omosessuale.


Non sarebbe cambiato molto...


Scegliendo quel termine ci ha dato un'altra ragione di orrore ma anche un filo di sollievo, perché la sua lettera è un boomerang per il povero Buttiglione, non sarà un aiuto. L'episodio solleva tanti interrogativi. Il primo: a che punto siamo arrivati? Non tanto a che punto è arrivato il nostro governo, lo sappiamo a che punto, quanto a che punto sono arrivate questa rozzezza, questa volgarità, questa sottocultura, penetrando tra la popolazione italiana via via più a fondo. La lingua è un sintomo della civiltà. Siamo scesi a un livello non al di sotto della media, ma al di sotto di tutto.


Nel senso che quando si tocca il fondo si comincia a scavare...


Non credo che in un parlamento europeo si possa trovare qualcuno capace di scrivere a quel modo. Saranno retrivi, saranno conservatori, di destra e persino fascisti. Ma così volgari...Ma il degrado va oltre Tremaglia. Abbiamo letto una critica di Fini o una riprovazione di Berlusconi?


D'altra parte lui è quello che racconta barzellette tipo quella del malato di Aids che fa le sabbiature per abituarsi a stare sotto terra e che poi spiega che usa le storielle “per scolpire meglio dei concetti”. I precedenti sono una infinità, dall'esibizione del celodurismo e dei calci chissà dove di Bossi, vissuti però con umana comprensione. Neppure un prete o un preside a biasimarlo.


Viene vergogna e voglia di fuggire all'estero. Ma non ho abbastanza fondi per crearmi una vita altrove.


Vale per un intellettuale, ma può valere per tanti in una società che si sentirà “legittimata” alla volgarità da tanto ministro e da tanti poteri...


Se un giorno la sinistra vincerà e tornerà al governo avrà di fronte a sé un compito enorme: un compito di ricostruzione, direi di pulizia perché l'inquinamento s'è diffuso ovunque e deteriora i rapporti. In modo del tutto nuovo. Storicamente perché mai nessun governo, tranne quello nazista. Ha lasciato libero sfogo a tali forme di violenza. Storicamente anche perché in una media, qualsiasi, famiglia italiana mai il padre avrebbe usato una parola del genere di fronte ai figli. Adesso si dà licenza di tutto. Ovviamente Tremaglia è una voce. La televisione queste voci le moltiplica per mille...


Basterebbe una puntata da grande fratello. Si liberano all'offesa le parole. Dopo anni di politically correct quando si prese a definire lo spazzino “operatore ecologico” e il ragazzo sofferente “portatore di handicap”. Adesso si potrà liberamente tornare alla caccia dello “scemo del villaggio”?


Sarebbe intollerabile per chiunque abbia un minuto di coscienza civile. Bisognerebbe avvertire il pericolo. L'insulto di Tremaglia spalanca una porta...seguiranno comunisti, zingari, ebrei. S'è già visto.


Nel senso che siamo a rischio. Sintetizzando: razzisti potenziali. Basta un Borghezio o un Gentilini per accreditare il pericolo. Tremaglia, come Berlusconi, pone un problema di forma e quindi di funzione?


Certo, loro vanno fieri delle loro battute, ma non rispettano neppure il loro ruolo, tradendo la formalità che è cosa ben diversa dal formalismo. La forma è importantissima, è importante in letteratura, è importante nella vita...La forma significa rispetto degli altri. Se abbandoniamo qualsiasi livello di forma nel rapporto con gli altri e qualsiasi coscienza del proprio ruolo tutto va a ramengo...Un ministro non può comportarsi da...potrei offendere qualcuno.


Diciamo, benevolmente, da goliardo.


Scajola non può dire di Biagi, assassinato dai terroristi, che era un rompicoglioni, ad esempio.


Fa orrore.


Si vive nell'orrore. Basterebbe pensare alla guerra in cui ci hanno infilati. Si deve aggiungere l'orrore di lavorare dentro il caos, quando la cultura è irrisa o per lo meno è argomento di cui non occuparsi. Basti vedere come funziona la scuola o come si gestiscono i nostri istituti di cultura all'estero. Non si esporta e in Italia se ne produce sempre meno...Distruggere l'ambiente, il patrimonio storico e culturale diventa persino legge dello stato.


Accanto alla vergogna mi sembra di avvertire qualche segnale di impotenza. E' giusto?


Impotenza perché nessuno ascolta, impotenza da cui si approda all'apatia. Intellettuali costretti o rassegnati al mutismo. Perché il teatro è lasciato a quanti solo hanno un'opinione che oscilla dalle parti della destra, mentre la falsificazione imperversa. Persino nel caso di Buttiglione s'è cercato di tramandare il falso, come se a Bruxelles si fosse consumato un atroce attacco alla religione cattolica e non fosse stato il nostro commissario presunto a tradire il compito. Chi ha voglia allora di salire su una ignobile giostra, anche se per ribattere, contrastare? Mi è venuto in mente uno splendido film di Ettore Scola, Brutti, sporchi e cattivi. Anche gli attori del Grande fratello mi sembrano brutti sporchi e cattivi. Ma c'è una differenza. Nel film di Scola si rappresenta il degrado massimo di persone ai margini della società. La televisione rappresenta il degrado della società, non di un piccolo nucleo, ma della società intera. Il linguaggio, i comportamenti diventano modello e succede che anche i cosiddetti chierici, gli intellettuali, vengono risucchiati dal gorgo.


Forse succede perché sono caduti i riferimenti ed è caduto soprattutto il riferimento di un progetto comune? Attorno a che cosa ci si può ancora ritrovare?


Sì', la mancanza di un progetto comune, di un'idea di società, che possa comprendere tutti, gli intellettuali, la cultura, segna le regioni di una scelta di esclusione, più che dell'isolamento. Dove, appunto, ritrovarsi. La nostra Costituzione, nata dalla guerra di liberazione, è stata e potrebbe esserlo ancora, per quanto mi riguarda, il progetto comune di una nazione. Assisto ogni giorno al tentativo, che potrebbe anche riuscire, di smantellarla, una pagina dopo l'altra, tra le proteste ma anche tra tanta indifferenza. Ne devo soffrire, perché non considero la Costituzione qualcosa di concluso. La penso appunto come un progetto, il progetto di una società che si sarebbe voluta costruire e che non è ancora stata costruita. Lì dentro ci sono le infezioni, i programmi, le linee guida. Lì dentro si legge il disegno di una idealità e di una moralità che si facevano concrete e che cercavamo. Adesso siamo soltanto un paese allo sbando senza alcuna dignità europea. In quella Costituzione già c'era l'Europa. Stiamo gettando sassi sui nostri piedi, ma sembra che non conti nulla.


Intervista di Oreste Pivetta – L'UNITA' – 17/10/2004




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